Jacques Offenbach

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Jacques OffenbachJacob Eberst nacque a Colonia il 20 giugno del 1819. Sul suo atto di battesimo, però, spicca chiaramente il cognome di Offenbach, che suo padre aveva derivato dalla sua città natale.
A sei anni suonava il violino, ad otto componeva, e imparò a suonare il violoncello da solo, in soffitta di nascosto dal padre.
Arrivò a Parigi nel 1833 -e qui francesizzerà il suo nome in Jacques-, e studiò per un po’ al Conservatorio, fino alla fine del 1834; nel 1835 fu assunto come violoncellista dall’Opéra-Comique; nel 1844 sposò Herminie d’Alcain, dalla quale ebbe quattro figlie ed un figlio, e finalmente nel 1850 fu nominato direttore d’orchestra del Théâtre Français, ma avendo qui incontrato delle resistenze alla sua musica decise di fare il gran salto e mettersi in proprio. In occasione dell’Esposizione Universale affittò una baracca sugli Champs-Élysées, cui diede il nome di Bouffes Parisiens, e che nel corso del successivo inverno traslocherà in una sede migliore tuttora esistente: a Passage Choiseul, dove finalmente decollò la sua carriera di compositore, regista, produttore; già nel 1853 nacquero due sue operette di discreto successo: Le tresor à Mathurin e Pepito, prototipi dei molti futuri atti unici. Le leggi in vigore limitavano le sue prime produzioni a tre personaggi al massimo, ma in Croquefer, ou Le dernier des paladins ne vediamo comparire uno in più… muto, si esprime con dei cartelli per aggirare il veto della censura. Certo, col tempo si rivelò di grande aiuto avere dalla propria parte il duca de Morny, fratellastro dell’imperatore, specie se questo si dava il diletto di aggiungere anche qualche battuta ai libretti.. e via, di protezione in protezione, il limite dei personaggi fu abolito, e si vedono comparire comparse, cori, balletti: nascerà il più grande successo di Offenbach, Orphée aux Enfers, apparso per la prima volta sulle scene il 21 ottobre 1858, e poi ripreso costantemente. Orfeo non sarà altro che il preludio a quel periodo d’oro per il compositore che è stato battezzato l’Offenbachiade, periodo durante il quale la strepitosa vena satirica di Jacques non risparmierà nulla e nessuno (i colpi continui al’ispanismo dell’Imperatrice Eugenia gli costeranno cari quando lei sarà la reggente durante la guerra franco-prussiana del 1870). Durante questi anni vedono la luce i più famosi successi d’Offenbach: Orphée aux Enfers (appunto), Barbebleue, La Grande-duchesse de Gerolstein, La Belle Hélène, La Périchole, Les brigands, La vie parisienne.
Dopo la caduta del Secondo Impero, quasi la stella di Jacques fosse legata a quella di quel Napoleone III che tanto aveva canzonato, la fortuna di Offenbach declinò; del resto non fu mai un amministratore avveduto, e immensi fiumi di denaro venivano profusi per le sue opere, nulla per lui era mai abbastanza bello per il suo teatro: nel 1875 andò in fallimento, e fu solo grazie ad un tour negli Stati Uniti che riuscì a racimolare un po’ di denaro e a rifarsi delle perdite. In realtà molti francesi provavano del risentimento per quel tedesco, che i tedeschi tacciavano di traditore e i francesi di spia di Bismarck, verso un uomo che li aveva messi in guardia contro i loro stessi vizi e debolezze, mettendo alla berlina i nuovi arricchiti, militari imbelli, i politici inetti, i cortigiani, il Governo e perfino l’imperatore e la moglie: ciò che le operette di Offenbach avevano prospettato accadde, e nessuno aveva cercato di porvi rimedio. Offenbach continuò a comporre, e prima del suo canto del cigno –I racconti di Hoffmann– allestì altre operette che riecheggiavano il periodo dell’Offenbachiade, come Madame l’Archiduc e La fille du tambour major (quest’ultima terminata sul letto di morte, mentre la gotta lo dilaniava).
Orphée Nulla è serio, fuorché l’amore. Tutte le vanità umane, tutti i drammi quotidiani si mischieranno, un giorno, per non formare che una spuma pronta a volatilizzarsi in bolle al ritmo d’un finale trepidante che invita all’oblio delle responsabilità: questa è l’essenza della musica di Offenbach, alcune delle cui arie sono conosciute perfino da gente che non l’ha mai nemmeno sentito nominare. Il Can Can per antonomasia, infatti è un brano di Orfeo all’inferno, per quanto la danza che chiamiamo french can can sia nata molto tempo dopo. Un’altra sua aria è molto popolare in USA, anche se praticamente nessuno sa che si tratta dell’aria degli sbirri da Généviéve de Brabant: è l’inno dei Marines, che durante la tournée americana piacque molto, e fu debitamente riorchestrato per adattarlo all’uso militare.
Gioacchino Rossini, che idolatrava Mozart, definì Offenbach “Il piccolo Mozart degli Champs-Élysées”; Richard Wagner lo odiava, dicendo che la sua musica “emanava si un calore, ma che è il calore del letamaio dove tutti i maiali d’Europa vengono a rotolarsi”, tranne poi mutare rotta subito dopo la morte di Jacques dicendo che “voleva essere come Mozart, che poteva essere come Mozart”. Camille Saint-Saëns lo denigrava molto, ma poi usò l’aria del Galop Infernale per descrivere le tartarughe nel suo Carnaval des Animaux.
Jacques Offenbach scrisse qualche cosa come centodieci operette, un balletto e svariati pezzi di musica da camera.
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