La caduta di Neskaya

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Immagine di La caduta di Neskaya Penso sia naturale che leggere un libro scritto da una persona ritenuta l’erede di uno scrittore, esplicitamente designato o meno, faccia scattare automaticamente il confronto, soprattutto quando in una qualche maniera prosegue il lavoro di chi ha saputo creare un mondo suo, condiviso dai lettori, che per la maggior parte finiscono per considerare il vecchio autore come una persona di famiglia o quasi.
Deborah J. Ross non è certo Marion Zimmer Bradley, ma La caduta di Neskaya non fa rimpiangere troppo la creatrice di Darkover:  le atmosfere si avvicinano molto a quelle che sapeva creare MZB, e credo che finora sia la migliore approssimazione che abbia trovato per le opere della Bradley.

Ho letto altri libri pubblicati postumi da Marion, ma credo che in quelli lei non ci abbia messo mano: penso per esempio agli ultimi capitoli della saga dello Spirito di Luce, o al quarto libro del ciclo di Avalon; gli uni sono solo delle versioni ipertrofiche di alcuni capitoli di uno dei libri precedenti, l’altro pare essere un riciclaggio di appunti originali, anzi più di un canovaccio scribacchiato su un post-it che di appunti estesi. La Ross, per lo meno, scrive abbastanza bene.

La caduta di Neskaya si legge bene, è scorrevole e tutto sommato è un libro gradevole: per quanto non sia un Darkover autentico è decisamente meglio di un romanzo autografo della MZB come Le foreste di Darkover che ho sempre trovato il più brutto del ciclo… la sola scusante è che era forse il primo scritto e pubblicato, e non c’era ancora quel quid che contraddistingue l’intero ciclo.

Questo è il primo di una trilogia, e si sente: mi ha fatto la stessa impressione degli ultimi due libri di Harry Potter, che sembrano un romanzo unico infarcito di descrizioni e dettagli inutili per ricavarne due libri. Lì scopriamo che lo zio di Harry ha degli agapanti in giardino, qui sappiamo tutto quello che mangiano, quanto ne mangiano, e come son vestiti; d’altronde il grosso dell’azione è nel finale, più o meno come all’opera. Vedremo i prossimi capitoli, intanto devo dire che sono rimasto abbastanza soddisfatto della lettura, pur essendomici accostato con una quantità robusta di dubbi.

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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  1. E’ piaciuto pure a me e sono curioso di vedere come va a finire la trilogia.
    Non ho ancora letto il quarto di Avalon, è in attesa sul comodino, ma già “Le luci di Atlantide” mi aveva dato un po’ da fare e il fatto che questo ennesimo capitolo si riallacci a quella vicenda mi perplime.

    Smaoineamh

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  2. Le luci è un buon libro, incasinato se vuoi, ma bello. E in qualche modo lega i cicli di Avalon e dello Spirito di Luce. ma “La Sacerdotessa di Avalon” non è un gran che, è stato finito (?!) da Diana L. Paxon, che s’è sentita in dovere di aggiungere un pistolotto sulla religiosità della Marion, che tutti fraintenevano, ma che lei e Dio di sicuro no… ma per pietà!

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