La Grande-Duchesse de Gérolstein

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Sto ancora battendo le manine tutto contento.
Ho appena finito di vedermi una bella versione di uno dei capolavori di Offenbach, La Grande-Duchesse de Gérolstein, nella versione data a Parigi, Théâtre du Châtelet, nel 2004. Nel cast scopro una Felicity Lott (che non conoscevo) nel ruolo della Granduchessa e François Le Roux (altro finora a me ignoto) nel ruolo del Generale Boum; la direzione è di Marc Minkowski.

Mi piace molto, adoro l’operetta e quella di Offenbach in particolare: è un genere musicale assolutamente leggero ma che è in grado di dire le cose più pesanti ridendo, è spesso una satira di costume molto più graffiante di quanto non lo sia oggi quella di alcuni comici che vanno per la maggiore (fama conquistata a buon diritto: ho sempre apprezzato molto il gruppo di Serena Dandini e della TV delle Ragazze, nonostante alcune cadute di stile durante i percorsi di alcuni singoli), è come quei bambini che dicono verità scomode sui grandi e non riesci a farli tacere, è una sorta di antesignana del fumetto per il clima di paradisiaca follia che la pervade, è una follia innocua che per essere fuori di testa non ha nemmeno bisogno di sostanze psicotrope. È, semplicemente è.

La Granduchessa è un’opera buffa figlia del suo tempo, una velenosa parodia del potere e della guerra perfettamente -forse anche purtroppo- inserita nel suo contesto storico: il “purtroppo” è perché tutte le satire nelle opere di Offenbach erano basate sull’attualità, per cui noi posteri perdiamo moltissimi dei riferimenti vedendole ai nostri giorni, o non ci fa ridere una battuta sull’ispanismo dell’Imperatrice Eugenia e, d’altro canto, sarebbe peggio e molto peggio se qualche buontempone pensasse di adattare i testi alla nostra vita attuale.

L’allestimento di Minkowski, reduce da una Belle Hélène nel 2000 con lo stesso cast è un bello spettacolo, con una vena di divertita e divertente follia che non guasta, riesce a tenere tranquillamente il palco per quasi tre ore senza annoiare, il cast è molto buono, anche se non ho apprezzato particolarmente la coppietta: Yann Beuron (Fritz) che non ha una voce che mi abbia trasmesso grandi emozioni, e poi mi ricorda troppo un Enzo Iacchetti ingrassato, e Sandrine Piau (Wanda) che ha un atteggiamento abbastanza isterico quando canta. Come dicevo più sopra, François Le Roux è stato una bella scoperta: voce calda, istrionismo, buon attore. La rivelazione è stata Dame Felicity Lott, che finora non avevo mai visto: ottima attrice oltre che ottima cantante, pur essendo inglese non ha un filo di accento e parla un francese favoloso, ha una verve, una vis comica inesauribile grazie a cui regge meravigliosamente una parte per cui la sua voce non sarebbe completamente adatta, interpretando benissimo il personaggio di una ragazza ventenne un po’ matta, snob ed anche porcona, e per tutto lo spettacolo ha costantemente l’aria divertirsi come una matta, come una bambina alle giostre.
Forse posso vedere nella direzione di Minkowski un difetto: in alcuni punti la musica dell’orchestra copre le voci dei cantanti, un po’ come se fossero partiti per la tangente e si stessero divertendo da soli, ma a parte questo nulla da eccepire.

lagerolstein4Le scene sono moderne, come i costumi. O meglio, un moderno delirante: la scena è sull’essenziale -genere amato da Minkowski, da quello che ho potuto vedere anche nella sua versione di Orfeo all’Inferno– e ci porta su un campo di battaglia brullo ed in un abbozzo di palazzo sgangherato quanto i suoi occupanti, quasi ad immagine della viziatissima tirannica e squinternata Granduchessa, e che tutto sommato non guasta molto l’atmosfera della storia; i costumi sono un’altra cosa: molto modernizzati rispetto a quanto si dovrebbe: Offenbach, Meilhac e Halévy hanno ambientato l’opera nel 1720 o via di lì, e specificando che i costumi dovevano essere tedeschi ma con tutta la fantasia possibile; qui mi vedo le uniformi da prima metà del ‘900, di sapore vagamente nazista, e non mi piacciono per nulla: mi fanno lo stesso effetto pessimo di quando vidi nel lontano 1994 Barbe-bleue a Bologna, con dei costumi balenghi… Re Bobèche vestito da Mussolini con tanto di sidecar e fez, Boulotte pareva una teen-ager americana anni ’60 uscita da Grease, Barbablù e le sue mogli con abiti anni ’20, lui vestito da gangster: che brutta cosa. Apprezzo molto di più dei costumi come quelli in foto: sono più tradizionalista, o per lo meno per un filo logico e coerente nell’innovazione, non una ratatuja da mercato delle pulci: Richard Bonynge mi sposta scene e costumi dei suoi Racconti di Hoffmann in avanti di un secolo rispetto all’ambientazione originale, e l’idea è stata ottima.

L’ultimo, ma non meno importante, dettaglio: questa versione si discosta da quelle che siamo abituati a sentire perché è stata utilizzata la partitura originale della prima rappresentazione. Si sa che Offenbach cambiava via via in corso d’opera i suoi lavori, a mano a mano che si riteneva fosse necessario per migliorare l’effetto scenico. La sera della prima, 12 aprile 1867, al cadere del sipario il pubblico era incerto… era un successo? Una caduta? Un mezzo successo? Rapidamente Offenbach si mise al lavoro e sostituì alcune scene con altre, alcune vennero eliminate ed altre modificate: furono tolti il carillon de ma grand-mère, l’aria della penna e l’intera scena della firma del contratto di matrimonio di Frtiz e Wanda, il trio dei cospiratori ebbe l’aggiunta dell’ingresso della granduchessa e la ripresa in quartetto dello stesso motivo, la scena della benedizione dei pugnali fu giudicata troppo debole (oltre che troppo palese la sua ispirazione a Meyerbeer), e alcuni dialoghi vennero modificati, eliminata anche la meditazione della granduchessa nel II atto. Con questo, e con altre modifiche successive si arriva alla versione normalmente rappresentate.

Un altro esempio di edizione critica è stato quello presentato al festival di Martinafranca, anche allora curato da Jean-Christophe Keck, che riporta la meditazione, la congiura ed il canto degli arrotini, ma non le modifiche strutturali del II atto (Carillon, Aria della penna, contratto di nozze etc…). In quell’occasione la Granduchessa era meravigliosamente interpretata dalla soprano Lucia Valentini Terrani, defunta per tumore circa due anni dopo.

Sarà poi vero che mi piace la musica chiassosa? Dopo essermi ascoltato una decina di volte Le carillon de ma grand-mère, l’immancabile galop di turno, e il finale del secondo atto À cheval! mi sa di si; queste sonorità sono caratteristiche di Offenbcah, basti pensare al can can di Orfeo all’inferno (e non mi si venga a dire che non lo conoscete perché chiunque senta la parola can can pensa subito a quell’aria), o al coro nuziale della Périchole, o al galop di Généviève de Brabant, o… mi dilungo? Si. Lo so. Ho anche io le mie debolezze.

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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