Diario di viaggio, capitolo nono: compleanno a Parigi

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Sempre fidelis, la levataccia ci aspetta per un giro a Saint-Cloud e alla Bagattelle, poi a Parigi per il Musée Carnavalet che quest’anno ci ripromettiamo di visitare come si deve, seguendo la pianta per evitare di perderci e saltare qualche sala come abbiamo ancora il dubbio di aver fatto lo scorso anno.

Il castello di Bagattelle è nel Bois de Boulogne, e anche Saint-Cloud è un parco, perché non rimane più nulla o quasi del castello costruito dal fratello del Re Sole: dovendo fare gli allegri elfi dei prati zampettando in uno dei parchi pubblici più grandi e più belli al mondo avevamo sperato tanto in una giornata di sole, o almeno di tempo simil-decente: eh no, governo ladro! Piove. Doppia rogna, una per ciascuno. Ale voleva vedere entrambi i luoghi poiché legati a Marie-Antoinette: Bagatelle è il risultato di una scommessa tra lei e il cognato Conte d’Artois (quello magretto e deficiente che salirà al trono col nome di Carlo X e che sarà trombato dalla rivoluzione del 1830, non quel trippone e infingardo del Conte di Provenza che sarà il futuro re Luigi XVIII alla Restaurazione), e Saint-Cloud era stato acquistato per lei dal marito Luigi XVI quando il Grosso Grasso Duca d’Orléans, Luigi Filippo I, aveva smesso di andarci dopo il matrimonio segreto con la marchesa de Montesson. Giustamente, non potendo far di lei una Duchessa d’Orléans è diventato lui un marchese de Montesson… Marie-Antoinette adorava quel posto, riteneva che respirarne l’aria facesse bene alla salute dei suoi figli; questa predilezione le è costata cara, perché i parigini hanno iniziato a ricamare sulla sua vita lì (nell’immaginario popolare che potrà mai fare la regina al castello senza il re? Trombare come un’antilope, nevvero!), e quando la regina fece pubblicare i primi regolamenti di sicurezza del castello e del dominio facendoli firmare “De par la Reine”, anziché “De par le Roi” fu apertamente tacciata di puttana e di sovversiva dal popolo. Il cognato panzone e le zie stronze del marito non aspettavano altro, immagino si siano ridotti le mani in carne viva a furia di sfregarsele dalla soddisfazione.

Giustappunto dicevo che il dominio fu venduto a Luigi XVI dal Duca d’Orléans, ed era una proprietà di famiglia: il castello era sorto per volere di Monsieur Philippe, il fratello di Luigi XIV, ed era la dimora che la mia vecchia amica Liselotte amava di più. Un vero palazzo delle fiabe, Monsieur spendeva delle follie per abbellirlo e renderlo migliore delle residenze del fratello, cosa che lo rendeva anche geloso; d’altro canto, Luigi XIV dava a Monsieur enormi quantità di denaro per tenerlo fuori degli affari di stato, e Philippe lo gettava gaiamente e spensieratamente dalla finestra a carrettate per i propri piaceri e per quelli dei suoi amanti. Luigi XIV chiudeva un occhio, o anche entrambi quando gli serviva, e dato che era il più grande re d’Europa (soprattutto si riteneva tale senza tanti mezzi termini) Monsieur era perfettamente conscio di essere il più grande principe d’Europa, infinitamente superiore a chiunque, e ogni fasto e scintillio suo personale avrebbe riverberato anche sulla fama della Francia a patto che non offuscassero il real sbarlùsegare del fratello maggiore.

Monsieur, purtroppo, segna punti sul tabellone di chi vuole che gli omosessuali siano tutti ottimi esteti, raffinati arredatori, architetti meravigliosi, sarti d’alta moda, gioiellieri insuperabili e parrucchiere matte e creative: lui era tutto questo, e tutto assieme. D’altronde, visto che se uno gli parlava da un orecchio si sentiva l’eco uscire dall’altro per quanto poco cervello aveva, non era assolutamente difficile che questo antesignano dei conduttori dei programmi che vediamo sui canali satellitari come Leonardo fosse totalmente ed assolutamente incentrato sull’apparire anziché sull’essere, sulla frivolezza anziché sulla solidità. Monsieur era ignorante come una zucca matura, non aveva mai letto un libro in vita sua: la sola cosa in cui era veramente esperto era la genealogia; padroneggiava perfettamente l’intricatissimo sistema di storia, parentele, matrimoni, casate, nomi, cariche, impieghi, dignità di tutte le famiglie regnanti in Europa e di quelle della nobiltà francese. In questo castello sardanapalesco  da Mille Notti e una Notte, abbondantemente mescolato con un bordello di New Orleans, Liselotte visse molto tempo degli ultimi anni della sua vita dopo essere rimasta vedova.

‘nsomma, la pioggia c’ha dato la doppia fregatura: una a me e una ad Ale.

Si riformula in fretta il programma della giornata, guida alla mano: un bel giro per il Marais dopo aver visto il Carnavalet. Amo questo museo, ci sono delle cose bellissime e molto curiose da vedere, principalmente sono attratto dalle sale ricostruite con degli arredamenti d’epoca, che vanno dal ‘700 all’art nouveau. Ha però un grosso difetto, ai miei occhi e non solo ai miei: ogni santa volta che vai non hai bene idea di quali e quante sale possano essere chiuse per restauri o altri lavori in generale; un po’ come quel detto pedestre sulla scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti può capitare. Noi, per restare fedeli alle tradizioni, non siamo riusciti a rispettare il giro ordinato secondo il numero delle sale neanche stavolta, e per essere certi di non aver perso nulla lo abbiamo girato tutto due volte! Tiè!

La tappa seguente è stata un piccolissimo museo, con ingresso gratuito al pari del più blasonato Carnavalet: il Museé Cognacq-Jay. È costituito da un lascito fatto alla città di Parigi dal fondatore della Samaritaine e da sua moglie, e vanta tele di Fragonard, della Vigée-Le Brun, Rembrabdt, Chardin e altri: l’idea di due borghesi molto ricchi che facciano un gesto del genere, dopo aver riunito una collezione d’arte di questa sorta, ti fa riconciliare con il preconcetto che il denaro non faccia la cultura; credo che in realtà la cultura parta anche dal buonsenso e dalla voglia di migliorare.

Usciti dal museo abbiamo visto che l’orario non ci consentiva di visitare l’hôtel de Soubise, sede del Museo della storia di Francia e degli archivi nazionali, e di conseguenza ci siamo concessi un pranzo tipico: una robusta entrecôte con le patate fritte, e poi via di cazzeggio parigino, in cerca di qualche libreria antiquaria, per poi finire a fare ruma ruma sui banchetti dei bouquinistes del lungo Senna. Ci ha detto bene anche stavolta, Ale mi ha fatto pescare la biografia di Liselotte scritta da Frantz Funck-Brentano; io nicchiavo, pensando che sarebbe costata un putiferio; e come al mio solito pensaven malen! Otto euri, non un soldo di più: quante volte ci facciamo delle pippe mentali per nulla, veramente per nulla.

Non s’è rivelata una giornata particolarmente entusiasmante, né scoppiettante, pirotecnica o ricca di mirabolanti avventure nella metropolitana… ma a me che me frega? Almeno una volta in vita ho compiuto gli anni a Parigi, e questo non ha prezzo. Per tutto il resto, c’è il lampione lungo la tangenziale!

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