Marie-Madeleine-Marguérite d’Aubray, marquise de Brinvilliers

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Nella Francia del Secolo d’Oro, del Re Sole, delle Sévigné, dei Saint-Simon, delle Montpensier e dei Lauzun, dei La Fontane e dei Colbert, la marchesa de Brinvilliers non è certo una figura di grande rilevanza storica o politica, ma fu all’origine di una serie di eventi che fece tremare Parigi e tutto il regno.

Marie-Madeleine d’Aubray nasce il 22 luglio 1630, quinta figlia di Antoine Dreux d’Aubray, signore di Offémont e di Villiers, luogotenente civile di Parigi, luogotenente generale delle miniere di Francia, mâitre de requête. Tanto quanto il padre fu di costumi tradizionalisti e severi, la figliola si rivelò ben presto avere un temperamento inquieto, piuttosto ribelle ed incline ai piaceri, affamata di sesso e probabilmente ninfomane. Ad un’età inferiore ai sette anni indulgeva in giochi erotici con uno dei fratelli (dalla sua confessione non si riesce a dedurre quale, ma di certo uno dei due che saranno con lei parte nella vicenda ed ai quali riserverà le stesse attenzioni anche da adulta); passati i sette anni perde la verginità con un non bene identificato ragazzetto, forse un valletto di casa: non lo sapremo mai (e forse non se lo ricordava neanche lei); ma non si faceva mancare parentesi lesbiche (“[…] mi accuso posuisse virginiculam super me […]”); sempre nella sua confessione, con alcuni passaggi pudicamente riportati in latino dai compilatori (si sa che fare latinamente il porcello è più socialmente accettabile) ci dicono che la pulzella, o meglio la ex pulzella, in età adolescente faceva allegramente sesso con il fratello tre volte la settimana ed indulgeva in pratiche solitarie, testualmente “[…] quattro o cinquecento volte […]”… immagino non fossero ogni settimana anche queste perché non credo che potesse avere tutto quel tempo libero, povera stella: nella corrispondenza di madame de Sévigné li troviamo definiti come “i peccatucci” di mademoiselle d’Aubray.

Crescendo in un ambiente dove di amore ce n’era ben poco, dalla madre che non viene mai citata al padre austero e distante, arriva ai 21 anni, età in cui si pensa di maritarla con un emerito sconosciuto, Antoine Gobelin marchese de Brinvilliers, discendente di un tintore che nel XVI secolo riuscì ad avere un marchesato: pur essendo un ufficiale di cavalleria, e discendente di personaggi di valore nell’esercito di Francia, il solo fatto per cui conosciamo il nome di Antoine è che fu l’insignificante marito della d’Aubray: una volta vedovo sparirà dalla scena così silenziosamente come vi era comparso.
Lei, piccina, rotondetta e morbida, con capelli castani ed occhi azzurri, sognava un matrimonio come tutte le ragazze dabbene dell’epoca, non certo per amore o interesse per il marito. Lui, affascinato dallo spirito di Marie-Madeleine, e dalle 150000 livres di dote cacciate dal vecchio d’Aubray, la impalmò. Non sarà un matrimonio modello: lui giocatore accanito, entrambi mani buche ed entrambi dediti all’adulterio, impiegheranno ben poco ad avere difficoltà economiche. Durante gli anni del matrimonio Marie-Madeleine avrà cinque figli, tre maschi e due femmine, ma ciò non cambierà nulla allo stile di vita della coppia, peraltro il marchese non è padre di tutti i rampolli, ma solo di due.

Che sia stato per interesse, per idiozia, o per pura sfortuna non lo sapremo mai, ma fu lo stesso Brinvilliers ad introdurre in casa propria come amico l’altro protagonista della nostra storia: Jean-Baptiste Gaudin de Sainte-Croix, avventuriero e millantatore che divenne su due piedi l’amante di Marie-Madeleine, e lo rimase fino alla propria morte, quattordici anni dopo. Gaudin, per ammissione della stessa madame de Brinvilliers, è il padre di due dei cinque figli della marchesa: due suoi, due del marito, quello che avanza è di un cugino del marito, col quale “[…] peccai circa duecento volte […]”.
Dreux d’Aubray si preoccupava del buon nome della famiglia e, soprattutto, del patrimonio: vista la pericolosità di Sainte-Croix lo fece imbastigliare, e mal gliene incolse: fu proprio nel soggiorno nella fortezza che il sedicente cavaliere conobbe un altro singolare figuro dell’epoca: un italiano di nome (forse!) Niccolò Essili o Eggidio, ma che in Francia era noto col nome di Exili; costui era il chimico della regina Cristina di Svezia, non si sa bene perché fosse rinchiuso alla Bastiglia, ma di certo poté dare a Sainte-Croix qualche rudimento della sua arte; la leggenda vuole che gli facesse conoscere i veleni dei Borgia e dei Medici ma onestamente sembra essere uno dei soliti luoghi comuni seicenteschi che volevano tutti gli italiani avvelenatori di professione.

L’incarcerazione di Sainte-Croix fece uscire dai gangheri Marie-Madeleine che, orgogliosissima e puntigliosa sul proprio onore, non perdonava al padre l’affronto infertole, il quale stava anche lesinandole i quattrini, oltre a farle sentire i morsi della sua lussuriosa fame; ricordiamo che la piccola marchesa diede fuoco ad una sua fattoria che stava per esserle sequestrata dai creditori per puro spirito di vendetta sugli stessi. Sainte-Croix le fornì i mezzi per vendicarsi del padre: la conoscenza di Cristophe Glaser, chimico, farmacista (tra i suoi clienti annoverava Luigi XIV e Monsieur, peraltro) gli fece affinare le nozioni avute da Exili, e lo introdusse all’arte di preparare veleni; a tale scopo organizzò un piccolo laboratorio di alchimia nel quale faceva esperimenti, e i cui prodotti venivano testati dalla marchesa, verificandone efficacia e scarsa rintracciabilità. La leggenda nera che aleggia su madame de Brinvilliers vuole che girasse per gli ospedali distribuendo cibo, dolcetti, biscotti e vino ai malati che poi morivano tra atroci dolori: questo non è mai stato provato, e considerando le condizioni igieniche molto fantasiste e pressoché inesistenti degli ospedali dell’epoca è più facile che i motivi delle morti fossero da cercare altrove. È più probabile che alcuni esperimenti fossero stati tentati sui domestici della marchesa, secondo alcune testimonianze del processo.
Marie-Madeleine inizia a prendersi cura della salute del sessantaseienne padre, che di suo già era cattiva, e lo fa dandogli assieme alle medicine prescritte dai medici le produzioni del laboratorio di Sainte-Croix: in otto mesi il vecchio d’Aubrary non trovò mai giovamento nelle cure, ed alla fine morì grato alla figlia che si prendeva cura di lui… corsero pettegolezzi per Parigi, ma nessuno vi prestò orecchio; passando dalla lussuria all’avidità alla vendetta al punto d’onore, la marchesa non trascurava tuttavia di andare a confessarsi ed a comunicarsi: ovviamente non sappiamo che cosa raccontasse al parroco, ma sarebbe bellissimo poterne venire a conoscenza. Tuttavia Marie-Madeleine si accorse che la morte del padre non le dava alcun vantaggio pratico, visto che l’eredità di famiglia era controllata dai fratelli, nel frattempo diventati uno luogotenente civile e l’altro consigliere al Parlamento. Il maggiore, per giunta, voleva far imbastigliare nuovamente l’amante della sorella, il quale amante dal canto suo la ricattava per delle cambiali in suo possesso che lei gli aveva rilasciato. Per consolarsi lei si giostrava le grazie del cugino del marito, il marchese de Nadaillac, di un cugino suo, stavolta (circa trecento volte), di un servitore di nome La Chaussée e del precettore dei giovani Brinvilliers, tale Briancourt. Madame de Sévigné ci dice che madame de Brinvilliers voleva anche sposare l’amante, che non ne voleva sapere, per cui lei avvelenava il marito lentamente, tutti i giorni, mentre Sainte-Croix provvedeva a somministrargli l’antidoto.

Marie-Madeleine, d’accordo con il valletto La Chaussée, inizia ad avvelenare i fratelli, e probabilmente cerca di avvelenare anche la sorella che riprovava la sua scarsa moralità: intorno ad aprile 1670 si ha notizia dei primi problemi di salute dei due giovani d’Aubray, il maggiore muore il 17 giugno, il cui corpo puzzava al tal punto che durante gli ultimi giorni i medici non riuscivano ad avvicinarlo; il 2 settembre dell’anno successivo muore l’altro fratello, il consigliere al parlamento. E tutte queste morti ravvicinate e simili fanno correre dicerie, più o meno ispirate, per Parigi e la moglie del fratello maggiore chiese l’autopsia: ne risultò che il fegato era ridotto ad uno stato poltiglioso e che stomaco e duodeno erano neri e malridotti.
La marchesa perde il controllo, forse per troppa sicurezza, e racconta certi particolari sui veleni e sul modo di usarli al Briancourt, durante alcuni dei loro incontri amorosi. Lui ha paura, lei decide di ucciderlo, e ne incarica Sainte-Croix; convoca Briancourt una notte, mentre l’altro lo attende col pugnale nell’alcova della donna; incredibilmente lei si pente sul più bello e lo lascia fuggire, lui poi riparerà altrove, aspettando gli eventi.

Eventi che non tardano a verificarsi: il 30 luglio del 1672 salta in aria il laboratorio di Sainte-Croix, che muore nell’incidente. Gli inquirenti troveranno tra le rovine, nascosta tra storte, alambicchi e provette in pezzi, una cassetta che conteneva le lettere dei due amanti ed un diario con la confessione di Sainte-Croix che accusa Marie-Madeleine di una lunga serie di crimini, compreso il suo omicidio: evidentemente lui non si aspettava nulla di buono. Ma la polizia esitava ad arrestare una nobile, per timore di scandali, e la longa manus della legge si impadronì di Jean Hamelin detto La Chaussée, denunciato dalla vedova del maggiore dei d’Aubray. Il quale all’inizio negò tutto, ma la testimonianza della vedova di Sainte-Croix lo inchiodò, e la tortura gli sciolse la lingua; pagherà il suo debito con la giustizia finendo arrotato.

Madame de Brinvilliers cerca di recuperare la cassetta dell’amante, ma invano: vista la mala parata decide di scappare in Inghilterra, sola, raminga, senza amici, senza un soldo e ridotta alla fame. Il 24 marzo del 1673 viene condannata in contumacia per il triplice omicidio di padre e fratelli, la pena è la decapitazione; la Francia cerca di ottenerne l’estradizione, ed alla fine l’Inghilterra cede, ma Carletto II Stuart ha già abbastanza guai di suo, e per temporeggiare accetta a patto che sia arrestata da agenti di polizia francese (che a Londra non ci sono). Mentre le polizie dei due regni parlottano tra di loro la marchesa ripiglia la fuga, e ripara in un convento di Liegi dove, in virtù delle leggi dell’epoca dovrebbe essere al sicuro, perché lo Stato della Chiesa non aveva obbligo di estradizione; ma si sa che il destino è un burlone, e mette sul cammino di Marie-Madeleine un agente di polizia che risponde al nome di François Desgrais (che peraltro aveva già arrestato Exili dopo che era uscito dalla Bastiglia per estradarlo in Inghilterra). Desgrais riesce ad arrestare la marchesa il 25 marzo 1676, col consenso delle suore e delle autorità di Liegi. Sotto il suo letto troverà una cassetta contenente dieci fogli manoscritti di madame de Brinvilliers: la sua confessione; la donna tenta il suicidio, tramite un bastone che madame de Sévigné ci dice che Marie-Madeleine si era infilzata “[…] non in un occhio, non nella bocca, e nemmeno in un orecchio, e nemmeno nel naso, e nemmeno nel posto dove lo infilzavano i Turchi […]”; Caumartin disse che come Mitridate si era immunizzata, data la sua lunga esperienza di bastoni.

Il processo vede la marchesa a confronto con la cognata, con Briancourt ed altri testimoni, e nonostante venga letta in aula la confessione rivenuta da Desgrais, Marie-Madeleine è lo stesso sottoposta a tortura: si applica la tortura dell’acqua, la cosiddetta “Question donné avec l’eau“; il condannato veniva legato su di un cavalletto, e l’acqua veniva fatta ingerire a litri forzatamente, la tortura poteva essere ordinaria (cavalletto alto circa 60 cm e 4 bricchi di acqua per un totale di 6 litri) o straordinaria (cavalletto di oltre un metro e 12 litri d’acqua). La marchesa le subì entrambe. Da notare che in caso il reo avesse deciso di confessare durante la tortura sarebbe subito slegato ed ascoltato; poi però gli sarebbe stato inflitto lo stesso il rimanente del trattamento, fino alla fine dell’acqua prevista.

La marchesa di Brinvilliers muore decapitata sul patibolo, come da sentenza precedentemente emessa, avendo fatto ammenda dei suoi peccati ed essendosi accostata alla religione pochi giorni prima di morire, spinta dall’abate Pirot.

Dalle lettere di madame de Sévigné:

Venerdì, 17 Luglio 1676

“[…] È finita: la Brinvilliers è nell’aria; il suo povero corpicino, dopo l’esecuzione, è stato gettato in un gran fuoco, e le ceneri al vento; in modo che noi la respireremo, e per la comunicazione degli spiriti, saremo presi da qualche umore avvelenante, di cui tutti ci meraviglieremo.

Il Processo è finito ieri […] fino alle cinque di sera ha raccontato la sua vita, spaventevole ancor di più di quello che si pensasse: ha avvelenato dieci volte di seguito suo padre (non poteva venirne a capo), i suoi fratelli e molti altri. Dopo questa confessione non si è tralasciato di applicarle la tortura ordinaria e straordinaria, ma non ha detto nulla di più […]

Alle sei è stata condotta in camicia con la corda al collo a Nôtre-Dame, per fare l’onorevole ammenda; poi l’hanno messa nello stesso carretto dove io l’ho veduta, gettata supina sulla paglia, con una cuffia bassa, in camicia; da una parte c’era un medico, dall’altra un carnefice: in verità era uno spettacolo che mi ha fatto fremere […]

Montò sola a piedi nudi sulla scala e sul patibolo, ed in un quarto d’ora fu rasata, girata e rigirata dal carnefice: vi fu un grande mormorio per questa crudeltà. L’indomani si cercavano le sue ossa: il popolo la credeva una santa […]”

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