Diario di viaggio, capitolo terzo: i baffi della Pina, la zia di Dracula e il piccione

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Giornata piena, un sacco di cose da fare.

Le ragazze ci avevano proposto una visita al castello di Malmaison, residenza di Joséphine de Beauharnais, nota per essere la prima moglie di Napoleone. È una costruzione molto graziosa, situata alle porte di Parigi, nel piccolo comune di Reuil-Malmaison, ed è sede di un museo napoleonico. Museo che chiude per pausa pranzo, e poiché dovevamo incontrare le donzelle a mezzogiorno, come impegnare la mezza mattina? Ma andando per castelli, no? Tanto, più o meno per strada, avevamo comodi il castello di Meudon e quello de La Muette; oddio, “comodi” è una parola grossa, e anche “castelli”.

Meudon è proprio sulla nostra linea della RER, quindi ci fermiamo: peccato che la ridente cittadina sia mezza arroccata su una collina, quindi ci siamo fatti la scarpinata in salita perché noi siamo di quelli duri&puri che non prendono il bus. Io, col ditino disastrato e la resistenza di un cetriolino sottaceto, sono arrivato su con la lingua sotto i tacchi ed un sospetto d’enfisema. Il castello ha una lunga storia e travagliata, le prime menzioni datano dal ‘300, ha subito sorti alterne: dominio del Gran Delfino figlio di Luigi XIV, poi abbandonato alla sua morte; era un luogo molto amato da Maria Antonietta, ed in seguito Napoleone ne fece la residenza di suo figlio, il Re di Roma, oggi è quasi completamente distrutto, ne rimane solo una minima parte del parco ed un piccolo padiglione sede di un osservatorio. Il padiglione si visita, ma è necessario prenotare con un anticipo molto largo, ci siamo limitati a far foto da fuori.

Poi, giù di corsa, passando da un supermercato per provvederci di colazione al sacco (vulgo: frutta, panetti e affettati) e siamo ripartiti con la RER in direzione La Muette. Anche questo è un rimasuglio, anzi un tarocco moderno ricostruito in stile ‘700, e del parco non resta quasi più nulla: attualmente è in restauro (tanto per cambiare), e attualmente ospita la sede dell’O. C. S. E. -Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico-.

Arriviamo all’appuntamento con le ragazze e saltiamo sul bus per andare alla Malmaison; è un diversivo piacevole perché di solito ci spostiamo con il metrò, e si sa che sottoterra non hai una gran panoramica: chiaramente arriviamo a museo chiuso, quindi ci si accampa su una panchina davanti al portone per un ricco festino in stile zingaro a base di panini. Finalmente entriamo in quella che è stata la casa di Giuseppina e poi di suo figlio Eugenio, e dopo aver visto una serie infinita di ritratti di madame Bonaparte, sia quadri sia busti, abbiamo capito che la Pina aveva una boccuccia a culo di gallina, io credevo facesse la bocca a cuore mentre posava, ma mi sa che era proprio fatta male di suo; da qui il vecchio ritratto che Ale aveva corretto, visto che la bocca le fa un musetto da panteganella. Non solo, in alcuni quadri si vede l’ombra del baffo… va beh, donna baffuta sempre piaciuta.

Ale s’è sperticato per fare foto, ad un certo punto ho dovuto anche prenderlo in braccio perché un quadro era appeso troppo in alto e non veniva bene. Osservando gli abiti appartenuti alla Pina una delle ragazze progettava già il suo prossimo abito d’epoca, e ha lasciato lì una frase un po’ enigmatica: “Io ho un metro che è lungo un metro”, accompagnandola da un gesto con le mani che indicava una distanza di… 70 cm! Dopo un po’ vediamo un busto di Eugenio Beauharnais, il figlio della Pina, e Ale ha fatto notare che anche con i baffi sta bene; la risposta della stessa donzella è stata: “Meglio lui che sua madre!”.

Tra gli abiti esposti c’era anche un corsetto, o una sorta di reggiseno, appartenuto all’Imperatrice e Ale che ha l’occhio tecnico afferma che doveva essere piatta come un’asse da stiro; in effetti guardandolo bene mi viene in mente che ho più pettorali io di tette lei… piatta, coi baffi, con Napoleone non ha fatto bambini: ma non è che Joséphine fosse in realtà un uomo?

Chiude il giro negli appartamenti una mia svista: in una teca era esposto un astuccio di cuoio a forma di anello, con un diametro di una quarantina di centimetri: “Ehi, e questo che cos’è, l’asse del water da viaggio della Pina? Ah, no… è la custodia di una collana”.

Il parco è molto bello, Joséphine lo ha curato molto ed ingrandito, ha fatto impiantare centinaia di essenze diverse, dalle rose agli alberi: molte piante diffuse in Europa hanno avuto la Malmaison come giardino di acclimatazione. Peccato sia invaso da alcuni insetti, rossi e neri, ma del resto è sorte comune a tutta l’Île-de-France, perché di Bacarosses de Beauharnais ne abbiamo visti dappertutto.

Tornado a Parigi siamo passato di nuovo per librerie, giusto per non farci mancare nulla dopo un viaggio molto lungo in metropolitana. Lungo non tanto per il numero di fermate, ma perché avevamo vicino una signora attempata, perfetta parigina tirata a lustro, che doveva avere mangiato un campo di aglio intero, l’abbiamo ribattezzata La zia di Dracula; abbiamo deciso di fare un altro giretto al pub La Guillotine, e forse per via dei vapori tossici all’aglio che al monito di “Vi ci porto io, so dov’è” la nostra padrona del metro da 70 cm ci stava facendo perdere, ma ci siamo arrivati lo stesso. Lungo la strada ho notato una bimba, aveva un braccio alzato e la mano rattrappita in modo strano: ho pensato subito “Poverina, guarda in che maniera balenga le hanno ingessato le dita”. Mi sono accorto dopo che lei in realtà stava tenendo in mano un agnello di peluche agguantandolo per la schiena, e quelle che io credevo dita erano le zampe del pupazzo.

Per finire ci siamo diretti passeggiando in cazzeggio puro (“Ma di qua dove stiamo andando?” “E che ne so, io seguivo voi”) siamo passati davanti alla cattedrale di Nôtre-Dame ed al suo enorme Portail du Jugement. Mentre stavamo discutendo sul come le figure dei santi siano state decapitate dai rivoluzionari perché avevano scambiato le aureole per corone reali (e quindi le teste attuali sono tutte dei rifacimenti ottocenteschi), Ale vede la statua di Saint-Denis e dice che per quella non avranno certo fatto fatica.

Abbiamo tuttavia raggiunto il climax con l’incontro tra la padrona del metro e un piccione indemoniato che ha iniziato a seguirla passo passo, cosa che ci ricordava molto un film di Hitchcok: il volatile s’è limitato a puntarla con un occhietto maligno, finché non siamo passati oltre: la scena era realmente inquietante, pareva che stesse controllando la bontà della preda… o prendendo la mira per un bombardamento al volo, si sa che i colombidi sono maledetti da quel punto di vista.

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  1. @pyperita: eh, magari… quando ho iniziato a scrivere eravamo già tornati da mo'… purtroppo. 

    @Yzma: non era esattamente un pezzo di gnocca, anche se tutto sommato mi sta simpatica

    @leggerevolare: si, sono della stessa idea. Altrettanto dicasi per le ville, venete e palladiane o meno. 

    @Smaoineamh: come vedi, trascuro parecchio il blog ultimamente  in maniera che oserei definire indecorosa. Manca il tempo.

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  2. Bonsoir Mauro,
    Je vois que vous êtes non seulement venus en France mais vous vous êtes promenés aussi partout en Ile-de-France!
    Tu sais, si toutefois tu revenais, et tu vas revenir, je pourrais à l'occasion te faire connaître d'autres lieux en liaison avec ce que tu aimes et l'époque que tu aimes, non seulement à Paris mais tout près aussi .
    A très vite, ici ou ailleurs.
    Baci
    Gino alias Véronèse

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