Diario di viaggio, capitolo sesto: si va a Fontainebleau con la Dodi, la Fuffi, la Cicci, la Pippi e la Lilli…

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39816_439789143248_3521624_n… e si tromba come degli oritteropi, direte voi! E invece no, ci si dedica alla cultura, o testine di zucchina.

Il Castello di Fontainebleau era già nei nostri piani lo scorso anno, ma per mancanza di tempo lo avevamo dovuto lasciar stare, è a circa 60 o 70 chilometri da Parigi, e per raggiungerlo bisogna andare in treno o in auto. Il castello è famoso per essere stato una delle residenze favorite dei re di Francia fin dal 12mo secolo, anche per la sua enorme foresta che era territorio di caccia, è stato il preferito di Francesco I e anche di Diana di Poitiers, che dopo essere stata la sua amante lo è stata anche del figlio, Enrico II; è noto per essere stato teatro dell’abdicazione di Napoleone, e chi più ne ha più ne metta; la tradizione vuole che abbia oltre 1500 stanze, ma nessuno si è mai posto la briga di contarle tutte.

39816_439789253248_6088971_nPer arrivare in cotesta meraviglia grondante storia ed arte da tutte le fessure dei mattoni bisogna alzarsi di buon mattino, préparer le pastis et sans cesse raconter des blagues avec les mains… no, sto divagando: questa è la canzone La Bouillabaisse di Fernandel. Dicevo, ci si alza prestino e si va alla Gare de Lyon per aspettare le ragazze che ci avevano dato appuntamento in un punto preciso, sotto la torre dell’orologio: per fortuna non c’erano lampioni nei dintorni, perché pure la Gare de Lyon ha il suo discreto giro di maialate e porno shop nelle immediate adiacenze; mi viene naturale chiedermi se è perché le ferrovie francesi possano avere un qualche tipo di un effetto afrodisiaco, e il viaggiatore abbia l’impulso di sfogarsi appena sceso dal treno trombando come un tilacino, oppure che abbiano una reputazione talmente fetente che il viaggiatore in partenza preferisca farsi l’ultimo desiderio prima di salire. Anyway, quando sono stato in ferie a Parigi venti e rotti anni fa alloggiavo in un hotel a 200 metri dalla Gare de Lyon, e di tutto questo troiaio non c’era nulla, era una zona stazione degradata come le altre, ma non con quest’allure da bordello, che era più legata a Pigalle.

La Dodi, la Fuffi, la Cicci, la Pippi e la Lilli arrivano gaie ed allegre all’appuntamento, intoccate da cotanto squallore come i fiori di loto che sbocciano splendenti nel fango più putrido, ma già la Dodi aveva prospettato la cosa prima di partire dall’Italia: sette pazzi in giro per Parigi, ci mancava solo la mascherina della Stella della Senna.

La novità è stata che ci han fatto conoscere una loro amica, Cécile, una signora versaillese tanto gentile e tanto colta e anche tanto patita di Marie-Antoinette, ma se vado in giro con le fondatrici dell’Associazione Italiana Maria Antonietta non posso certo pensare di trovarmi in un simpatico simposio di idraulici e muratori. O no? In realtà già da tempo avevo qualche leggero dubbio sulla mariantoniettaggine profonda delle ragazze, ma quando ho visto i regali che si sono scambiate con Cécile mi son detto “È fatta! Allora c’è anche vita nell’universo” pensando a mia sorella che mi sfotte per la mia paperonaggine, solo perché quando imbastisco uno dei miei celebri piatti “alla come viene” con le verdure avanzate lo chiamo “la Paperonata”; alle volte è bello sapere di non essere i soli ad avere certe piccole manie di affezione, anche se apparteniamo a correnti ideologiche differenti: a pensarci bene, non credo che nulla possa legare Paperon de’ Paperoni e Marie-Antoinette, salvo forse le enormi cofane a mongolfiera di Brigitta.

Tornando a bomba, arrivati a Fontainebleau facciamo la conoscenza di un amico di Cécile, Patrick: manco a dirlo mariantoniettaro pure lui tanto da aver scritto una brossura su Marie-Antoinette e Fontainebleau; sarà lui la nostra guida al castello per l’intera giornata. Da lui impariamo che gli abitanti di Fontainebleau si chiamano Bellifontains, e che il 14 luglio, festa nazionale, non è festeggiato con uno spettacolo di fuochi artificiali come nel resto della Francia perché questi sono riservati al giorno di San Luigi, 25 agosto, come si usava prima della caduta della monarchia, pertanto i Bellifontains festeggiano i Borboni, e non la Repubblica. Tiè!

39816_439789443248_2977437_nIl castello è a dir poco immenso, anche se più piccolo del Louvre, e non è in altrettanto buono stato di conservazione: per esempio, Luigi Filippo fece abbattere alcune parti perché oramai erano pericolanti. Lo stile varia dal rinascimento al classico; si nota ovunque la presenza di Francesco I, in quanto era la sua residenza favorita: qui lui chiamò Leonardo, Benvenuto Cellini, Rosso Fiorentino; qui Caterina de’ Medici chiamerà il Primaticcio; qui Luigi XV sposerà Marie Leszczinska, qui saranno firmati diversi trattati (pace tra Francia e Inghilterra nel 1629, possesso della Louisiana tra Francia e Spagna nel 1762), l’editto per la revoca dell’editto di Nantes, l’abdicazione di Napoleone…

Fin dall’inizio avevamo deciso di non visitare il parco perché troppo esteso, parliamo di oltre cento ettari, e oggettivamente non ci sarebbe stato il tempo per farlo; poi, se per caso non ci fossimo accorti prima che la visita era per mariantoniettani fatta da un mariantoniettano, l’aver infilato tutte di corsa le sale che le sale che avevano attinenza con l’Impero avrebbe dovuto farci venire qualche sospetto: parevamo tanti bei leprotti marzolini inseguiti da Liselotte a cavallo. Già, perché Liselotte amava cacciare a Fontainebleau, anche se detestava alcune scomodità che vi erano legate. L’unica a rimanere sempre indietro era la Fuffi, che fotografava tutto e se ci fossero state avrebbe fotografato anche le boasse (1) fossili degli svizzeri di cui la citata Liselotte scriveva alla zia Sofia (2) .

39816_439789303248_4948828_nE mentre attraversavamo una lunga galleria che prende il nome da Francesco I, la cui storia è narrata da degli affreschi allegorici di Rosso Fiorentino lungo tutti i muri, parlavo con la Lilli che non stava attraversando un periodo piacevole; io, ricordandomi d’esperienze fatte in passato e di come ho combattuto depressioni, scoramenti e compagnia cantante facendo mio il detto popolare “chiodo scaccia chiodo”, suffragandolo con l’altro detto “morto un Papa me ne faccio un altro”, decido di consigliarle di far entrare del nuovo nella sua vita, una ventata d’aria primaverile che dissipi un po’ le sue preoccupazioni magari trovandosi un nuovo hobby o un’altra occupazione: “Insomma, devi riempire il buco”… gaffe mostruosa, non mi era nemmeno passato per la testa -avendocela- che potesse essere a doppio senso. È andata meglio così, perché la sera ci stavamo ancora ridendo su, anche dopo che ci avevano cacciati dal castello. Si, perché se non lasciamo il segno non siamo contenti, e siamo riusciti a farci buttare fuori da Fontainebleau! Sul finire della giornata la nostra guida ci stava facendo vedere un cortile, il Giardino di Diana, sul quale si affacciava una finestra di una stanza di Marie-Antoinette, con tanto di iniziali M. A. allacciate che decoravano la ringhiera della finestra. Era un po’ tardi, il parco chiude prima del castello, e per tappe successive per poter dare modo ai guardiani di spedire i visitatori verso l’uscita come fanno i pastori con le pecore, un gagliardo omone in bicicletta ci aveva già avvisati una volta che stavano per chiudere i cancelli, e la seconda volta che non potevamo stare in quella zona: alla terza ci becca in flagrante reato di disobbedienza mentre ascoltiamo la conferenza di Patrick sulla finestra della Maria, e chiama un responsabile che ci intima abbastanza seccamente di uscire; noi abbiamo fatto gli gnorri, scusandoci per il disturbo, e alzando i tacchi prima che ci lanciassero dietro i cani.

39816_439789598248_7792879_nDurante la giornata sono successe delle piccole cose che mi hanno ringalluzzito molto: Ale ha meravigliato per gradi Patrick con la sua conoscenza della Maria e dei fatti che la riguardano. Ogni tanto lui citava un fatto, e Ale rincalzava: “Vero, lo diceva la baronne d’Oberkirch…” o “Nolhac lo cita nei suoi libri…”; la botta finale è stata quando Ale gli ha citato un tal Papillon de La Ferté, che era l’intendente dei Menus Plaisirs di Versailles, in pratica quello che organizzava gli spettacoli di Corte, e che ha scritto dei resoconti molto precisi che Ale ha trovato e letto: a Patrick è brillata una minima stilla su un occhio, quasi ci scappava la lagrimuccia di commozione, e poco ci mancava che se lo pomiciasse per la felicità, fatto salvo che non era interessato all’argomento. La ciliegina sulla torta l’abbiamo messa proprio dopo la cacciata dal Giardino di Diana, quando s’è iniziato a parlare non ricordo più a quale proposito di un’opera di André Grétry, Zémir e Azor; io ero perso in un altro discorso, ma ho sentito ad un bel momento Patrick dire ad Ale: “No, ma conosci anche questa? È incredibile!”.

Arrivati alla Gare de Lyon salutiamo Cécile che deve rientrare a Versailles, mentre noi ci dirigiamo con la Dodi, la Fuffi, la Cicci, la Pippi e la Lilli verso un qualsiasi locale dove si possa mangiare a prezzi modici: durante la giornata avevamo fatto solo una rapida colazione al sacco nel parco del castello, ma una colazione proletaria fatta da un paio di panini, un dolcetto e una banana non possono certo calmare i sani e robusti appetiti di un uomo delle caverne o di un gruppo di sane emiliane e romagnole, anche se una di loro è sempre molto eterea e sospetto che si nutra di polline dei fiori; era la sola ad opporsi all’idea generalizzata di mangiare un boccone al Mc Donald prima di rientrare nelle rispettive cucce. Lo so che ce l’ho uguale anche sotto casa, magari arredato meno figarello, ma la stessa sbobba è, e saremmo andati sul sicuro. Nessuno di noi era pratico dei dintorni della Gare de Lyon, e quindi ci siamo spinti alla ventura andando verso la Bastille, tanto i Mc te li tirano dietro ad ogni angolo di strada, è impossibile non inciampare in uno di loro, prima o dopo. Complici le indicazioni fatte da cani che indicavano un Mc a duecento metri abbiamo girato un pezzo, nel frattempo circumnavigando l’Opéra Bastille, per poi scoprire che il tanto agognato Mc era a pochi passi dal cartello ingannatore, e pieno come una metropolitana all’ora di punta con tanto di codazzo di gente sul marciapiedi. To morti cani! Ci si riorienta verso altre avvenute, in cerca di cibo, e gira che ti rigira, dopo aver escluso i sushi bar (pesce crudo no, per me no), le pizzerie e i ristoranti italiani (ma per favore, manco fossimo Fantozzi e Filini in vacanza!), mancando una brasserie simpatica e non rapinosa (non ho intenzione alcuna di pagare 15 euri per un’insalata coi gamberetti, per esempio) siamo entrati in un ristorantino della catena Hippopotamus, che è una via di mezzo dignitosa tra il fast food ed il vero ristorante; simpatico, prezzi contenuti, ottima carne, buoni dolci, servizio abbastanza veloce. Ad essere sinceri non ricordo più che cosa abbiamo preso, né io né gli altri, il solo ricordo che ho ben presente di quella cena, oserei dire tangibile è la cofana di insalata che s’è scofanata la Fuffi, tanto perché è eterea e si nutre di polline di fiori: poco fa ho detto “sospetto si nutra”, ora lo dovrei dire al passato, “sospettavo si nutrisse”, e farei bene ad aggiungerci un “anche”, che è meglio! Una cosa inaudita, una mangiatoia di insalata cretese, placidamente distrutta tra un frizzo ed un lazzo che di certo non sono mancato a suon di rievocazioni della giornata, dall’ormai celebre buco da riempire alla nuova versione romagnola dell’opera di Grétry, Zémir e Azdora, lanciata dalla Cicci; avremmo dovuto capire il tono della serata subito, giusto quando la Cicci è riuscita a rovesciare sul tavolo una caraffa d’acqua annaffiando anche i posti della Pippi e della Lilli, ma da una che stava uscendo dal bagno dell’Hippopotamus portandosi dietro il rotolo della carta igienica credo che nulla mi potrebbe sorprendere. Neanche la poca allegria della ragazza che serviva ai tavoli ci ha smontati, e che per la sua scarsa attitudine al sorriso si è attirata una mia battuta che l’ha ribattezzata: “Boia l’orso, è ilare quanto la pietra del Codice di Hammurabi


1: boassa, in dialetto veneto, indica l’escremento bovino o anche equino, ma in generale qualsiasi deiezioni di proporzioni ciclopiche. Boassa è anche un cognome italiano, tutta la mia solidarietà per coloro che ne sono afflitti.

2: vedi il mio vecchio post sulla lettera stercoraria e la risposta scritta da zia Sofia

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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  1. @persogiadisuo: non so perché, ma lo immaginavo. Sono il solo che canti fuori dal coro in mezzo a una folla di marianotienttani, fa piacere sapere che ci sono altri che apprezzano Madame

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