Diario di viaggio, capitolo settimo: dammi una Vespa e ti porto in vacanza!

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condèÈ lunedì: Versailles è chiuso, il Louvre è chiuso, il Palais Royal lo vedi solo dall’esterno, il Musée des Arts Decoratifs è chiuso, in breve la stragrande maggioranza delle cose belle da vedere nell’Île-de-France è chiusa di lunedì e noi che facciamo? Pigliamo in nostro bravo trenino e ce ne andiamo a Chantilly, simpatica cittadina della Piccardia a circa 50 chilometri a nord di Parigi, la cui attrazione principale è il Musée Condé; la crema Chantilly è secondaria, direi anzi che è un sottoprodotto del castello e dei Condé giacché è stata inventata come dessert per una cena al castello. Un’altra peculiarità della città e sottoprodotto del castello, sono i cavalli: ippodromo e concorsi ippici sono celebri in tutto il mondo; insomma, la città deve la sua fama ai Borboni, come spesso accade.

Ci si alza di buon mattino, come sempre, e si arriva alla Gare du Nord, la stessa di Compiégne e, per capirci, quella col tafanario: il tragitto è breve, e poiché il castello è un po’ lontano dalla stazione, credo abbiamo impiegato per raggiungerlo a piedi lo stesso tempo occorso per arrivare in treno da Parigi; c’era anche il bus, ma noi siamo sempre quelli duri&puri che non lo prendono, stavolta a ragione perché il bus passava ogni morte di papa in periodo di vacanza scolastica, e ci siamo goduti la passeggiata attraverso la foresta: foresta che è una costante nei pressi dei castelli reali perché una volta c’erano pochi passatempi, e lo sport favorito era la caccia anche perché costituiva una sorta di allenamento per i cavalieri in tempi di pace. Chantilly, poi, era nato proprio come residenza di caccia, e le numerosissime decorazioni e sculture di cani da caccia lo testimoniano ancora. Durante il tragitto Ale ha attaccato bottone con un altro turista, un giapponese del Canada (strano incrocio), a riprova del fatto che certi luoghi generano curiosi connubi.

chantilly 1Il castello, così come lo vediamo oggi, è un falso: durante la Rivoluzione è stato raso al suolo, ed è solo dopo la Restaurazione che fu fatto ricostruire dall’ultimo proprietario, figlio di Luigi Filippo: Henri d’Orléans Duca d’Aumale, che lo aveva ereditato all’età di sei anni dal prozio, l’ultimo Principe di Condé; sulla morte di Condé e sulla questione ereditaria ci sarebbe tutto un romanzo da scrivere, siccome in teoria s’è suicidato impiccandosi, ma è stato trovato impiccato alla maniglia di una finestra, con le ginocchia mezzo flesse: uno dice “Ma alzarsi in piedi, no? O suicidarsi come si deve, magari…”. A tutt’oggi non si sa la verità, se sia stato un omicidio commissionato da Luigi Filippo per impadronirsi dei beni dell’altro ramo della famiglia reale, o che sia stato più semplicemente un giochetto erotico spinto oltre i limiti del consentito, ipotesi supportata dal fatto che all’epoca il vedovo principe giocasse parecchio con una nota signorina buonasera la cui specialità consisteva proprio nello strangolamento parziale per il prolungamento dell’orgasmo: insomma, volendo essere cattivi possiamo dire “Ne uccide più la gola che il porcellone”. Fattostà che il Duca d’Aumale ha visto morire tutti i suoi figli prima di lui, e considerava il legato Condé una maledizione; morto senza eredi ha deciso di lasciare il castello non alla Francia ma all’Institut de France, istituzione che raggruppa le Accademie di Francia: al castello sono molto orgogliosi di non essere proprietà della Réunion des Musées nationaux, e non perdono occasione per sottolinearlo; devo dire che non hanno torto, certe cose sono organizzate meglio e più chiaramente, come le visite guidate e non sputo nemmeno sui costi minori dei biglietti.

liselotteIl Duca d’Aumale era un grande collezionista, e le sue opere d’arte sono tuttora nel castello perché aveva inserito una clausola nel testamento, rispettata ferocemente, che vieta qualsiasi tipo di prestito ad altri musei. Le tele conservate qui, sia per numero sia per importanza, sono seconde solo a quelle del Louvre: Veronese, Botticelli, Raffaello, Guercino, Van Dick, Van Loo, Clouet, Poussin, Largillière, Watteau, Nattier… fra l’altro, di Nicolas de Largillière c’è un quadro che mi suscita sempre un moto di sgomento, è un ritratto di Liselotte vista come Fonte (no, non era la testimonial dell’Acqua Palatina o roba del genere, è una pura e semplice allegoria): non so che si fosse bevuto quando l’ha dipinto, ma è uno dei peggiori ritratti che le abbiano fatto e che mi lascia tanti dubbi: prima di tutto, il quadro è datato “ultimo quarto del 17mo secolo”, e invece col vestito non ci siamo, è già più ‘700; poi lo stesso pittore ha dipinto un’altra tela che oggi è al Musée des Beaux Arts di Tours con lo stesso soggetto, salvo che la dama ritratta travestita da fonte è sconosciuta; aggiungiamoci che in un altro quadro Largillière mi ritrae Maria Anna Mancini, duchessa de Bouillon (lo troviamo al Louvre), alla quale non solo innesta un nasone capetingio ma la ritrae quasi identica a questa pretesa Duchessa d’Orléans (sopracciglia, pettinatura, stazza); poi, per quanto indulgesse con la forchetta e nel 1698 lei stessa dica di somigliare ad un cubo, non aveva raggiunto le proporzioni da tendone del circo Togni che vediamo nel suo ritratto più famoso, quello di Hyacinte Rigaud; mettiamo sulla bilancia che non le somiglia molto e che ha pure un’espressione beota: per me non è lei, ma non ho modo di dimostrarlo anche se sarebbe un colpo da maestro.

toniTorniamo a noi: la prima cosa che abbiamo visto al castello è stata l’esposizione temporanea dedicata ad Enrico IV (che tra parentesi per il Duca d’Aumale era un modello cui ispirarsi), nel quarto centenario dell’assassinio del re. La mostra raccoglieva quadri, disegni, miniature, sculture che percorrevano la storia del re e dei personaggi che gli erano più vicini, da entrambe le mogli alle numerosissime amanti, dalle guerre di religione all’avvento al trono fino al regicidio.
La visita prosegue con il giro delle sale, molto interessante, specie per Ale che ha trovato un ritratto di Marie-Antoinette, io invece ho trovato da malignare su una famigliola slava, credo russa, che era inserita in una comitiva di turisti scaricata a un pullman: la madre aveva un’enorme cofana biondo platinato tinta con l’Ace Bucato che pareva quella di Zia Assunta in La Tata, indossava una sorta di gonna molto ma molto corta in jeans con le tasche posteriori coperte di strass che lasciava scoperte delle cosce grandi ciascuna quanto il mio torace, stivali country borchiati di un rosso lucido, e calze a rete nere che fortunatamente erano dei collant e non autoreggenti, o sarei ancora lì esanime sul pavimento. La figlia, che avrà avuto al massimo quattordici o quindici anni, era altrettanto sobria: stivaletto di pelle scamosciata con le frange ma con le dita fuori, come fosse stato un paio di infradito, minigonnina in jeans a giropassera, con più strass di quella della madre ma con molta ma molta meno stoffa, canottierina bianca semitrasparente scollata con sopra una specie di camiciola di voile leopardato e il viso più truccato di una madonna spagnola, e la bocca costantemente aperta mentre ruminava la gomma americana, per giunta tirandola con la lingua: quando si dice che la classe non è acqua…

angloDecidiamo di andare a fare un giro per il parco, durante l’attesa della visita ai Grandi Appartamenti: qui, a differenza di Compiègne, le parti accessibili solo con visita guidata te le vedi tranquillamente perché i conferenzieri non mancano; abbiamo scelto di non volere guide per il giardino per fare prima, per lo stesso motivo evitiamo anche il giro del parco in trenino, ed in più andiamo dove vogliamo noi, non dove vuole qualcun altro. Il Parco originale è stato disegnato da Le Nôtre, lo stesso architetto che creò i giardini di Versailles, Saint-Cloud, le Tuileries e altri molto famosi, poi risistemato nell’800 con aggiunte di giardino inglese, tempietto dell’amore e tutto il caravanserraglio che un giardino romantico doveva per forza avere. Purtroppo il mese di agosto è nella stagione secca, quindi le numerose fontane del parco erano ferme e, a dire il vero, piuttosto deludenti: io, poi, da bravo papero, quando vedo degli zampilli, delle cascatelle, una qualsiasi forma di acqua corrente, batto le manine tutto felice e resto lì a guardare ed anche a giocarci, incantato come i bambini e quindi la delusione è stata doppia, quindi mi sono consolato cercando subito di socializzare con le numerosissime oche che passeggiavano per il giardino. Le oche, o meglio gli anatidi in generale, sono molto territoriali e non hanno accettato di buon grado l’intrusione di un suonato che si accucciava per terra in continuazione chiedendo uno straccio di attenzione da parte loro; m’è riuscito solo di rimediare un oco un po’ affamato in cerca di briciole di pane ma che è rimasto alla distanza di due metri e mezzo. L’oco non era il solo ad avere fame, il mio stomaco brontolava già da un po’, ma le risorse erano pochette: avevamo pensato di farci dei panini in città prima di arrivare al castello, ma è ovvio che nei sentieri della foresta non abbiamo trovato nessuna amabile locanda gestita da Puffi, e dopo aver dato una rapida occhiata al menù del ristorante, dal pretenzioso nome di “Les cuisines de Vatel”, al pianterreno del castello siamo fuggiti a gambe levate prima che ci chiedessero anche di pagargli anche l’usura del cartello col menù che stavamo leggendo. Piantina del dominio alla mano, vediamo che c’è un altro punto di ristoro nell’Hameau, che guarda caso è proprio il gruppo di finte casette rurali che ha ispirato Marie-Antoinette per quello che si è fatta costruire a Versailles: il suo è molto più bello, è una piccola opera d’arte nel suo genere, mentre questo è grigio, triste e pure mal tenuto ma in attesa di restauro. Intanto io raziono mentalmente i biscotti e i pochi generi di conforto che avevo ancora nello zaino dalla visita a Fontainebleau del giorno prima. Arrivati all’hameau troviamo con po’ di difficoltà il ristorantino, la bettola insomma: to morti cani! Per un piatto decongelato, stile lasagne di Giovanni Rana (pardon: Jean de la Grenouille), mi chiedevano di più che per l’intera colazione che abbiamo fatto al Louvre! E noi facciamo gli stoici! Si stringe la cinghia, si beve molto per riempire ben bene lo stomaco, e finiamo gli avanzi del giorno prima, poi nella peggiore delle ipotesi ci si concede un gelato al bar che dovrebbe essere lì poco lontano. La cosa bella è che ti affittano anche una sala in una delle casine dell’hameau per i matrimoni: non oso pensare ai prezzi.

Il giardino inglese vero e proprio è grazioso, ma non è eccezionale; onestamente ho visto di meglio, anche quello di Trianon è tenuto molto meglio (almeno ultimamente, vent’anni fa era malmesso come questo): mi fa un po’ specie però che mi abbiano detto che il parco è stato restaurato di recente. O l’hanno restaurato male, oppure prima doveva essere letteralmente devastato; di certo la parte con l’isola dell’amore non è stata toccata: la struttura in legno del gazebo in forma di gloriette che ospita la statua di Cupido non ha visto mano umana da quando il Duca d’Aumale è morto, mi sa, e pure le rose che dovrebbero ornare tutta l’isoletta. Il tempio di Venere è stato probabilmente ripulito durante il restauro, ma di certo la statua non è stata toccata, le manca un dito del piede ed è abbastanza rovinata. Non poteva mancare l’incontro rituale con la coppietta gay, a riprova del fatto che certi posti attirano come magneti la popolazione omosessuale. Mentre venivamo via, per rifarmi della mancata socializzazione con le oche, ho fatto amicizia con un topolino di campagna che zampettava nei cespugli.

appartamentiI Grandi Appartamenti sono molto interessanti, visitabili con conferenziere e da piccoli gruppi, che rende l’escursione più piacevole: hanno un decoro prevalentemente Luigi XV, e sono conservati molto bene. Altrettanto per gli appartamenti privati del Duca d’Aumale, che sono oggetto di un’altra visita e nel corso della quale siamo riusciti a mettere in difficoltà la guida: nel salottino della Duchessa troviamo un ritratto della Duchessa de Bourbon, moglie di quel Louis (VI) di Bourbon-Condé che nominerà Henri d’Aumale suo erede universale; in pratica era Bathilde d’Orléans, sorella del nonno paterno del Duca. La guida ci nomina un po’ un corsa i personaggi ritratti, tutti membri della famiglia, e Ale riconosce benissimo la Bathilde: “Mi scusi, quella è Bathilde d’Orléans, vero? ” “No, è la Duchessa di Borbone”, risponde la guida spiazzata dall’idea che un turista conoscesse un personaggio così dimenticato, Ale a mezza voce mi dice: “Cretina, lo so che è la Duchessa di Borbone. Intendevo chiederle se era davvero la Bathilde”, il che dimostra che le guide imparano solo una parte, e non approfondiscono l’argomento. È un personaggio dimenticato non a torto, non ha mai fatto nulla di rilevante, la conosciamo solo noi che ci facciamo sempre i cazzi di gente morta da secoli; io la ricordo solo marginalmente perché era nipote del Reggente e si occupava di esoterismo dopo aver ritrovato della carte segrete appartenute al nonno. Il clou di questa parte del castello è la biblioteca, un enorme caveau dove sono conservati migliaia di libri, circa 13000, più molti manoscritti che vanno dal Medio Evo fino alla fine dell’800; scopro tra le altre cose che vi sono cnservati gli archivi degli Orléans, comprese alcune lettere di Liselotte.

Tra le due visite siamo andati a vedere le scuderie, dove ci siamo presi parole anche lì: siamo arrivati quando stava per iniziare un’esibizione e abbiamo osato attardarci quei tre secondi più del dovuto perché io stavo guardano i cavalli nei box. Pazienza, ci siamo rifatti andando a mangiarci un gelato al baracchino fuori del castello: figurarsi se andiamo a Chantilly e non mangiamo un gelato con la Chantilly sopra… che non è assolutamente diversa da quella che si mangia a Compiègne o a Padova, ma va bene lo stesso: è l’idea che conta.

scuderieFinito il giro torniamo di corsa verso Parigi perché eravamo stati invitati a cena dalla Dodi, la Fuffi, la Cicci, la Pippi e la Lilli a Montmartre, tutto molto bohémien. Oh, avevamo così fretta di ritornare che ci siamo persi nella foresta: dovunque mi girassi gli alberi erano tutti uguali, pareva una via di mezzo tra The Blair Witch Project e i racconti di mia madre su quando vedeva gli alberi della foresta di Rambouillet girare in virtù ad un mezzo bicchiere di robusto bianco. Di riffa o di raffa abbiamo trovato la strada giusta, seguendo i rumori del traffico, e una volta arrivati a Parigi inforchiamo la nostra brava metropolitana per scendere alla fermata di Abbesses; arriviamo in ora di affollamento, e vediamo una fiumana di gente prendere l’ascensore per uscire, ci guardiamo e diciamo che con la calca che c’è se facciamo prima con le scale: tapini! Nessuno ci aveva detto che quella è l’unica fermata scavata in una miniera di carbone, abbiamo fatto come minimo una decina di rampe prima di uscire per baciare l’asfalto, mentre ginocchia e polpacci erano rimasti tre o quattro rampe sottoterra. C’è voluto un po’ per ripigliarsi, soprattutto perché eravamo con le batterie quasi scariche dopo una giornata molto lunga e mal rifocillati.

Arrivati a casa delle ragazze dovevamo avere scritto in fronte quanto eravamo affranti, perché hanno provveduto subito ad imbandirci un antipasto a base di crostini e della bella birrazza. A me pareva di rinascere trangugiando un po’ di alcool, e come al solito bevevo anche la parte di Ale che è astemio. La cena è stata gentilmente offerta dalla CONAD di Imola, e cucinata dalla Dodi e dalla Pippi (forse: ero distratto dalla birra e dalla teresina). La cena, va da sé, è stata il naturale seguito della giornata precedente, non ci siamo fatti mancare nulla; nemmeno la Dodi che ad un certo punto, versandosi un po’ di sale sul risotto, ha chiesto ad alta voce come mai quando uno si versa il sale trova sempre il buco più grosso; “Ah, ma anche tu hai un buco da riempire cara?”. Misteri della fede, misteri di Parigi. Giusto come digestivo arriva una perla della Cicci: si parlava di cantanti e di musica, e lei esibisce il suo cellulare con un mp3 di Dalida… no, scusate ma mi gratto; Dalida porta sfiga, e salta sempre fuori da tutte e parti, è come la varicella: al giorno d’oggi non è mortale, ma ti può lasciare dei brutti segni.

La sola nota falsa è che per riuscire a prendere l’ultima RER per Versailles, che parte verso mezzanotte, siamo dovuti scappare che parevamo Cenerentola. Ma stavolta non c’è stata nessuna indecisione, appena varcata la soglia della fermata di Abbesses siamo scesi al binario con l’ascensore rapido. Scemi si, ma non due volte di fila!

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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  1. e' confortante vedere che non sono l'unica che continua a pubblicare recensioni giorno per giorno delle vacanze estive ;-)e' piacevole condividere le proprie esperienze.. poi cosi' i ricordi durano piu' a lungo 😉

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  2. @Giudappeso: grazie dei complimenti. Io, invece, non riesco a seguire più i blog che seguivo sempre, ultimamente sono preso con le bombe… ma racconterò tutto a tempo debito

    @Samarenelpozzo: e se ti dicessi che io mi prendevo appunti giorno per giorno, consapevole che non mi sarei ricordato nulla al ritorno? Infatti per un incidente ho bagnato l'agendina degli appunti, e mi tocca andare a lume di naso, oltre che confidare nella memoria di Alessandro (che trattandosi di Marie-Antoinette e derivati è migliore della mia)

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  3. Invidia, invidia!!!:-) odio quando le guide non sono informate: ottenere quei posti di lavoro è davvero difficilissimo e poi magari ci entrano delle persone che non si interessano nemmeno a quello che raccontano, perchè sono semplicemente dei raccomandati..

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  4. @persogiadisuo: vedila anche al contrario, quante possono essere le persone che come noi si fanno i cazzi di gente morta da secoli, magari conoscendo le sfumature del loro carattere,  che cosa indossavano e di chi erano parenti? Però è vero, quelle che veramente son dentro la materia son poche, molto poche. Noi siamo caduti bene a Versailles con due donne quest'anno, e con una l'anno scorso; sulla persa col rictus stendiamo un velo peloso, che è meglio. E nel complesso la guida di Chantilly non era perfida, ma non bisognava distrarla dal suo binario. 

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