La Belle Hélène

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Dopo aver visto, ascoltato, sentito e goduto La Grande-Duchesse de Gérolstein, ecco che sbarco sullo stesso cast (Dame Felicity Lott, Yann Beuron, Francois Le Roux, e Minkowski che dirige Les Musiciens du Louvre); questo lavoro è andato in scena nel 2000, mi pare al Théâtre du Châtelet di Parigi.

Ritrovo qui tutto il ritmo scoppiettante e la divertita follia degna del miglior Offenbach, degna di quell’opera che è stata definita “la grammatica dell’operetta”, nella quale Offenbach, Meilhac e Halévy fecero la festa agli anacronismi volontari e, come loro abitudine, misero alla berlina i costumi dell’epoca, questa volta sotto la maschera dell’antica Grecia: i re della Grecia in pipa e pantofole che giocano al gioco dell’oca o si dilettano di enigmistica; Oreste che cazzeggia amabilmente in giro per localini equivoci con delle peripatetiche (vulgo: puttanoni); Elena che ha una voglia di darla via che si ammazza, ma fa la timida e la borghese, per poi salvarsi tutte le volte per il rotto della cuffia dicendo che è colpa della fatalità (c’est la main de la fatalité qui pèse sur moi!); Venere che manda a Calcante una lettera di presentazione per Paride, lettera affrancata con un francobollo di Citera che Calcante conserva per una collezione; lo stesso Calcante che usa gli effetti speciali per fare gli oracoli; Achille che calza stivaletti col tacco blindato; tutta la corte che va al mare, e così via.

Dopo anni ed anni di versioni amputate per i motivi più diversi, ecco finalmente un’edizione integrale, che vede comparire arie che di norma non vengono nemmeno inserite a teatro, oltre che nelle versioni discografiche. Mi trovo così un’aria che Paride canta prima del duetto del sogno nel II atto, e vediamo ed ascoltiamo tutto quello che succede nella scena del gioco dell’oca, sempre nell’atto II.
Memorabili i finali dei primi due atti: quello del primo è il famoso “Parti per Creta”, le cui note ci accolgono fin dall’attacco dell’ouverture e che con le loro incredibili capriole ci fanno capire subito il clima dell’operetta; l’altro è un trascinate valzer che finisce nel turbinìo, e nel quale troviamo un eclatante esempio di una delle idee migliori di Offenbach per suscitare il riso: sovrapporre alla musica seria, o ad una scena drammatica un testo assolutamente idiota o dei giochi di parole per onomatopee e assonanze, Paride è “[…] un vile vile vile vile vile […] che […] file file file file file […] perché tutti sentono la […] bile bile bile bile bile […] montare.

Felicity Lott fa sfoggio di una voce in grado di fare tutte le evoluzioni acrobatiche possibili ed immaginabili che la partitura della Bella Elena le prescrive, a volte quasi insostenibili, e padroneggia un francese perfetto, perfino un po’ parigino, a differenza di una Jessye Norman, ottima soprano che nella versione di Plasson al Capitol de Toulouse ha dato un grande lustro ad una delle arie più mozartiane di Offenbach (“L’homme à la pomme”), ma che ha un forte accento inglese (qualche cosa come: sé la méin de la fatalitéi qui pè-sse siùr muà!).
Michel Sénéchal nel ruolo di Menelao è favoloso, d’altronde è un tenore di vecchia scuola e un veterano dell’operetta di Offenbach, i suoi ruoli vanno dall’Orfeo di Orphée aux Enfers al Don Pedro de Hinoyosa de La Périchole al Raoul de Gardefeu de La Vie Parisienne, solo per citarne alcuni.
Yann Beuron in Paride mi fa lo stesso effetto che nel ruolo di Fritz nella Grande-duchesse e di Orfeo in Orphée aux Enfers: nulla di speciale, niente a che vedere con l’esibizione e l’interpretazione della Lott.

Continuo a rimpiangere che in Italia non mettano quasi mai in scena spettacoli del genere, che l’operetta sia un genere desueto, relegato a una manciata di titoli, e quasi sempre esclusa dai grandi teatri: Vedova Allegra, Cin-Ci-là, Paese dei Campanelli… e che palle!

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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  1. Un piacere leggere questa recensione.
    Custodisco amorevolmente il dvd con Felicity Lott e ho scaricato da intern-ehm, legittimamente acquistato la registrazione con Jessye Norman: anche a mio avviso la prima è nettamente superiore alla seconda.

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  2. @Watkin: si, confermo. La Norman mi piace molto, ma qualcosa nella regia e nella scelta di alcuni tagli alla partitura mi lasciano un po’ così, per quanto Plasson sia oserei dire specializzato nel repertorio dell’Offenbachiade.
    Semmai tralascia la versione di Marty, con una Danièle Millet molto sciacquetta e un Charles Burles più segaiolo che seduttore, ed evita come la peste quella di Gérad Calvi, che ha stravolto la partitura al punto che uno potrebbe anche stare ascoltando "La Marianna che la va in campagna" e non accorgersene.

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