Morire non è niente

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Il più terribile dei mali, cioè la morte, non è niente per noi, dal momento che, quando noi siamo, la morte non è, e quando essa inesorabilmente sopraggiunge, noi non siamo più.

Epicuro (341-270 a.C.), filosofo greco.

Oggi è morto il padre del mio ex moroso, spezzato da un tumore e dalla chemioterapia a circa settant’anni; lunedì è morta la sorella di una mia cara e vecchia amica, letteralmente consumata da quasi quattro anni di tumore alle ovaie che la aveva invaso la cavità addominale attaccandosi anche ai polmoni: morta a nemmeno quarant’anni, dopo morfine e chemioterapie infinite. Circa due mesi or sono è morto a cinque anni un cuginetto di Ale, di leucemia fulminante e di chemioterapia.

Non mi spaventa l’idea di morire, è una parte necessaria della vita, è un passaggio, una trasformazione. Moriamo un po’ ogni giorno, se vogliamo: un pezzetto del nostro vecchio essere viene a mancare ed è rimpiazzato con uno nuovo in un continuo mutare e divenire: si chiama evoluzione, si chiama crescita; lo viviamo sempre: in circa sette anni tutte le cellule del nostro corpo muoiono una dopo l’altra per essere sostituite da cellule nuove, in modo che potremmo perfino dire di cambiare corpo ogni sette anni.
Non è un problema pensare che un giorno morirò, né che moriranno le persone che amo: non mi crea ansia o timore.

Giusto per capirci, ero accanto a mia madre mentre moriva, lo scorso anno: 85 anni, fisicamente debole, col cervello spappolato dall’alzheimer, eppure presente; forse con gli ultimi barlumi di energia prima della morte aveva riguadagnato un po’ di lucidità, ma sapeva perfettamente chi ero (mia sorella sostiene che abbia aspettato me per morire, il figlio prediletto: è probabile) e rispondeva a tono alle domande: domande semplici, come “hai sete?” o “ti sistemo il cuscino?”. Ho litigato con le infermiere perché la sedassero o le togliessero la maschera ad ossigeno che continuava strapparsi agitandosi sempre più, ho aspettato che il narcotico facesse effetto, l’ho vista calmarsi e andare via col sonno mentre diventava sempre più fredda, col calore corporeo che si ritraeva sempre di più partendo dai piedi e risalendo verso la testa mentre sembrava diventare fisicamente più leggera, quasi si stesse consumando: mi sembrava di rivivere i passi del Bardo Tödol, il Libro Tibetano dei Morti, che ho studiato tanto tempo fa. Ho pregato per lei mentre si addormentava, chiedendo aiuto a chi potesse guidarla e proteggerla nel cammino che stava per compiere: non appena ho smesso di pregare si è addormentata serena per non svegliarsi più, quasi avesse capito che avevo fatto il possibile; i medici ne hanno constatato la morte il mattino seguente.

In tutto questo marasma io ero sereno, la sola cosa che provavo verso mia madre era della tenerezza, tra l’altro sconosciuta fino ad allora. Ero pacato, tranquillo, così come lo sono ora mentre scrivo.
C’è però una cosa che non capisco e che non trovo giusta più di tanto: perché soffriamo per morire, salvo alcuni casi fortunatissimi? Tutte le correnti religiose ne danno la spiegazione in base ai loro dettami; chi mi parla di karma, chi di scelta da parte dell’anima, chi di messaggio divino e così via. È una consolazione, un lenitivo per noi che restiamo lì e li vediamo morire, esattamente come i funerali dei quali al morto non importa nulla, e infatti sono fatti solo per i vivi e per dar loro un’ultima possibilità di accomiatarsi degnamente dal defunto e di accettare la sua partenza.

Ma in tutto questo, perché non possiamo morire serenamente come se andassimo a dormire? Dopo quello che tanti di noi patiscono per vivere, e magari anche per nascere? Il karma negativo potremmo purgarcelo già in vita, o nelle vite a venire: se per molti il momento della morte è un evento terribile perché ci viene reso ancora più difficile?

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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