Philippe II d’Orléans, Il Reggente

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Siamo nel 1674, e giovedì 2 agosto è un giorno di luna nuova.
La luna nuova è il principio di un nuovo ciclo di vita, ricco d’energie, ma che in sé nasconde il rischio di una loro eccessiva espansione, in breve di strafare e usare in modo malaccorto le proprie potenzialità. Giustappunto in questo giorno al castello di Versailles nasce un bel bimbetto, sano, robusto e grassottello, dal destino assolutamente inusuale: parliamo di un nipotino di Luigi XIII, del figlio di Monsieur Philippe, fratello di Luigi XIV, e della sua seconda moglie, Élisabeth-Charlotte von der Pfalz Simmern; parliamo di colui che traghetterà la Francia attraverso una serie di guai alla morte di Luigi XIV fino alla maggiore età di Luigi XV: parliamo di Philippe II d’Orléans, titolato alla nascita Duca di Chartres, poi alla morte del padre Duca d’Orléans, di Nemours, di Montpensier, di Valois e signore di svariate altre terre. Fin dalla nascita Philippe ha una posizione per certi versi invidiabile, è l’erede maschio a lungo voluto da Monsieur e dal Re; l’erede vivo e vitale, intendiamoci: gli altri due maschi che lo avevano preceduto sono morti tutti in età inferiore ai tre anni. Non che il padre amasse i bambini, gli serviva solo un maschio per poter dire di aver compiuto il suo dovere dinastico, e dopo la nascita della sorella minore del nostro Philippe (chiamarlo Filippetto forse sembrava brutto, ma tanto per distinguerlo dal padre avrebbero anche potuto farlo) Monsieur e Madame decidono di comune accordo di chiudere bottega e smettere la commediola dell’atto riproduttivo. Lei, placida e serena, si darà alla prorompente corrispondenza con i parenti e mezza Europa, lui acido come poche, continuerà a correre dietro a qualsiasi maschio lo tratti male e a trattare male questa moglie esattamente come faceva con l’altra.

In virtù della sua posizione nella famiglia reale (è un Nipote di Francia ed è de iure il Primo Principe del Sangue) sarebbe anche potuto salire al trono (è pur sempre il sesto in linea di successione, dopo il Gran Delfino, i suoi tre figli Duchi di Borgogna, Anjou e Berry, e Monsieur), Philippe riceve un’ottima educazione, segnatamente grazie agli sforzi della madre, che solitamente prende poco parte alla vita di Corte ma che esplode quando viene a sapere che il marito vuole dare per precettore al figlio uno dei suoi amichetti: il proprio primo scudiero, Antoine Coëffier-Ruzé, marchese d’Effiat, nipote di quel tale Henri Coëffier-Ruzé, marchese di Cinq-Mars, Grande Scudiero di Francia, amante di Luigi XIII che finì decapitato per aver complottato contro il cardinale de Richelieu: insomma, tutto in famiglia. Liselotte tirerà giù anche i soffitti affrescati del castello a furia di gridare, ma riuscirà ad evitare al figlio il pericolo che d’Effiat lo trasformi in un “asino ignorante e sodomita”; Philippe avrà per precettore un altro losco figuro, l’Abate Guillaume Dubois che, col tempo, diventerà cardinale e Primo Ministro; Philippe non era certo un tipo rancoroso, tanto che il marchese d’Effiat, vecchio come il cucco ma estremamente vitale e rompiballe come sempre, diverrà membro del consiglio di reggenza durante la minore età di Luigi XV.

Phlippe è molto intelligente, ha una mente molto vivace, incredibilmente curiosa e desiderosa di imparare, oltre che servita da una memoria prodigiosa (tale e quale la memoria da elefante dello zio Re). In quanto membro della famiglia reale riceve un’educazione molto curata dal punto di vista politico, militare e diplomatico, ma la sua natura lo porta a padroneggiare storia, geografia, filosofia e le scienze tra cui la fisica e la chimica. Non eredita il talento di cavalcare e cacciare né dal padre né dalla madre né dallo zio, così come resterà tutta la vita un ballerino mediocre (un brutto handicap a Corte, dove tutti sono ballerini perfetti, a partire dal Re); ha però un più che discreto talento musicale (collaborerà al libretto ed alla composizione di due opere liriche), è un bravo pittore ed un eccellente incisore.

Nel 1691 Philippe va in guerra al fianco di Luigi XIV, in una campagna nei Paesi bassi: Mons è il battesimo del fuoco per il nipote del Re, incarico nel quale si distingue con ardore e perizia; è amato dalla truppa e dagli ufficiali, è un buon tattico e non esita ed esporsi in prima linea, così come faceva suo padre; negli anni successivi si distingue con onore a Steenkerque, Neerwinden e Namur. Mal gliene incoglie, perché oltre ad attirarsi le gelosie degli altri Principi del Sangue, mette sul chi vive anche Luigi XIV, il quale non ama troppo che i suoi consanguinei più stretti si coprano di gloria e gli rubino la scena: un po’ perché è orribilmente tronfio e presenzialista, un po’ perché si ricorda benissimo che tanto suo zio Gaston d’Orléans quanto suo cugino il Gran Condé gli si sono rivoltati contro a diverse riprese, e preferisce stroncare certi rischi prima che nascano.

Il Re Sole ha generato una piccola tribù di bastardi con diverse donne, e pensa bene di accasarli tutti con le migliori possibilità: del resto sono figli del Re, e quindi chiunque se li dovesse ciucciare dovrebbe anche chiamarsi contento, secondo lui. Ha già sistemato la prima Mademoiselle de Blois, Marie-Anne, con il cugino Louis-Armand de Bourbon, Principe de Conti (figlio della nipote di Mazarino, Anna Maria Martinozzi, e del fratello minore del Gran Condé): unione infelice, lui è omosessuale e se la spassa col terribilissimo principe Eugenio di Savoia-Carignano, figlio di un’altra nipote di Mazarino, quell’Olimpia Mancini ex-amante volante del Re e implicata nell’Affare dei Veleni. Marie-Anne, sposata a tredici anni, viene forse sverginata dal cognato ma non si sa di preciso.

Nel calmiere dei bastardi rimangono i figli della marchesa de Montespan: pescando tra i cugini Principi del Sangue, nel 1692, piazza Louis-Auguste duca du Maine con la nipote del Gran Condé, una nana vanesia e cattiva come il veleno, degna consorte di un infingardo cialtrone. Nel 1685 aveva già appioppato Louise-Françoise, Mademoiselle de Nantes, al fratello della precedente nana, Louis III de Condé, tanto brutto (e probabilmente toccato nel cervello) da essere chiamato “La scimmia verde”; almeno questo ha la buona grazia di morire presto, e lasciare la vedova a consolarsi di brutto con qualsiasi maschio le passasse a portata di tiro. Al Re rimane in tasca la seconda Mademoiselle de Blois, Françoise-Marie, spirito bacato quant’altri mai, vanagloriosa, pigra, anche stronza, in costante lite con la sorella Louise-Françoise per la quale nutriva un odio furibondo ed ampiamente ricambiato.

Ora, Philippe non era così ben messo come si potrebbe supporre: la Francia era in guerra con praticamente tutto il mondo, quindi un matrimonio con un principessa straniera era escluso a priori; Luigi XIV stava cercando di innalzare i suoi bastardi a scapito degli altri membri della famiglia, e Philippe aveva commesso l’errore di mettersi troppo in vista con la carriera militare. Volente o nolente gli toccò in sorte la pestifera, quella che nessuno voleva, e che Madame definisce “uguale come due gocce acqua a un culo”, quando vuol essere cortese.
L’ordine gentilmente mascherato da proposta fu dato dal Re a Monsieur, che assieme a Liselotte fece un can can d’inferno per non doversi imparentare con una bastarda figlia di un duplice adulterio, lui che era di sangue reale fin sopra le orecchie. Poi, Luigi decise di richiamare dall’esilio di Roma l’amante storico del fratello, lo stesso che aveva probabilmente avvelenato la prima Madame, il Cavaliere de Lorraine, che s’incaricò di far accettare il matrimonio disonorevole a Monsieur mediante una enorme somma di denaro per i propri servizietti. Nello stesso tempo, si agì anche tramite l’abate Dubois perché facesse acconsentire anche Philippe, e questo è uno dei punti deboli del carattere del Reggente: non ha mai saputo dire di no a nessuno, era di buon cuore ma con nessuna fermezza di propositi. Il tutto fu tramato alle spalle di Liselotte, chiaramente, la quale reagì con dignitosa furia quando l’annuncio del matrimonio venne dato nell’appartamento della marchesa di Maintenon (la moglie morganatica del Re, ed ex balia dei suoi real bastardi): Saint-Simon ci dipinge una scena memorabile con Madame che prima, piangendo come una fontana e senza dire una parola, rifila una sberla al figlio da far rimbombare tutta la stanza, e poi se ne va, girandosi a tempo davanti al Re che le s’inchinava, tanto da mostrargli il suo ampio didietro mentre lui rialzava la testa.
Pur detestandosi molto cordialmente a vicenda, i due sposi riusciranno lo stesso a fabbricare la bellezza di sette figlie ed un figlio, nessuno dei quali avrà un destino tranquillo; lei si guadagnerà il nomignolo di Madame Lucifer, tanto per capirci.

Il Re non ama molto il nipote, lo esclude dai grandi impieghi, dalle grandi cariche e dall’esercito. Philippe si annoia, e va a donne: già a quattordici anni aveva avuto un bimbo dalla figlia di un domestico del Palais Royal, ma il suo grande, unico e vero amore sarà per Marie Louise Le Bel de La Boissière de Séry, cui regalerà la terra di Argenton quando saranno costretti a lasciarsi per ragion di stato, anche se Philippe sognava di poterla un giorno sposare.

Oltre alle donne scopre anche dei passatempi che forse avrebbe fatto meglio ad evitare, perché gli costeranno molto caro: la chimica, da questa l’alchimia e l’esoterismo. Già il fatto che non fosse un bacia banchi, sotto il regno della Maintenon, lo escludeva ancora di più dall’affetto del Re; aggiungiamoci che per puro gusto di provocazione, e con una robusta punta di ingenuità, faceva l’empio: queste insieme di cose gli costruirà la fama del cospiratore e dell’avvelenatore, sospettato da tutti a partire dal vecchio Re, di avere avvelenato i membri della famiglia reale per arrivare la trono. A queste si aggiungeranno le accuse di incesto con la figlia, la Duchessa de Berry, giusto per non fargli mancare nulla. Il Re pensa bene di fargli saltare anche la remota possibilità di poter salire al trono di Spagna e anche di soffiargli la Reggenza, testando in favore del figlio bastardo duca du Maine. Nel marasma, Philippe ha sempre avuto un buon amico, il memorialista Louis de Rouvroy, duca di Saint-Simon, che ha sempre disapprovato la sua condotta libertina e ha fatto di tutto per cercare di trascinarlo sul sentiero della moralità dell’epoca. Invano.

Luigi XIV muore il primo settembre 1715, e la reggenza spetterebbe di diritto a Philippe come maschio adulto più prossimo al giovane Re, un bimbetto di quasi cinque anni.
Il testamento segreto del Re, però, cerca di limitarne il potere, associandolo ai figli legittimati, cui era stata data da poco la possibilità di accedere al trono, e dando l’educazione di Luigi XV al duca du Maine. Philippe riesce a far cassare il testamento dal Parlamento, in cambio del diritto di rimostranza che Luigi XIV gli aveva tolto e, eliminato il cognato Maine, diventa Reggente a tutti gli effetti. Il suo compito non è per nulla semplice, deve ridare vita ad una Francia dissanguata dalle guerre, ad un’economia asfittica, ridurre un debito pubblico a dir poco mostruoso, calmare un po’ le diatribe religiose e cercare di non essere defenestrato da nessuna delle fazioni avverse su cui si appoggia.

La sua idea è quella di riorganizzare il sistema fiscale per arrivare ad una tassazione più equa e più semplice, inoltre vara un sistema di governo chiamato Polisondia, probabilmente da un’idea di Saint-Simon: rimpiazza i ministeri con dei consigli composti da tecnici e nobili e notabili, i cui capi formano il Consiglio di Reggenza.
Persegue l’abbassamento dei bastadi reali, va in guerra contro la Spagna di Filippo V, il quale sta tramando di rovesciare la reggenza per assumerla lui stesso o eventualmente tornare sul trono: la duchessa du Maine animerà con la complicità dell’ambasciatore di Spagna, principe di Cellamare, una congiura per renderlo possibile. Congiura che viene fortunatamente sventata dal cardinal Dubois nel 1718; la Quadruplice Alleanza (Francia, Austria, Inghilterra e Paesi Bassi) dichiara una guerra alla Spagna che finirà nel 1720 con la sua sconfitta.

Il Reggente introduce il sistema di Law, sostanzialmente basato sulle banconote, che si dimostrerà un fallimento, soprattutto grazie al cugino Monsieur le Duc e a alcuni altri grandi del regno, che faranno azioni di arricchimento tali che da portare rapidamente la banca di Law alla bancarotta, dalla quale lo Stato si salva appena. Non per aiuto divino, certo, ma per un concorso di fattori: primo tra tutti il Cardinale Dubois, che pur essendo un po’ subdolo, è un grande uomo di governo, ed un ottimo Primo Ministro; la stessa mancanza di opposizioni valide fa sì che il governo rimanga traballante ma non cada, nonostante gli incendi (accaduti in giro un po’ per tutta la Francia), la peste di Marsiglia, e la bancarotta di Law.

Chiaramente il popolo imputa le disgrazie ad una sorta di punizione divina nei confronti del Reggente, che per tutta la vita non ha mai cambiato i suoi divertimenti, per così dire gagliardi. Tute le sere, al Palais Royal hanno luogo le sue cene con i suoi amici, i roués (letteralmente: gli arrotati, potremmo anche chiamarli pendagli da forca); i racconti che circolano su questi festini sono prevalentemente a tema orgiastico, Philippe finiva sempre per ubriacarsi profondamente, ma la mattina dopo era lucido e perfetto pronto al lavoro; in nessun caso la sua vita privata crapulona gli farà tralasciare i suoi doveri verso la Corona e lo Stato, e nessuno riuscirà mai a carpirgli un accenno agli affari della Francia durante i suoi souper.

Il 25 ottobre 1722 Luigi XV è consacrato Re di Francia ed assume il potere in prima persona; il cardinale Dubois è confermato Primo Ministro, ma muore nel successivo mese di agosto; Philippe chiede per sé il posto di Primo Ministro, il Re glielo accorda volentieri perché gli è molto affezionato; è il primo caso di un Nipote di Francia che assuma un ruolo simile.

Philippe lavora alacremente, ma la salute non lo aiuta : il suo stile di vita lo ha fatto ingrassare molto, il suo colorito è sempre più rosso, e soffre di frequenti sonnolenze; il 2 dicembre 1723 morirà di apoplessia, come il padre, tra le braccia della sua ultima amante, madame de Phalaris.

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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  1. @AthenaRomana: si, esatto. Forse baciabanchi è un po' più dialettale di baciapile (onestamente non ne ho idea).@Jimmuzzu: grazie! Io mi sto divertendo a cazzeggiare in giro per il tuo blog

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  2. Ma che bello (e che lungo!) questo post!io adoro tutto ciò che riguarda Versailles in generale e più in particolare il regno di Luigi XIV: dall'architettura agli intrighi di corte, con particolare predilezione per due grandissime Dive anti-litteram: la Montespan e la Fontanges.. 😀

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  3. @persogiadisuo: benvenuto a bordo! Non ho una buona impressione della Fontanges, ma la Montespan era grandiosa, nel bene e nel male. Stronza come pochi, ma grandiosa. E detesto cordialmente quella falsa mezza cartuccia d'una rovinafamiglie fausse prude della Maintenon; Liselotte la chiamava la Vecchia Mona, e lo trovo azzeccatissimo.

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  4. La Fontanges era una sorta di Britney anti litteram, una lolita bellissima che si ritrovò a 17 anni un impero tra le mani e non seppe come gestirlo perchè era sotte comme un panier  e si lasciò perciò prendere dai party, dall'alcool e mondanità varie. E il destino con lei fu crudele. Crudelissimo. è a suo modo un'eroina tragica.

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  5. Hai sintetizzato bene la vita della Maria Angelica, ma forse è proprio per la sua stupidità che non mi attrae. Le ho sempre preferito un'altra oca integrale, Olimpia Mancini duchessa di Mazarino, forse per una mia affezione per lo zio Giulio. Tuttavia la vita di Ortensia sconfina più nell'operetta sul genere di Offenbach o Planquette che nella tragedia come la Fontanges. Tragedia alla quale mi rifiuto, finora e salvo prove del contrario, di credere abbia preso parte la Montespan avvelenandola. Non è improbabile che la Maria Angelica possa esser morta di veleno, ma non credo che Athénaïs, preoccupata com'era della salute della propria anima, possa essere arrivata fino all'omicidio

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