Diario di viaggio, capitolo terzo: la finocchia dell’Orto e George & Mildred

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Programma della giornata: visitare la cattedrale di Saint-Louis a Versailles, l’Orto del Re, poi andare diretti a Rambouillet per vedere il castello, già padiglione di caccia di Luigi XVI ed ora residenza del presidente della Repubblica.

Dapprima la cattedrale, bella chiesa rococò nella quale, tra le altre cose, si celebrò la messa all’apertura degli stati generali nel 1789; nel frattempo si son fatte le dieci ed ha aperto il Potager du Roi, l’orto che serviva la reggia e che fu iniziato nel 1678, usando tecniche (acquedotto sotterraneo, sistemi avanzati per la maturazione, e così via) innovative per allora, e forse anche per adesso, che permettevano di avere frutta e verdura anche fuori stagione, come le fragole a gennaio.

Attualmente è anche sede della scuola superiore nazionale del paesaggio, e tuttora produce una cinquantina di tonnellate di frutta verdura che si possono trovare in vendita per pochi soldi alla bottega dell’Orto. Noi, spinti dalla curiosità, ci siamo comprati lo spuntino da fare in treno: pomodori (senza infamia e senza lode), delle pere (leggermente acerbe ma buone) e delle mele che ho voluto provare lo stesso, nonostante il ragazzo dietro al bancone mi avesse detto che erano buone solo da far cotte.

Il ragazzo in questione era un soggettino peculiare: molto caruccio, ma aveva addosso sei anelli alla mano destra, otto o nove bracciali al polso destro, il sinistro era un po’ più sguarnito perché indossava solo un orologio con un cinturinone di pelle nera alto almeno otto centimetri, e tre anelli alla mano sinistra e sfoggiava una canotta da spiaggia color susina. Non era un dark o un emo, era solo un’allegra finocchia dell’orto addobbata come la Madonna di Loreto nei giorni di processione.

Per arrivare a Rambouillet bisogna prendere il treno, per cui si avvia con la nostra calma; passando davanti ad una vetrina di un antiquario Ale nota una statua orribile: un mezzo busto di donna, con un viso notevolmente brutto, il corsetto tale da far traboccare delle enormi tette di marmo, gli occhi bovini e la bocca spalancata a forma di “O”, con tanto di foro (mi lascia supporre che fosse un mascherone da fontana).

Ale: oh guarda, c’è una che fa pompini di marmo

Mauro: semmai è una di marmo che fa pompini: di quelli, di marmo non li fanno.

Arriviamo a Rambouillet, nella speranza che non ci siano la Carlà e Sarkò perché altrimenti sarebbe saltata la visita; ci accoglie la bigliettaia, e nessuno dei due riesce a capire bene che cosa dica per due motivi: uno è che il nostro francese è un po’ arrugginito, l’altro è che la signora non parla: gorgoglia sottovoce… Ale sospetta che sia per mancanza di dentiera, fattostà che noi abbiamo capito solo un “comme vous voulez” e le rispondiamo un diplomatico “Ah oui, merci madame”. La signora ricordava un po’ la signorina Rottermeier di Heidi, ma era meno imponente: tubino nero, camicetta bianca, capelli brizzolati raccolti con dei ciapparini, gigantesco mazzo di chiavi del castello alla cintura.

Mentre paghiamo i biglietti getto un’occhiata alle spalle della signora e vedo un sacco di gente, mi giro e mentre sto per dire ad Ale: “Hai visto che c’è la coda anche dall’altro lato dell’ufficio?” mi accorgo che sto guardando in uno specchio; non pago di ciò, cinque minuti dopo noto un manifesto e mi chiedo perché ci sia una piantina dell’Africa appesa lì, poi leggo bene e non era l’Africa, ma la pianta del dipartimento di Yvelines, dove ci trovavamo in quel momento. E via!

Essendo residenza presidenziale non si possono fare foto, salvo che nel giardino in occasione di matrimoni e previo pagamento dì una tassa di 110 € da versare a non so più quale sovrintendenza dei musei di Francia. E non vedi tutto il castello, ma solo quello che la guida ti lascia vedere, come ci ha detto: ”Al momento siete miei prigionieri e non posso perdere di vista nessuno di voi”. La demoiselle non sapeva con chi aveva a che fare! Con noi c’erano due turisti inglesi che sembravano un remake di George e Mildred (con la sola differenza che lei non aveva la cofana bionda ma castana scura), e la prima cosa che ha fatto la nostra Mildred è stato di allontanarsi dalla sala d’attesa per andare in cerca di un bagno per riempire la boccia dell’acqua: noi intanto in sosta un quarto d’ora ad aspettare che la guida la riportasse all’ovile; dopo venti minuti nuova sparizione della Mildred, che s’è infilata in una porta del giro scale e nuova sortita della guida che aveva l’espressione da “Occhio che ti aspetto fuori” appena l’ha ritrovata.

Noi abbiamo iniziato a sospettare che George e Mildred fossero due spie sovietiche in missione segreta.

Il castello è bellissimo, forse perché rispetto a quelli più moderni (tra virgolette) ha più un aspetto da castello delle favole, con la torre trecentesca e le guglie; la Foresta di Rambouillet è sempre stata un dominio di caccia e lo è tuttora, abitata da cervi, daini e così via. Luigi XVI amava molto venire a cacciare qui, e decise di acquistare a titolo personale il castello dal cugino Duca di Penthièvre per la comodità, invece che andare a dormire al castello di Saint-Hubert fatto costruire da Luigi XV. Marie-Antoinette non lo amava, vedendolo la prima volta disse “Comment pourrais-je vivre dans cette gothique crapaudière!” [Come potrei vivere in questa gotica tana di rospi, NdMauro]. Luigi, allora, le fece costruire in segreto la Latteria, che rimane uno dei punti fermi della visita, assieme alla Chaumière aux Coquillages, un piccolo padiglione edificato dal Duca di Penthièvre per la nuora, la Principessa di Lamballe: all’esterno somiglia molto alle case dell’Hameau di Trianon, ma il salotto è interamente decorato con conchiglie d’ogni forma, con una ricchezza ed una profusione ineguagliabili; nell’altra stanza, il boudoir, non siamo potuti entrare per problemi di statica (pare che il pavimento traballi e rischi di cedere), ci siamo dovuti limitare a guardarla da fuori. La guida ci ha detto che negli armadi erano stati inseriti degli automi, per cui ogni volta che si apriva una delle porte ne usciva un braccio che porgeva i cosmetici o quant’altro alla Lamballe.

La chaumière e la latteria distano circa un km e mezzo dal giardino del castello, da fare scarpinando nel parco: ci sono due segnali stradali che le indicano, c’incamminiamo e li seguiamo. Ad un certo punto io vedo un viale che va dritto, tagliando gli altri due.

Mauro: ma se tagliamo di qua risparmiamo la curva ed arriviamo prima.

Ale: sei sicuro? Non è che ci perdiamo?

M.: no, dai. Quella è la strada per le macchine, noi andiamo a piedi.

Risultato: due chilometri e passa di strada in più, sbagliata, per poi riprendere e tornare al bivio da cui eravamo partiti e rifare la strada esatta. Più o meno 4 km in totale per arrivare alla Latteria e vedere che… davanti all’ingresso sboccava un viale che partiva dal punto in cui c’eravamo girati per tornare indietro. Il mio senso dell’orientamento migliora di giorno in giorno. La pazienza del mio uomo anche.

Per questa seconda visita non avevamo la stessa guida che ci aveva accompagnati nel castello, qui era un bel ragazzo moro, alto, discretamente manzo ma che sembrava conoscesse poco le cose che ci descriveva. Da come parlava sembrava recitasse a memoria un pezzo, e ogni volta che s’interrompeva doveva ripigliare il filo con fatica. Mentre noi stavamo sbrodolando nel salotto di conchiglie, una bimba che era nel gruppo vede la foto di un quadro sul camino, è il ritratto di una dama con un’enorme parrucca con delle rose.

Bimba: mamma, chi è la signora della foto?

Manzo-guida: è un ritratto di Marie-Antoinette

Ale (con una faccia indignata, da delitto di lesa maestà): eh no, è la Principessa di Lamballe

Manzo-Guida: ah, non saprei. Mi avevano detto che era la regina

Ale: si fidi.

Poi, a parte mi aggiunge: “Volevo dirgli: ma non vedi le rose?”. Questo perché in tutti i ritratti la Lamballe è invariabilmente raffigurata con delle rose nella pettinatura; tante o poche, ma sempre e solo rose. Ignoro il motivo, forse le piacevano molto.

Abbiamo approfittato dell’attimo in cui il Manzo-guida andava a rimettere l’allarme per scattare la foto dell’esterno della Chaumière.

Finalmente, rientro a Versailles e cena in un ristorante indiano vicino alla stazione: non lo stesso dell’altro giorno, è sempre bene provare tutto di tutto; e giusto per seguire questa filosofia avevamo anche comprato al supermercato un po’ di bibite, prevedendo che il giorno dopo saremmo stati a zonzo per Parigi. Sullo scaffale vediamo una bottiglia d’acqua aromatizzata, quelle nuove trovate della Danone (che difatti aveva lo stesso logo di Linea Snella) e che doveva sapere di verbena e cedrina… a parte che c’era più gas in quell’acqua che sulla tangenziale di Milano in ora di punta (d’altronde mancava il sodio, qualcosa avran pure dovuto ficcarci dentro), sapeva di frizzina sgasata allungata col sapone dei piatti. Di odore che si avvicinasse a quando promesso neanche l’ombra.

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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  1. Meglio che scambino la Lamballe per Toinette che Madame Victoire per Toinette! Non ricordo chi, ma nel forum qualcuno aveva detto che la guida a Versailles lì aveva portati davanti alla vecchia zia spacciandola per la regina!

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  2. era solo un’allegra finocchia dell’orto addobbata come la Madonna di Loreto nei giorni di processione.

    🙂

    mi piace “ciapparini”!! ;o)

    e mi piace leggere di gemelli (miei)che “… se tagliamo di qua risparmiamo la curva ed arriviamo prima”.

    ihih 🙂

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