Diario di viaggio, capitolo sesto: la processione, la maniglia e il sarcofago.

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Domenica è l’ultimo giorno a Corte, poi si smobilita e si torna a casa (noi in realtà c’eravamo già, ma tutto ‘sti francesi moderni non riconoscono più i vecchi inquilini della real baracca).

Abbiamo un obiettivo preciso: gli appartamenti delle Mesdames, le figlie di Luigi XV, che si possono visitare solo nei fine settimana dell’alta stagione; mi chiedo il perché, non penso che delle carampane morte da un paio di secoli possano temere le eventuali correnti d’aria fredda quando la gente passa attraverso camera loro d’inverno. A questa aggiungiamo tutte le visite guidate disponibili che potremo riuscire a fare nel tempo che ci resta e, finendo presto al castello, un giro per la città per alcune piccole curiosità.

Nuova levataccia per fare poca coda ai biglietti, sistemare le valigie e salutare la nostra albergatrice; la quale gentilissima madame ci tiene i bagagli per tutta la giornata senza problemi, così possiamo pazzeggiare tranquilli senza sembrare emigrati italiani che vanno in giro con la valigia di cartone legata con lo spago.

Forti delle esperienze dei giorni precedenti ci fondiamo direttamente sul banco delle informazioni per prenotare le visite guidate agli appartamenti privati del Re e della Regina, e scopriamo che per vedere quelli delle Mesdames tocca fare anche il biglietto per l’ingresso normale al castello, in quanto queste visite non consentono di deviare dal percorso che ti fa fare il conferenziere. Va bene, tanto meglio vedere tutto una volta in più che una in meno, chissà quando torneremo poi. Non saremmo noi se mancasse l’intoppo anche oggi: la ragazza che ci fa i biglietti li sbaglia e ci segna come se fossimo minori di ventisei anni; ciao bella mia! Va bene che siamo carini, gioviali e un po’ cazzoni e dimostriamo meno della nostra età, ma a me hai levato più di sedici anni. Ti voglio tanto bene, anche se ci hai fatto fare una trafila avanti e indietro per le biglietterie. Ah, se vi chiedete perché tutto questo spolvero per un’età sbagliata è semplice: tutti, dico tutti i minori di ventisei anni residenti in un qualsiasi stato comunitario entrano gratis a Versailles. Gratis. Tutti. Gratis. ‘fanculo!

Abbiamo circa tre quarti d’ora prima del primo appuntamento: la ragazza dei biglietti ci suggerisce che possiamo fare una corsa dalle Mesdames saltando tutto il giro dei Grandi Appartamenti, che possiamo poi fare con calma finta la visita, e ci indica due ingressi che danno sulla Cour de Marbre. Ringraziamo, e ci dirigiamo al volo verso la prima porticina, che è chiusa. Proviamo la seconda, naturalmente chiusa anche quella. Ci vediamo obbligati ad infilare tutti gli Appartamenti del Delfino con una volata alla Speedy Gonzlaes, soltanto che Ale non urla “Andale! Andale! Arriba!” come il topo velocista, ma un interrogativo prepotentemente sorto dal profondo del suo cuore:

 

“Ma ‘ste ‘roie devono rompere i maroni anche da morte?”.

 

La signora che ci accompagna a vedere i Petits Appartements del Re è minuta, magra, di una cortesia estrema, oserei dire soave. Mentre ci muoviamo attraverso la Cour Royale e cerchiamo in qualche modo di fendere la coda di quelli che vanno in biglietteria Ale lascia cadere con estrema naturalezza un “Il y a bien du monde aujourd’hui à Versailles” (1); la guida è poco avanti a lui, lo sente e sorride divertita. Siamo stati fortunati, la signora è molto preparata, ti dà quasi l’idea che abbia vissuto sempre lì, si muove attraverso le sale del castello con un’estrema naturalezza, e invece che con il tono distaccato di una conferenziera ci parla in un modo che è a metà tra la vecchia amica e la maestra. Scopro, purtroppo, che gli appartamenti della Du Barry e della Pompadour non sono visitabili, attualmente: sono la sola cosa che ci resta da vedere alla reggia. Forse.

La tecnica ha fatto passi da gigante anche qui: una volta c’erano le guide che parlavano e se avevi fortuna tu eri vicino a loro e le sentivi, poi le han dotate di trabiccoli a metà tra un megafono ed walkman, per cui parlavano in un microfono che amplificava la voce: ora i gruppi hanno delle versioni tecno-figarelle dei parlascolta, così non ti perdi neanche una parola… salvo ad aver le batterie scariche, com’è successo ad Ale: buona che avevo quelle mezze esaurite della sua macchina fotografica in tasca, le ho sostituite al volo e il parlascolta è andato lo stesso.

 

In attesa della seconda visita, quella ai Petits Appartements della Regina, decidiamo di sfruttare ben bene il biglietto d’ingresso: giù di nuovo agli appartamenti delle vecchie, stavolta con calma, e poi di nuovo i Grandi Appartamenti. Passando attraverso una delle sale Ale abbiamo visto un ritratto di Anna d’Austria da giovane.

Mauro: vedi, da ragazza era abbastanza carina.
Ale: si, infatti non la riconoscevo perché le manca la maniglia. (2)

Nell’appartamento della Regina una sala è in restauro, l’Antichambre du Grand Couvert (è la sala dove la Regina mangiava in pubblico): tutto è coperto da pannelli a tutta altezza che lasciano solo un piccolo camminamento, sui pannelli sono riprodotte le foto di alcuni dei quadri che si trovano nel salone e una descrizione di che cosa fosse il Grand Couvert. Stranamente la gente si ferma per leggere i pannelli, mentre davanti ai quadri ed alle statue degli altri saloni scorre abbastanza in fretta. La cosa ci aveva dato un moderato fastidio già nei giorni scorsi, ma stavolta stavamo facendo tutto di corsa e il fastidio non era più tanto moderato; vedendo un capannello di gente bloccata da un turista che leggeva mentre quello a fianco scattava foto al pannello (al pannello, da non credere) ho espresso ad alta voce tutta l’impazienza che iniziava a ribollire partendo dal plesso solare per condensarsi in un punto preciso in mezzo agli occhi, passando fremente lungo la schiena e la nuca, e scaturendo in un commento, peraltro molto educato rispetto ai tanti pensieri che mi si affollavano alla mente e che solleticavano la mia abituale linguaccia (ricordiamoci che sono un cortigiano, non una pesciaia delle Halles):

“ ‘vanti col Cristo che ea procession se ingruma!” (3).

Arriva il momento della seconda vista, ritroviamo la stessa conferenziera di prima. Ci riavviamo, stessa trafila di porte, porticine, guardie che non ti aprono, metal detector e disastri vari; finalmente iniziamo il percorso. Il bello della nostra signora è che anche quando non ci sta spiegando nulla parla sempre: “attenti alla scala che è stretta”, “se lasciate lo zaino al guardaroba dopo perdete un sacco di tempo per riprenderlo”, “aspetta che devo trovare la chiave giusta”; guardando Alice ho notato che c’è una conduttrice, Franca Rizzi, che ha lo stesso modo di parlare quasi per conto proprio. La parte più divertente dei soliloqui della guida è stata quando cercava di aprire una porta, non ricordo di che stanza, e la chiave faceva cilecca. “Ops, è incastrata”, “Forse non è quella giusta”, “Eppure è lei, chissà perché…”. Al che arriva uno dei guardiani, prende la chiave e trac!, la porta si apre. “Oh, bastava solo girarla dall’altra parte?”. Fa piacere scoprire di non essere i soli a fare certe cose!

Salutiamo la reggia, io così continuo la mia tradizione: ogni volta che sono andato a Parigi sono stato per prima e per ultima cosa a Corte, oltre al passaggio ai Bouffes Parisiens. Se avessimo avuto tempo sarei andato anche al cimitero di Montmartre a vedere la tomba di Offenbach, evitando accuratamente di passar vicino a quell’inquietante esempio di cattivo gusto che è la tomba di Dalida.

Uno spuntino veloce in un bar vicino all’albergo prima di andare in cerca di qualche altra cosa da vedere, e segnalata sulla guida di Versailles. Io mi prendo un’insalata, e per mescolarla agito come al solito il suo bravo contenitore di plastica, stavolta col risultato che salta il coperchio e rovescio sprazzi di formaggio di capra e cubetti di pane tostato per mezzo bar.

Inforchiamo l’Avenue de Paris, il vialone che corre parallelo alla ferrovia e sul quale ci sono il municipio (ex Hotel de Conti), la prefettura, la camera di commercio e il parco di Montreuil, la residenza privata di Madame Elisabeth, la sorella di Luigi XVI.

Municipio e prefettura li avevamo fotografati nei giorni precedenti, anche di notte con un’illuminazione molto gradevole. La Camera di Commercio altro non è che il vecchio hotel della Du Barry: la casa di una lampionara di lusso mi pare adatta; muro a muro c’è la polizia, in quelle che credo fossero le scuderie del palazzo: anche qui restiamo in tema, se lei non fosse stata la donna del Re l’avrebbero probabilmente arrestata.

Arriviamo a Montreuil, il parco è visitabile ma il padiglione purtroppo no. Il parco è infestato da delle sculture moderne lì in esposizione: delle specie di pennacchi alti qualche metro, rosso carminio o giallo limone, cacciati qui e lì nei prati, oppure delle forme geometriche nere. Brutte, senza senso. Lascio una firma sul registro degli ospiti del parco: la signora prima di me aveva scritto “Quanta bruttezza in queste sculture“. Io scelgo di parafrasare la Du Barry: “Les sculptures foutent le camp” [Le sculture fanno schifo, NdMauro]

Visto il parco via verso l’hotel, comprando un paio di panini per strada per non rischiare di morir di fame in treno (quello che trovi nei vagoni ristorante non è mai il massimo della vita), e poi dritti a Bercy.

Per me ricomincia l’ordalia della valigia. Io avevo pensato di partire col mio solito borsone, magari aggiungendo il vecchio invicta da battaglia, ma il mio coinquilino s’è offerto di prestarmi il suo trolley perché sarebbe stato più pratico. Quando sono partito andava abbastanza bene, al ritorno, con l’aggiunta del peso dei libri, del bottiglione di Pernod per mio padre e di altre cianfrusaglie pesava di più, ed era difficile da governare; aggiungiamoci che sono notoriamente impedito e viene fuori un casino per far fare al trolley quello che voglio io, tra lui che sbanda da una parte, io che me lo tiro sui calcagni, lui che si muove quasi autonomamente e con fare vendicativo e le bestemmie che gli mollo addosso sembrava una comica.

Chi conosce Terry Pratchett ed i suoi libri del Mondo Disco vedrà le affinità con il Bagaglio: è una cassa fatta con legno magico, ha una forma di intelligenza sua ed un carattere fetente, è riottoso, terribile, inarrestabile, perfino letale e segue fedelmente il suo padrone grazie a centinaia di gambette, e se serve è capace di azzannare e divorare chiunque e qualunque cosa.

Il giorno precedente avevamo visto a Saint-Denis un frammento del monumento funebre di Luigi XV, nella cripta dei Borboni:

Ale: dov’è Luigi XV?
Mauro: ciccio, sulla mappa è segnato che dovrebbe essere su quel muro
A.: dove?
M.: davanti a noi, ma è la statua di una donna. Sapevo che era bello, ma non che fosse una figona!
A.: la didascalia dice “frammento del monumento”

Mentre stiamo scendendo le scale per arrivare alla stazione della metropolitana Ale mi guarda, sghignazza, e mi dice: “Ecco perché non c’era più a Saint-Denis, ti sei portato via il sarcofago di Luigi XV”. Da quel momento il trolley è diventato “Il Sarcofago”.

Siamo stati anche fortunati, il viaggio di ritorno non è stato funestato da invasori del Sol Calante, che alle otto di sera erano già a letto: siamo riusciti anche a fare un po’ di salotto fino alle undici.

È stata una fatica bestiale tornare a casa, no meglio: tornare in Italia. A casa c’eravamo già.


1: Frase detta dalla Delfina Marie-Antoinette alla Du Barry dopo diverse insistenze da parte del re Luigi XV e della madre di lei, l’Imperatrice d’Austria Maria Teresa: il fatto che la Delfina non parlasse alla favorita del Re stava diventando un caso politico internazionale.

2: Per definire la bruttezza di una persona Ale dice che sembra l’anta di un armadio o di un comodino. Anna non aveva la maniglia, quindi non ancora era così brutta.

3: “Circolare, prego, circolare”, come nei film polizieschi.

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  1. @JohnnyMoon91: anche a me non spiaceva, ma lui dissente… non mi ricordo mica quale fosse il ritratto, già è tanto che mi ricordi che era quello Anna d’Austria e non quello del padre della Montespan!

    @pyperita: grazie cara!

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