Siamo rimasti gente semplice

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Ieri sera ero a casa, dopo cena stavo traducendo un’altra lettera della mia vecchia amica Liselotte per pubblicarla sul Forum di Marie-Antoinette; lettera molto lunga indirizzata a sua zia Sofia di Hannover con un gustosissimo racconto sulla sua battaglia contro il marito, Monsieur Philippe, che voleva dare al loro unico figlio maschio, il futuro Reggente di Francia, uno di suoi compagnucci di merende come governatore, ossia sovrintendente dell’educazione del ragazzo. Il tizio in questione è il marchese d’Effiat, e Liselotte afferma nella lettera che “non c’è più gran sodomita di lui in tutta la Francia”, va da se che lei non volesse far cadere che il ragazzo cadesse in simili mani.

Bestemmio perché non trovo più gli occhiali e non ricordo neanche dove posso averli sepolti; intanto mi ascolto un po’ del mio Offenbach favorito e cerco di districarmi nell’allegro bordello linguistico di un francese settecentesco, francese che è abbastanza diverso da quello cui siamo abituati per costruzione e per modo di scrivere le parole; aggiungiamoci poi che per come scrive Madame posso parlare d’ortografia ma scrittura fonetica: per esempio scrive j’ores per j’aurais, asteur per à cette heure, pressante per présente. Precisiamo che non è che Madame fosse ignorante, anzi. Tedesca, parlava l’olandese, il francese e, almeno mi pare, leggeva anche il latino (ma non ci giurerei); andando a confrontare i suoi scritti con quelli di altre dame dell’epoca troviamo molto di peggio, un peggio che tuttavia non differisce molto da come scrivevano i letterati: le regole dell’ortografia non erano codificate in maniera precisa e rigida come oggi.

Mando un sms ad Ale per capire come tradurre la frase “si l’on pouvait penser qu’il est la maîtresse de Desfiat”, letteralmente: “se si potesse pensare che [mio figlio] è l’amante di d’Effiat”. Come traduco maîtresse? Amante è neutro in italiano, ma non posso scrivere “la morosa” perché implica un sentimento. La puttana è brutto, oltre che scorretto, e di meglio non mi viene in mente; decido di lasciare maîtresse.

Mentre sto finendo di scrivere la frase parte il valzer del II atto della Belle Hélène, melodia molto trascinate che finisce nel turbinio e mi piace un casino; mi viene un flash, e vedo Ale ed io ballare il valzer; in costume, chiaramente: ottocentesco direi, dava vagamente l’idea di una scena del Gattopardo; forse era piuttosto un Gatto Pardon.

Nello stesso istante suona il telefono, Ale mi chiama per il dubbio sulla traduzione di alcuni termini abbastanza inusuali, sta scrivendo un pezzo sullo stato di salute della principessa di Lamballe da postare sempre sullo stesso forum. Sapevo che la Lamballe era una che sveniva solo ad odorare le violette o alla vista dei gamberi (perfino se li vedeva dipinti in un quadro), ignoravo che questi malori le venissero tutti i giorni all’una del pomeriggio, non mi ha sorpreso che abbia anche preso i pidocchi, passi tutto il resto, ma alla domanda del suo medico “Avez vous rendu des vers?” cui lei risponde “Je me souviens que sur les cinq ou six ans on m’a donné un remède pour cela, et j’en ais rendu quelqu’un” rimango vagamene allibito; ci siamo messi a discutere su come fosse possibile girare in italiano, più educato che corretto, la frase “avete mai fatto dei vermi?” “mi ricordo che quando avevo cinque sei anni mi hanno dato un rimedio, e ne ho fatti alcuni”; ma fatti è brutto, da l’idea che li abbia confezionati lei a mano (chissà, col découpage?)… si, ma non possiamo certo dire “mi han dato il vermifugo e li ho cagati”, no?

Il dialogo era surreale, da Hellzapoppin, e ho iniziato a ridere. Quando siamo arrivati alla descrizione delle emorroidi della Lamballe ridevo a piena gola, beato, mentre in sottofondo andava un valzer da La Vie Parisienne, ed io continuavo a vedere noi due che facevamo il Gatto Pardon chiacchierando amenamente di vermi ed emorroidi.

E ridevo, ridevo, ridevo…

Si sa, siamo gente semplice.

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  1. Ciao!
    Ho letto un tuo commento da leggerevolare a proposito di "Io e Dewey".
    Io posso dire di essere uno dei più grossi ammiratori di questo libro, al punto da *doverlo* leggere due volte a distanza di pochi mesi e ancora non soddisfatto, anzi, maggiormente coinvolto, ho sentito l’impellente bisogno di andare a trovare Dewey a casa sua, di vedere il suo mondo.
    Se vuoi, puoi trovare due post al riguardo nel mio blog, uno alla fine del 2008, un altro tra settembre e ottobre 2009. Quest’ultimo ha un link alle foto del viaggio.

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  2. @Athenaromana: si, infatti.

    @leggerevolare: mai letto le lettere di Mozart alla cugina? C’è di che far cambiare idea sul ‘700 tutto damine e parrucche.

    @ancatdubh: ho letto il post sul tuo blog, è molto interessante.

    @Watkin: io la immagino col ditino puntato verso la porta, l’occhio adirato, e che gli urla “Fuori di qui!”

    @Athenaromana: compralo, a me è piaciuto subito appena l’ho visto. e piratescamente sfogliato.

    @pyperita: la cosa davvero singolare è stata scoprire di avere gli stessi tipi di svago, o quasi. Uno solo dei due sarebbe stato un po’ eccentrico, ma nulla più. È la coincidenza che dà da pensare.

    @Reginadeitucani: penso che tu abbia proprio ragione

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