Diario di viaggio, capitolo quinto: il mercato pulcioso e la Duchessa d’Orléans.

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No, dico io: ma è mai possibile che due appassionati di mercati antiquari e ruma ruma generici si possano perdere il mercato delle pulci a Parigi? Naturalmente no! E allora, sabato mattina si parte in direzione della Basilica di Saint-Denis (che ospita la necropoli dei Reali di Francia fin dal X secolo), poi il poco lontano Marché de Saint-Ouen, mentre la sera era già in programma il giro al castello… ma come quale castello! Versailles, no? Ci siamo andati in vacanza apposta, diavolo! Giro al castello, dicevo, per i Grandi Appartamenti al calar del sole e le Grands Eaux notturne.

Altra levataccia, e non c’è di che sorprendersi se arriviamo a Saint-Denis una buona mezzora prima che aprano la porta della Basilica. Nessun problema, si fa colazione passeggiando per la città, ma con sommo sdegno scopriamo che quasi tutta la vita a Saint-Denis non si sveglia prima delle dieci del mattino: di aperti solo due baretti discretamente zozzi. Dirottiamo su un negozio di fornaio-pasticceria dove una ragazza iraniana ci riempie per pochi euri una sportina con delle brioches che grosse oltre due volte le nostre; le sbocconcelliamo andando verso la chiesa, e notiamo una cosa: oltre ad essere la città della Bella Addormentata, Saint-Denis ha anche la particolarità di essere abitata per la stragrande maggioranza da immigrati, quasi tutti africani di varia origine, e qualche sparuto cinese.

La chiesa ospita le statue ed i monumenti funebri di diversi reali delle tre stirpi: Merovingi, Carolingi e Capetingi, a partire da Dagoberto (morto nel VI secolo) per finire con Luigi XVI e Marie-Antoinette, così come i resti altre centinaia di principi e principesse del sangue di Francia, e di uomini illustri.
Durante la Rivoluzione le tombe reali furono profanate, i resti gettati in fosse comuni, poi piamente sistemati in un ossario durante la restaurazione per ordine di Luigi XVIII, che è anche l’ultimo re di Francia ad essere seppellito nella necropoli reale. Nella basilica erano anche custodite le insegne reali, ora troviamo solo gli ornamenti, falsi come Giuda, fatti fare da Luigi XVIII per il servizio funebre di Luigi XVI e di Marie-Antoinette. Alcuni esempi di scultura sono incredibili, come la tomba di Luigi XII e Anna di Bretagna, o le due tombe di Enrico II e Caterina de’ Medici, che la Cate fece realizzare dal Primaticcio: due, perché la prima ritraeva lei e il marito -ovviamente da morti- in una maniera talmente realistica che Caterina ne fu orripilata, e fece fare la seconda, in cui la morte fu addolcita, rendendola più simile ad un sonno.

Un monumento funebre che non amo particolarmente è quello di Luigi e della Maria, non perché sia una brutta scultura ma per quello che mi ispira.

Scolpito dietro orine di Luigi XVIII durante la restaurazione in occasione del servizio funebre per la sepoltura dei corpi del fratello e della cognata, irradia retorica ottocentesca da ogni angolo; è palese che il trippone gottoso avesse qualche cosa da farsi perdonare: giusto giusto l’aver fatto di tutto perché facessero fuori il fratello re, il nipote erede al trono ed accessoriamente la cognata per riuscire a poggiare l’augusto deretano sul trono di Francia una volta passata l’ebbrezza rivoluzionaria. C’è pure riuscito ma con qualche annetto di ritardo, prima ha dovuto fare spazio a Napoleone.
La scultura sfrutta l’aura del re martire, e nel contempo sembra gettare un’ombra sinistra sulla regina: mentre Luigi XVI è rappresentato in atto di pregare, a mani giunte, con l’abito della consacrazione, la corona e tutto il resto degli ammennicoli reali, Marie-Antoinette è contrita, porta un velo sul capo e indossa un abito d’uno stile che è diversi lustri posteriore alla sua morte, con una prorompente scollatura che mette in mostra due enormi tette che quasi debordano dal corsetto, con le braccia semiconserte che sottolineano ancora il petto, tanto che una mano è quasi appoggiata sul seno destro, come se fosse in atto di allattare o stesse dicendo “Aho! C’ho più tette della Brilli, viva viva la Ferilli!”: tutto l’insieme della statua della regina è stridente e stonato per una scultura a carattere religioso, destinata ad essere installata in una chiesa e che, almeno a parole, dovrebbe essere volta all’esaltazione del ricordo di una martire e che, al contrario, ne fa si e no una Maddalena Pentita da fiera del bianco. È come se Luigi XVIII avesse soltanto voluto insistere nuovamente e pesantemente sulla pessima fama di cui godeva la regina, fama costruitale inizialmente dalle zie del re (le figlie di Luigi XV) che l’hanno odiata fin da quando arrivò in Francia per sposare il Delfino, e al cui dilagare ha vegliato personalmente lo stesso Luigi XVIII, allora solo Conte di Provenza, per i propri scopi.
La nota romantica è che davanti alla regina c’era una rosa, ancora fresca, con un biglietto “Tutto a te mi guida”, prova che non siamo i soli ad occuparci di gente morta da secoli. [La frase era incisa in un anello che la Regina regalò all’amico Hans Axel von Fersen, NdMauro]

Noi siamo degli affezionati dei mercati antiquari, perché quando si ha un hobby come il nostro è una conseguenza naturale girarne il più possibile in cerca di libri, pertanto subito dopo visitata la basilica si va al Mercato delle Pulci, a Saint-Ouen: non è il solo che ci sia a Parigi, ma è di certo il più famoso e più antico. I dati delle guide parlano di 2500 espositori, ci trovi di tutto dal ridicolo al sublime, dal più trucido ciarpame al pezzo d’antiquariato di lusso che magari fino a ieri stava in una dimora patrizia. Si nota subito una differenza rispetto a quelli che conosciamo in Italia: ci sono diversi espositori che hanno dei pezzi molto belli, quasi da museo, e con valutazioni altrettanto di lusso e sono mischiati a quelli che hanno delle cose abbastanza comuni, ma a prezzi rabbiosamente cari, e il tutto poggia su una pletora di venditori di ciarpame allucinante a prezzi ancora più arrabbiati. Non che in Italia si scherzi, ma per alcuni oggetti che posso trovare anche qui a Parigi pago come minimo un 75% in più, nella migliore delle ipotesi: ma si sa, Parigi val bene una messa. Salvo ad avere delle vere botte di fortuna: dopo aver girato tutte le botteghette di libri disponibili (oltre metà venditori sono in ferie) senza aver trovato nulla, ci stiamo riavviando verso la metropolitana quando Ale, per puro caso nota un libro in una bottega che aveva mobili; io stavo tirando dritto, discretamente scoglionato per la frustrazione della caccia infruttuosa in quella che dovrebbe essere la Mecca degli amanti del tempo che fu. Ale guarda il titolo del libro, Journal de l’Abbé de Véri, lo prende su e controlla il prezzo: sono segnati venti euri; il libro è uno di quelli che cercava, pazienza se è solo il primo tomo. Chiamiamo il padrone, che stava gioiosamente mangiando e trincando coi vicini perché era passata da un pezzo l’ora di pranzo. Quanto vuole per questo? Non so, mi dia pure cinque euri… Mossa fulminea, cacciamo la banconota da cinque prima che il tizio si accorga che ad Ale sta venendo un coccolone, accompagnato dalla faccia del topo che ha appena ingoiato il gatto. Il fattore CU (CU-lo, non il rame) ha voluto che trovassimo un libro da qualcuno che non aveva la minima idea di che cosa fosse, se lo avessimo trovato qui in Italia non sarebbe venuto via per meno 30/35 scontato, mentre nella libreria accanto sarebbe stato almeno sulla sessantina.

Rientro in hotel previa merenda da Starbucks, che avevamo comodo sotto l’albergo. La mia prima volta lì, e onestamente non ci ho trovato nulla di che, mi aspettavo molto di più da come ne ho sempre sentito parlare in giro. Molto buono il dolcetto con la cannella, e ottima l’idea di metterti a disposizione oltre a zuccheri di varia natura anche cannella, noce moscata e vaniglia in polvere da poterti spolverare nella tazza a tua discrezione.

Ancora prima di partire dall’Italia avevo prenotato due cose per il sabato sera al castello: la visita ai Grandi Appartamenti al tramonto (acquistano un altro fascino con la luce del calar del sole, e te li godi di più perché c’è molto meno bordello) e lo spettacolo delle Grandes Eaux notturne, ossia le fontane del parco (che sono funzionanti solo in giorni precisi) illuminate e con musica barocca di sottofondo, per chiudere poi con uno spettacolo pirotecnico. Una figata!

La luce del tramonto è stata impietosa con alcuni particolari, mettendo in risalto le quintalate di polvere che ci sono un po’ dovunque a Versailles, saldamente annidate in ogni minimo anfratto dei fregi dorati, dei marmi, degli stucchi… con tutte le persone che cercano lavoro, e tutti i soldi che spillano ai visitatori, assumere qualche colf potrebbe essere una soluzione.

Dopo il giro degli appartamenti reali scendiamo verso il parco, mangiamo un panino discretamente tremendo e gentilmente offerto a prezzo carissimo dall’organizzazione dell’evento, poi aspettiamo l’inizio: alle nove attacca la musica e comincia il giro! Ora, l’ultima volta che sono stato a Versailles c’era un percorso obbligato da seguire per vedere le fontane con l’acqua, perché erano accese in sequenza per pochi minuti (l’acqua costa); la stessa cosa succedeva all’epoca di Luigi XIV, ma perché c’erano problemi d’approvvigionamento d’acqua, quindi le fontane venivano azionate solo nel punto in cui passeggiava il Re.

Dalla mappa che ci hanno dato non sembra, anzi sono indicati quattro percorsi diversi; Ale decide di chiedere lumi ad un ragazzo che è lì, occupato a vendere dei gadget che sembrano dei piumini da spolvero fatti di fibre ottiche: il ragazzo somiglia in modo assurdo al figlio di Luigi Filippo, Ferdinand Philippe duca d’Orléans, ha perfino i boccoli a lato del viso in puro stile ottocentesco, anche se non sono perfettamente parrucchierati come si vede nei ritratti del duca.

Noto che muove le mani come farfalle, ed ha un polso che sembra avere una ventina di punti d’articolazione, Ale mi conferma tre cose:

1. non c’è un percorso specifico per le fontane,
2. la Duchessa d’Orléans è cortesissima e
3. gli ha praticamente strappato le mutande a furia d’occhiate.

Partiamo per il giro delle fontane, decidendo di seguire un giro nostro anziché quelli sulla mappa.

Resto un po’ deluso dal Bassin du Dragon perché ha aperto solo il getto centrale, quelli del resto del gruppo statuario son fermi. Il Bassin de Neptune è fermo ed inavvicinabile perché hanno installato un’orrenda tribuna per degli spettacoli: vabbè, non puoi avere uova, gallina e culo caldo (per citare la madre di Ale).

Intanto cala anche il buio, e le luci fanno un porco effetto, aiutate anche da secchiate e secchiate di ghiaccio secco che il personale continua a buttare nelle fontane per creare una nebbia artificiale; l’acqua dei bacini ha un colorino purpureo, non so se sia per il ghiaccio secco o per altre invenzioni della troupe, so solo che di solito -durante il giorno- l’acqua è normale, e mi sa che ho capito anche perché nelle fontane di Versailles non vivono pesci di alcun genere, carpe in particolare (magari le colorate Koi giapponesi) che invece ho quasi sempre trovato nelle vasche in altri castelli o residenze di lusso.

Il culmine dell’effetto si raggiunge nel Bousquet de la Colonnade, con dei laser che creano giochi di luce sul vapore sopra la statua di Ade che rapisce Persefone.

Alla fine del giro delle acque aspettiamo la botta finale coi fuochi artificiali: tutti assiepati davanti al castello, sul limitare dei Parterre d’Eau, lungo la prospettiva del Bassin de Apollon.

Ale è funestato da un tipo che continua a muoversi, ondeggiare e rompere i maroni bloccandogli la visuale; io ho un po’ più fortuna, ho due donne non troppo alte davanti, e alzandomi in punta dei piedi riesco a vedere anche oltre le teste di quelli davanti alle due tizie: lo spettacolo comprende non solo fuochi, ma anche lingue di fiamma che ogni tanto salgono dal viale centrale e si muovono a tempo di musica. Non saremmo più venuti via; attorno a noi un buon otto o diecimila persone, tra cui molti bambini che sventolano allegri gli sbarlùseghi della Duchessa d’Orléans.

Alcuni boschetti son chiusi per restauri, ma altri che non avevo mai visto sono aperti: nel complesso è uno spettacolo impressionante, fatato, a cavallo tra due mondi. Avevamo la pelle d’oca altra tre dita e mi sembrava di avere addosso parrucca, abito, bastone e tacchi rossi.

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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  1. La nota romantica è che davanti alla regina c’era una rosa, ancora fresca, con un biglietto

    🙂

    Meglio le brioscione del panino tremendo a prezzo carissimo 😉

    complimenti per il diario di viaggio e l’aplomb davanti ai sarcofagi (a Vienna nella cripta imperiale mi è venuto un attacco di ansia che sono schizzata all’aperto perdendomi l’aspetto artistico, uff)

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  2. @Yzma: ridi se ti dico che ieri sono anche riuscito a scoprire, fortuitamente però, chi l’aveva messa?

    Quello che mi crea ansia, tristezza, e spesso dolore non sono questi tipi di sarcofagi: sono per esempio le mummie nel museo archeologico a Bologna, o altri reperti analoghi.

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