Don Scoasso Mutley, barone De La Tega

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Scoasso da piccolo era un amoreCammina cammina siamo arrivati a trovare il terzo gatto, il caso più problematico che abbia avuto finora per le mani: Scoasso.

 

Già partendo dal nome che ha finito per meritarsi, voglio dire: in veneto le scoasse sono le spazzature. In realtà il suo primo nome era Mutley, perché appena arrivato a casa non faceva altro che ringhiare sommessamente, come il perfido cane dei cartoni di Dick Dastardly (“medaglia, medaglia”).

Una sera tornavo dal lavoro e mentre ero fermo ad un semaforo vedo questa specie di kamikaze rosso seduto tranquillamente in mezzo alla strada, proprio sotto la ruota della macchina davanti a me: già immaginandomi una frittata pelosa col calco dei pneumatici salto fuori dell’auto appena in tempo per tirarlo via di lì mentre il semaforo diventa verde e l’altra auto riparte, poi lo rimetto dentro al cancello da cui era uscito. Tempo tre secondi che il genio esce e si va a sedere di nuovo nello steso punto: la fortuna è che alle undici di sera non c’è molto traffico, ma in ogni caso troppo per continuare a fare un sit-in di protesta felina in una delle principali arterie di Padova.
Chiamo Ale e gli chiedo consiglio, lui mi dice “da casa mia che vuoi che faccia? Tanto so già come va a finire…”. Il mio uomo non fa il veggente, semplicemente mi conosce…

 

Con pazienza lo recupero ancora, e stavolta vado al bar lì accanto a chiedere se per caso ne sanno nulla. Classico baretto con i vecchiotti che tracannanno seduti sui tavolini all’esterno a guardare chi passa, quelli che sono lì con la polvere del traffico addosso da prima che in Italia ci fosse la repubblica, di quelli che ti viene spontaneo di salutare con un “Viva il re!” da quanto son vetusti ed ancorati al posto… nessuno conosce il micio!
Ma che bambino fortunato che sono! Nel giardino dov’era il gatto entra un inquilino, chiedo a lui: non l’ha mai visto, no comment… Però che strano che l’anno dopo io veda un altro gattone bianco e rosso uguale al mio, ma più grande, andare e venire da quel giardino… credo che si possa dire che mi hanno surrettiziamente fatto il pacco per liberarsi di un cucciolo.
Provo timidamente a rimetterlo lì e lui, gagliardo come Garibaldi, parte e si siede ancora in centro strada: gagliardo come Garibaldi e sveglio come una zucchina matura.

 

A quella vista la mia Dea Madre si è sveglia di prepotenza, abbranco il batuffolo suicida e lo carico in auto: volevo evitare di avere tre gatti in appartamento, ma non reggo l’idea di lasciare su via Piovese una mina vagante pronta a farsi frittellare dal primo che passa.Arrivati a casa la mia Felicia non se lo fila molto, lui inizia a ringhiarle addosso per una settimana di fila; la compianta Uilma si mostra molto più materna, ma tanto lui ringhia anche a lei. Gli illustro le comodità del mio hotel, cioè croccantini, acqua e cassetta. Il suo pensiero dev’essere stato: “Guarda che letto di lusso, ci posso anche fare la cacca dentro” perché dopo avermi lasciato il primo ringraziamento per averlo portato via ci s’è messo a dormire accanto: è un gatto affezionato alle sue cose, evidentemente. Qui ho iniziato ad avere il dubbio che non avesse tutti i venerdì al giusto posto, e col passare dei mesi ci siamo resi conto che nella migliore delle ipotesi è autistico, o meglio è diversamente intelligente. Ha imparato da solo a far cose complesse come aprire le porte tirando la maniglia, ma ho impiegato più di una settimana a suon di crocchi per insegnargli ad usare la gattaiola per andare sul balcone (la cac-cassetta è all’esterno, ovviamente). Ha una grande paura dell’abbandono, e si nasconde ogni volta che resta solo; quando usciamo alla sera ho scoperto che se gli lascio accesa la luce in camera mia si sente più tranquillo; è grosso come un autobus, ma perfino la piccola Gina lo comandava a bacchetta già appena arrivata a casa, e avrà avuto si e no un mese e mezzo. Ad ogni presenza estranea in casa aveva crisi di vomito, se mangiava: dopo mesi di calmanti e gastroprotettori il mio veterinario -un mito di uomo, il dottor Giorgio Cagni- mi ha mandato da un’erborista di fiducia, e abbiamo curato Scoasso coi fiori di Bach: dopo due cicli di terapia il problema è svanito. Certo, non ho un gatto del tutto normale, ma almeno non è più una bomba a tempo. Va detto che all’epoca avevo una coinquilina che aveva il vizio di farsi canne in abbondanti dosi, per quanto le avessi spiegato più di una volta che non volevo roba del genere in casa mia: per non farmene accorgere bruciava incensi peggio di una pira funeraria sul Gange, e il gatto era spesso in camera con lei: probabilmente anche respirare i vapori del fumo della tizia e la diossina degli incensi economici non ha fatto molto bene ai neuroni del malcapitato.A dispetto di tutto è un gatto affettuosissimo, coccolone, quasi smanioso del contatto fisico, e che sente molto il trauma del distacco dalla mamma: ogni tanto sogna ancora di essere un cucciolo che succhia il latte, perché nel sonno mima tutti i gesti, compresa la bocca semi aperta con la linguetta che frulla.

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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  1. Eccome!
    La difficoltà maggiore sta nel problema di comunicazione: mentre una Felicia non si fa scrupolo di dirmi quello che vuole, oppure una Gina me lo fa capire, con Scoasso devo andare ad intuito.
    È uno che parla molto, ma non sappiamo perché; ci sono volte in cui se ne sta seduto in mezzo ad una stanza miagolando tranquillo, apparentemente senza scopo; altre in cui pare seguire qualcuno con lo sguardo, o anche fisicamente, sempre miagolando. Non ha richiami diversi a seconda delle situazioni o degli stimoli, mentre le altre due hanno una sorta di linguaggio codificato per cui ad un miagolio specifico corrisponde sempre e solo una cosa, lui ha sempre e solo lo stesso tono di voce o di miagolio breve; non fa neanche come i bimbi piccoli che hanno delle lallazioni che possono variare man mano che imparano parole nuove, è come se ripetesse sempre la stessa cosa. Quasi come i bambolotti che dicono solo “mam-ma”.

    Non so che pensare, delle volte mi viene in mente che veda spiriti, fatine e Puffi e che giochi con loro, oppure che sia lo spirito reincarnato di un qualche maestro Zen che sta cercando di trasmettere un messaggio per risvegliare la nostra comprensione.

    E poi mi viene spesso l’impulso di prendere un marsupio e portarlo un po’ in giro con me, credo che ne sarebbe felice.

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