Gatto alla vicentina

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Lo so che è brutto per uno che è una gattara, dentro e fuori, cyber e reale, pubblicare una ricetta del genere, ma da bravo Veneto non posso trascurare certi aspetti folkloristici della mia regione: più che per il lato meramente culinario la ricetta (che ho trovato in giro per la rete e tradotto al volo per i non Veneti) è interessante perché rende bene il carattere del veneto medio, soprattutto nelle vecchie roccaforti del Veneto bianco.

Il testo è in dialetto vicentino ed è un po’ diverso dal veneziano, che è quello che siamo più abituati a sentire a teatro, al cinema ed alla televisione, e che peraltro è una lingua e non un dialetto.

 

Gato ala Vicentina

Se gavi’ deciso de farlo in tecia, ocore prima de tute che serche’ de vedare qualo ch’el ze’ quelo pi’ in carne, sperando de intivarghene uni che nol gai supera’ i do ani de eta’ e che la so parona la ve gabia fato on dispeto tempo indrio.

Na bona matina toli’ su el s-ciopo e ve’ fora bonora, disendo in casa ca ve’ ciapare on bigolo de aria fina. Mejo de tuto saria ch’el di prima gavesse fato na bela nevega’ da quela che resta par tera quindase di’. Apena ca ocie’ el gato in parola fe finta de gnan vedarlo; scondive de drio on canton, carghe’ el s-ciopo e fe quelo che gavi da fare. Portevelo casa rento la sporta de la spesa, par strada salude’ tuti e a chi che ve domanda cossa ca gh’in fe’ del s-ciopo, disighe ca si na’ a trarghe a on pantegan. Na volta riva’ casa sare’ ben el cancelo, ne’ in te l’orto e piche’ su s’on palo el gato, verzighe la pansa cofa’ on conejo e tireghe fora tute le buele teghendo da parte el figa’. Tajeghe via la testa e deghela al can. Scave’ desso na busa ne la neve, metive rento el gato e po coersila da novo. Ve’ in casa, meti’ in giassara el figa’ del gato in na scudela e ve’ in seciaro a lavarve le man fa Ponsio Pilato e po da l’osto a bevarve un goto. Al sabo ve confessarve e la domenega a tore la Comunion! Lasse’ el gato soto la neve par oto giorni, stasendo sempre tenti ch’el sia ben coerto e ch’el can resta liga’ a caena. Dodase ore prima de metarlo su in tecia tirelo fora da la busa e ch’ol ze’ deventa’ tenaro, pelelo e lavelo puito, lassandolo po’ taca’ a sgiossarse. Felo a tochiti e metili in ona piana co na siola, na carota, na gamba de seino, on spigolo o do de ajo, el tuto trita’, treghe rento anca do foje de doraro qualche gran de pevare e quatro-sinque de denevre, on spisigon de droghe e quanto sale ch’el basta. Neghelo de vin bianco pitosto seco e desso metilo in te la moscarola in caneva a marinarse par tuta la note. La matina scole’ i tochi de carne dal vin, sugheli puito e feli rosolare in onantian co’n poco de ojo. Co’ i ga’ ciapa’ a colore caveli via da l’onto e vode’ fora quelo che ze resta’, peste’ fina na siola, on pugneto de parsimolo e on spigolo de ajo, po meti’ tuto ne l’antian co’ na s-cianta de buro e ojo zontandoghe dele fojete de salvia e on rameto de rosmarin. Lasse’ sfritegare e po meti’ rento i tochi de gato. Dopo diese minuti buteghe insima anca quatro-sinque pomodori pela’ pena verti, o se no on poca de conserva. Missie’ col guciaro de legno, zonteghe on biciere de vin bianco e uno de rosso. Metighe su el coercio e fe’ cusinare par on’ora e mesa / do’, bagnando co del brodo se se suga massa. A la fine unighe el figa’ trita’, meti’ i tochi de gato col so pocieto sol piato e porteli in tola compagnandoli co’ la polenta calda. Disighe ch’el ze conejo nostran, sleva’ a erba e farinasso e vedari’ che rassa de figuron che fari’. Co’ i ga ben magna’ e bevu’, servighe, insieme co la graspeta, la novita’…

Gatto alla vicentina

 Se avete deciso di metterlo in pentola occorre prima di tutto che cerchiate di trovarne uno bello in carne, che non sia più vecchio di due anni, e la cui padrona via abbia fatto un bel dispetto tempo addietro.

Un buon mattino prendete il fucile ed uscite presto, dicendo che andate a prendere un po’ d’aria; l’ideale sarebbe che il giorno precedente fosse caduta una bella nevicata, di quelle che rimangono per terra per quindici giorni.

Appena vedete il gatto in questione fatte finta di non vederlo; nascondetevi dietro un angolo, caricate il fucile, e fatte quel che dovete fare. Portatevelo a casa dentro la borsa della spesa; per strada salutate tutti, e se qualcuno vi domanda che cosa fatte col fucile, rispondete che andate a sparare ad un topo.

Una volta arrivato a casa, chiudete bene il cancello, andate nell’orto e appendete il gatto ad un palo. Apritegli la pancia come si fa con un coniglio, e tirategli fuori tutte le budella tenendo da parte il fegato. Tagliategli via la testa e datela al cane.

Scavate adesso una buca nella neve, metteteci dentro il gatto e poi copritela di nuovo. Andate in casa, mettete nel frigo il fegato del gatto in una scodella, e andate al lavello per lavarvi le mani come Ponzio Pilato; e poi in osteria a berci su un bicchiere. Al sabato andate a confessarvi, e domenica andate a fare la Comunione!

Lasciate il gatto sotto la neve per otto giorni, stando sempre attenti che sia ben coperto e che il cane resti legato alla catena. Dodici ore prima di metterlo in padella tiratelo fuori dalla buca, e quando sarà tenero pelatelo e lavatelo bene, lasciandolo un poco appeso a sgocciolare. Fatelo in pezzetti e metteteli in una padella con una cipolla, una carota, una gamba di sedano, uno spicchio o due di aglio, tutto tritato. Aggiungete anche due foglie di alloro, qualche grano di pepe e quattro o cinque di ginepro, un pizzico di spezie e quanto sale che basta. Annegatelo nel vino bianco piuttosto secco, e poi mettetelo nella moscarola in cantina a marinare per tutta la notte.

Al mattino scolate i pezzi di carne dal vino, asciugateli bene, e fateli rosolare in un tegame con un poco d’olio. Quando avranno preso colore, tirateli fuori dall’olio e eliminate quello che resta rimane nella padella. Tritate finemente una cipolla, un pugnetto di prezzemolo e un spicchio d’aglio, poi mettete tutto nel tegame con un poco di burro ed olio, aggiungendovi delle foglioline di salvia e un rametto di rosmarino. Lasciate soffriggere e poi aggiungete i pezzi del gatto.

Dopo dieci minuti aggiungere anche quattro o cinque pomodori pelati, oppure un poco di conserva. Mescolate con il cucchiaio di legno, e aggiungetevi un bicchiere di vino bianco e uno di rosso. Metteteci sopra il coperchio e fate cucinare per un’ora e mezza o due, bagnando con del brodo se si asciuga troppo; alla fine, unire il fegato tritato.

Mettete i pezzi di gatto nel piatto, con il suo sugo, e portateli a tavola accompagnatoli con polenta calda.

Dite che é coniglio nostrano, allevato a erba e farinaccio, e vedrete che figurone farete.

Quando avranno ben mangiato e bevuto servite, assieme col grappino, la novità…

Questa ricetta è stata tratta da “La Cucina Vicentina” di Amedeo Sandri e Maurizio Fallopi.

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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  1. E’ terribile, ma ho scoperto che mio padre quando era giovane, adesso ha 77 anni, mangiava il gatto in prossimità del Natale.
    Quindi anche in Piemonte c’era questa orribile usanza.
    Poichè ho due gatti, la cosa mi ha fatto inorridire.

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  2. La storia dei gatti vicentini è nata per uno scherno verso gli ambasciatori della Serenissima, ancora quando la città era dominata dagli Scaligeri, cui furono serviti dei gatti da mangiare facendoli passare per conigli.
    Ma all’atto pratico, nei periodi di fame credo che la gente mangiasse gatto e ben altro, e non solo in queste zone.
    D’altra parte al giorno d’oggi siamo abituati a non mangiarlo perché è nelle noste case come animale da compagnia, ma la gente si fa ben pochi scrupoli per mangiare coniglio, pollo e quant’altro, che magari ha allevato personalmente.
    Io non ci riuscirei mai, se allevo un animale non riesco a vederlo come fonte proteica

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  3. Si continua a mangiarlo anche nel parmense, certo l’usanza non è molto diffusa, ma c’è ancora.
    Deriva, ch’io sappia, dai tempi della guerra quando non ce n’era e si mangiava tutto quello che era commestibile

    Smaoineamh

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  4. Mancano degli accenti o altri segni grafici per contraddistinguere la tipica E larga alla vicentina … peccato.

    Ci ho messo metà del pomeriggio per leggere tutti i tuoi nuovi post … mia figlia si lamenta.

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  5. @Smaoineamh: nel Palatinato, durante e dopo la Guerra dei Trent’anni, si dice che la gente fosse ridotta a mangiare carne umana per sopravvivere. Non so quanto sia una voce volta a screditare i teutonici o la verità, però: ma se la necessità di sopravvivenza è forte si arriva a passare sopra a molti tabù, religiosi, etici, morali, sociali o igienici che siano.

    ehm… e adesso, un accountino piccolo piccolo su splinder non te lo fai? Non serve nemmeno che lo usi o che tu ci faccia altro, è solo per togliere di mezzo questa dicitura di utente anomino dalla circolazione… guardala dal lato professionale: è antiestetica!

    @Loretta62: nemmeno io lo sono, anche se lo sono stato per anni.
    La mia dieta attuale è composta in prevalenza di formaggio, perché la cosa che faccio prima ad ingoiare quando arrivo a casa dal lavoro.
    Ma tra il non esser vegetariani e il mettere il gatto in pignatta “tanto per…” ce ne corre, esattamente come l’andare a caccia per passare il tempo, e mangiare la selvaggina come sottoprodotto del tempo libero.
    Una persona non ha ragione di sentirsi in colpa se per un motivo o per l’altro mangia anche carne, e sottolineo anche, se ha un comportamento equilibrato e responsabile nei confronti degli animali e della natura, quindi del mondo, in generale.

    @EligRapHix: eh, vero. Dovrei provare ad installare il font di Raixe Venete, ma dubito che poi splinder, o il pc di qualsiasi altro utente, lo riconoscerebbe.
    Pensa che all’inizio avevo avuto l’idea balzana di fare il blog trilingue, italiano, veneto e francese… poi mi rendo conto che mi farebbe perdere un sacco di tempo

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  6. La fame è una brutta bestia, e ci si fanno male i conti. comunque è solo questione di cultura, per esempio in giappone, al posto del gatto è il coniglio l’animale da compagnia, e loro naturalmente, inorridiscono al pensiero che noi ce lo mangiamo allegramente. in cina mangiano qualunque cosa respiri e cammini, mentre secondo racconto di un amico senegalese, nel suo villaggio sua madre alleva porcellini d’india e li lascia scorrazzare liberamente per la capanna dove vive tutta la famiglia…fino a che non sentono un languorino e allora zac, uno a caso finisce in pentola.
    non trovate che l’uomo sia il miglior esempio del suignificato della parola onnivoro?

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  7. @Aubade: è come i nostri vecchi contadini, che allevavano animali di ogni sorta ma il metterli in pignatta non gli faceva nemmmeno bau… mi fai venire in mente la scena di Fantozzi al ristorante giapponese con la Silvani e Pierugo 😉

    Onnivoro si, ma in senso ampio: manga -quindi distrugge- quello che tocca, e non sempre per trasformarlo in meglio.

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  8. sono un valdagnese e siccome quando vado in italia é estate non hó possibilità di metterlo sotto la neve.Ormai i gati a i gò persi de ocio,da giovane a ghi no magnà pìde un.Posseggo un esemplare del
    mangiare vicentino”di Falloppi”,

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  9. da queste parti i gatti li chiamavano cunì da copp (conigli di tetto); credo fosse un’usanza mooolto diffusa in tempo di guerra.
    riguardo ai cinesi, sapete perche’ i chow chow (razza canina selezionata in cina) hanno la lingua blu? per poterli riconoscere dal macellaio!

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  10. A me è bastato assaggiare il cammello in Tunisia, tanti anni fa … in realtà lo spacciavano per qualche altro animale, ma nessuno mi togli dalla testa che fosse cammello. Legnoso, disgustoso e immangiabile.

    Comunque per mangiare carni strane (almeno per me), gatti e cani a parte, basta andare in Sardegna e provare sa corda. Non ti dico cos’è, cercatela da solo su google (a meno che tu non abbia qualche visitatore sardo che ti può illuminare). Oppure, se non ami la carne (come non la amo molto io) e sei in vena di “formaggi” e/o cerchi un anestetico alternativo per qualche operazione in bocca, prova su callu. Cerca anche questo. Ora vado. Quest’ultimo commento mi ha fatto venire un po’ mal di stomaco.

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  11. @EligRapHix: guarda, quanto ad esperimenti mi è bastato anni fa mangiare carne di balena.
    Una sorta di salamella della misura di un sigaro, però marrone carruba, dura come il cemento armato e vagamente gommosa, con un puzzo di pesce stantìo da far accapponare i peli ai gatti che si sentiva nel raggio di venti metri.

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  12. Mia nonna lo chiamava Coniglio di Grondaia, e l’ha mangiato e cucinato in tempo di guerra. Per quanto sia curioso di ogni novità alimentare – anche l’idea di provare gli insetti non mi turba – l’aspetto affettivo ha il suo bel peso sulla questione. Non potrei fare a meno di pensare alla mia gattona, che di lassù mi manderebbe tanti di quei cancheri da far impallidire una cornacchia. Poi, be’, capisco che le circostanze hanno il loro gioco, perciò non mi metto a moralizzare o inorridire, però faccio un passo indietro di fronte alla pietanza in oggetto. Quando mia zia ha scoperto che quello che mia nonna serviva a cena non era coniglio, ha avuto uno shock. Adesso non riesce a mangiare neppure il coniglio autentico. Magari non arriverei a tanto, però eviterei volentieri l’esperimento…

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  13. @Reginadeitucani: è stato appunto il lato comico, quasi cabarettistico, della ricetta che mi ha fatto decidere di postarla.

    @anonimo: anonimo che suppongo essere giudappeso, giusto? Il mio punto di vista è lo stesso tuo.

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  14. E' buono, io guadagno poco e spesso acchiappo gatti randagi e piccioni e li metto in pentola. E ne vado pure fiero, svolgo un servizio, in famiglia si mangia carne fresca e buona e non chiedo sovvenzioni frignando come i teroni. Se vendo in giro un animalista mi mangio pure una fetta del suo culo.

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  15. Ciao a tutti, abito nell'alto vicentino, ai piedi delle montagne che portano sull'eroico monte Pasubio ed Asiago e il gatto l'ho mangiato 3-4 inverni fa.Non mi soffermo sulla qualità della carne e commenti del genere visto che potrei dar fastidio a qualche animo più sensibile.Penso una cosa però, che l'importante sia non buttare via il cibo, nel senso che l'importante per me è che le bestie non vengano uccise per poi magari nemmeno mangiarle. E' vero, il gatto è simpatico e affettuoso (delle volte), ma perchè probabilmente ha un modo di esprimerlo diverso dal maiale dal pollo dal manzo. Voi che mangiate la carne di manzo senza problemi e inorridite al sentir di persone che mangiano gatto, avete mai sentito quando caricano i buoi che vanno al macello? Avete mai sentito come urlano per farli caricare (e non è perchè li maltrattano per caricarli, ma perchè hanno capito dove vanno)? Avete mai viso cosa c'è prima della vaschetta del vostro magro petto di pollo che prendete al supermercato?Direi che prima di disgustarsi per il gatto è meglio essere vegetariani e poi parlare altrimenti si rischia di razzolare veramente male…

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