Sottili nuances

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Un mio vecchio amico una volta disse:

“Tutti sono capaci di andare a letto con un uomo, ma per essere gay devi anche farti piacere la Raffa [Carrà], l’Amanda [Lear],l’Orietta [Berti] e tutta quella roba lì… non è mica facile”

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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  1. Lo sono e non lo sono, basta che guardi la popolazione media ai concerti della Ciccone o di Elthon John, per esempio. Da un lato è chiaro che alcune star investono molto su noi come nicchia, la Oxa ha sempre cercato di prendersi una robusta quota di fan gay, e c’è riuscita solo in parte. Dall’altra ci sono cantanti, o gruppi, che pur senza fare nulla sono stati elevati a miti dell’olimpo omosessuale, e che dopo hanno sfruttato per bene la loro posizione anche a livello sociale, dando una mano nella causa per i diritti civili. E parlo di cantanti come di attori, per esempio Elisabeth Montgomery (Samantha, in Vita da Strega); poi c’è il caso contrario, come Cher, che era tutta felice che le comprassimo milioni di dischi, ma appena sua figlia s’è confessata lesbica ha fatto un casino della malora.
    Siamo anche noi stessi a seguire gli stereotipi, tante volte, per pochezza di spirito; molti delle giovani generazioni si vestono in determinate maniere ed adottano determinati atteggiamenti perché “i gay sono così” (approssimativamente sul modello delle finocchie che nelle trasmissioni dalla Maria Filippa fanno finta di cantare e ballare): vista la mia esperienza diretta, posso dire che non hanno capito un accidenti, ma che probabilmente hanno problemi di personalità, nel senso che non ce l’hanno proprio. Ragazze, noi siamo talmente affezionati a certi settarismi che abbiamo perfino i locali selettivi, si sa che se cerchi un orso non vai in un bar dove vanno le modaiole e così via: è un po’ un tirarci la zappa sui piedi da soli, per così dire.
    Forse molti richiami dello spettacolo possono passare attraverso i sogni che ci trasmettono: Wanda Osiris faceva sognare gli uomini, ma i suoi boys facevano sognare i compassati signori che ufficialmente andavano a vedere lei e in realtà guardavano loro; molti sono ancora grati alla Wanda, e infatti è tra le icone del camp; come Yma Sumac, che non ha mai avuto nulla a ce fare col movimento gay ma che è un prototipo della diva divina, come una più nota Bette Davis.
    Io stesso, pur non essendo un tipo trendy fashion, e assolutamente non modaiolo, quando ho scoperto gli ABBA non li ho mollati più, fin da piccino avevo la fissa della Raffa, in compenso la Ciccone mi fa due palle come una casa ed i Queen anche, preferisco Loretta Goggi alla Strabelli, Offenbach a Monteverdi.
    Forse il minimo denominatore comune è la baracconaggine: fatta salva l’eccezione dei melomani e dei metallari, è sempre musica abbastanza caciarona che ci attrae in prima istanza, poi magari si studia e si approfondisce di più un autore invece di un altro.

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  2. Carinissima la frase! Le cosidette icone gay ok, ma non tutte! ascoltare solo quelle diventa mortificante… i miei estremi sono Milva e Patty Smith, Offenbach pure per me ma anche Stravinsky, Spagna e i Litfiba… ecc…

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  3. @orangecat: E non solo ascoltarle. Ci sono quelli che guardano solo i film di Barman, o che leggono solo David Leavitt… del resto siamo una categoria bravissima a ghettizzarsi da sola, se pensi al modo in cui sono frequentati i locali.
    Ragazzi, che due maroni: non si può passare tutta al vita a correre dietro agli stereotipi e poi lamentarsi che il resto gente ha una visione errata.

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  4. non si può passare tutta al vita a correre dietro agli stereotipi e poi lamentarsi che il resto della gente ha una visione errata

    sono convinta che tu non sia così
    🙂
    baci

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  5. @Yzma: spero sinceramente di no. Ho impiegato anni per capire quale fosse la mia vera personalità, e non nemmeno son sicuro di aver scoperto tutto: figurati se mi vado a sacrificare volontariamente sull’altare dell’icona altrui.
    E poi ho cose più importanti da fare nella vita che occuparmi delle mutande di Dolce e Gabbana…

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  6. sull’autoghettizzazione ci sarebbe da aprire un libro.
    è un argomento sul quale riesco sempre a discutere.
    Sulle icone (spettacolo e musica, soprattutto) avevo sentito una volta Canino, mi pare, che le motivava, e mi trovava d’accordo tutto sommato.
    Donne che avevano fatto parlare di loro, per coraggio nel vestirsi o nel condurre la propria vita, una certa libertà di pensiero, un (in qualche modo) non essere omologate.
    Ecco, che poi è strano che parta invece la venerazione di massa.
    Credo sia un discorso un po’ lungo da fare qui, nei commenti.
    In un certo modo capisco anche se pare agli opposti: è motivo di aggregazione, chissà.
    Cosa ne pensa lei?

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  7. Ciao Snef, personalmente trovo sempre più difficile capire la necessità che abbiamo (Abbiamo noi, intendendo il genere umano in senso ampio e generalizzato) di classificare tutto persino noi stessi con nomi ed etichette. Eppure da sempre questa cosa ci accompagna e gioca un ruolo importante in emarginazioni, razzismo, guerre di religione, guerre di stato, guerre di sport. eppure ancora oggi non riusciamo a vedere che nella frase “tutti gli uomini sono uguali” c’è molto più delle implicazioni razziali o legate a considerazioni religiose o a condizioni sociali. vi è (o meglio, io ce la vedo) una verità così semplice ed ovvia da essere banale: semplicemente, siamo tutti uomini. questa dovrebbe essere, ritengo, l’unica classificazione. che poi a qualcuno piacciano gli uomini o le donne, la pasta o il riso, bhe, sono gusti personali e tanto per usare un’altra frase fatta De Gustibus non Disputandum Est. comunque il tuo amico aveva ragione, tutti sono capaci di andare a letto con un uomo, ma alle donne meglio che ad altri!!! hehehe!!! ;P

    Lucas

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  8. @ziacassie: sono d’accordo sull’icona come modo di aggregazione; ognuno di noi ha i propri eroi e le proprie simpatie, poco importa che si tratti di Paperino, della Carrà, dell’imperatrice Elisabetta d’Austria o di Star Trek: una volta capito che qualcosa o qualcuno ci piace cercheremo sempre di condividere la nostra passione con altri, sia facendola conoscere a chi ci sta accanto sia cercando amici tra chi ha i nostri stessi interessi. Va da sé, l’uomo è un animale sociale, cerchiamo il branco. Il problema però nasce quando uno vive solo attraverso le sue passioni ed i suoi personaggi.

    Le donne che diventano nostre icone (gli uomini latitano, e i pochissimi sono gay, come Freddy Mercury per esempio) sono, come fai notare giustamente, persone che si sono poste al di fuori degli schemi, andando contro l’omologazione, coscientemente o meno: la prima che mi viene in mente è Donatella Rettore, ma possiamo pensare anche ad Oscar Wilde oppure a Mae West.
    Poi andrebbe fatta una distinzione tra le icone del camp e quelle gay, che non sono esattamente la stessa cosa.

    @Aubade: forse la necessità che abbiamo nasce da una paura fottuta di essere soli; magari accompagnata da un’altra che le va subito appresso: quella del diverso.

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  9. adesso lei mi deve spiegare una cosa, perchè ho provato a prender tempo e vedere intuivo cosa volesse dire, ma visto che ieri sera me lo sono ritrovato in un libro di Bennet (che secondo me lei conosce, Bennet non il libro): cosa significa “icona del camp”?

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