Diario di viaggio, capitolo decimo: era già l’ora che volge il disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core

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‘ntenerisce un emerito paio di balle (eh, bonjour finesse)!

È arrivata l’ora più grigia della vacanza: il giorno del rientro alla nostra solita vita di tutti i giorni. Il programma non è diverso dallo scorso anno: partiamo col treno alle nove di sera o via di lì da Bercy, e nel frattempo facciamo l’ultimo giro per la Reggia, avendo lasciato in deposito le valigie alla nostra albergatrice, la gentilissima madame Stéphanie.

Ci siamo precipitati subito a vedere quali visite guidate fossero disponibili nella giornata, e senza esitare minimamente abbiamo prenotato quella agli attici del Petit Trianon, che non sapevamo fossero visitabili fino a due giorni prima, quando ce lo ha detto la Dodi.

lettoLa vista ai Grandi Appartamenti si è svolta secondo il rituale, quasi quasi direi che mancava l’inchino d’etichetta davanti al letto di Luigi XIV, ma se non mi genufletto davanti ai miei dèi, di certo non mi metto a farlo davanti ai simboli altrui. L’inchino davanti al letto nella stanza del Re Sole era di prammatica per chiunque passasse di lì durante il giorno, anche in assenza del sovrano: era un modo di riconoscere la sua autorità e la monarchia stessa. Non dimentichiamo che la monarchia non era solo una mera istituzione politica ed ereditaria, ma anche un corpus mistico: tramite la consacrazione il Re perdeva il suo stato di laico, per quanto non acquistasse completamente quello di religioso, diventava una sorta di “vescovo esterno”, e pertanto luogotenente di Dio sulla Terra, quindi veicolo della volontà divina ed accessoriamente anche della grazia divina, da cui il potere dei re taumaturghi, come quelli di Francia che guarivano la scrofolosi con l’imposizione delle mani. La funzione dei Re Sacerdoti, assieme alla divinità insita nella monarchia, non è invenzione né di Luigi XIV né dei Capetingi: è molto, molto più antica, mentre il concetto di monarchia di diritto divino ha preso largamente piede durante tutto il Medio Evo.

Divagazioni a parte, torniamo al nostro giro. Fatti i Grandi Appartamenti si passa al parco, giusto per ammazzare il tempo aspettando la visita al Petit Trianon; siamo sulla terrazza dell’Orangerie che guardiamo gli enormi cassoni con gli aranci, una dozzina dei quali hanno la fama d’essere ancora di quelli che hanno visto il Re Sole: Ale ha diverse piante di agrumi a casa, e stavamo facendo un rapido confronto. Ci abborda un ragazzo che ci chiede di scattargli una foto assieme alla moglie, dall’accento è impossibile non capire che è vicentino e attacchiamo bottone; lui tutto garrulo ci chiede se sappiamo indicargli la strada per arrivare a… Triathlon! La moglie lo blocca subito stizzita: “Ma cossa dìsito, xé Trianon”. Noi abbiamo fatto fatica a non ridere, più per la scenata della moglie che per lo strafalcione del marito.
Il parterre di Versailles attira una strana fauna, si sa: pure un cinese che si faceva le foto assieme alle statue sfingi vicino alle gradinate. Va beh, ognuno ha i propri passatempi, pure noi ne abbiamo uno strano; in ogni caso ho imparato durante la giornata a Fontainebleau che in francese lo sfinge maschio è “le Sphinx”, mentre la sfinge femmina è “la Sphinge”: hai visto mai che possa tornare utile un giorno?

duchessaPranzo al volo a base di panetti del Café d’Orléans, andiamo al Petit Trianon, dove approfitto per farmi un mezzo pisolo strategico, seduto su una delle panchine in un cortiletto interno, mentre aspettiamo la nostra guida: una bella signora che credo mia coetanea o poco più grande, semplice e spigliata, molto amichevole. Appena arrivata ha ramazzato su tutto il suo gruppetto di pecorelloni multietnici e ci ha fatto schiudere una porticina, che finora avevo sempre visto inviolata, sul pianerottolo davanti a quella dell’inizio del giro tradizionale al primo piano del Petit Trianon: ci si è aperto un mondo. Un po’ spoglio, a direi il vero, perché molte delle stanze sono completamente vuote, e addirittura si ignora quale fosse di preciso la loro funzione o a chi fossero destinate; in quelle di cui conosciamo la destinazione d’uso molto raramente abbiamo il mobilio originale, ma in alcuni casi si è salvato. Non so quanto bello possa essere, delle volte: nel salottino della Duchessa d’Orléans, Elena di Meclemburgo-Schwerin, moglie del maggiore dei figli di Luigi Filippo, Ferdinando Filippo d’Orléans, troviamo delle poltrone tappezzate con una seta di un verdino limetta acido, che pare fosse in voga all’epoca e piacesse alla Duchessa ma che al giorno d’oggi possiamo tranquillamente definire “color ginocchiata nei denti”, accanto ad una poltrona finto-gotico come andava molto di moda sotto Luigi Filippo: in legno quasi nero rivestita di pelle color topazio bruciato… ‘no biggiù; la guida ce l’ha mostrata inorridita, e anche un tantinello schifata, a riprova del fatto che non tutto quello che è antico è per forza bello; il Re Pera non sapeva manco dove il buon gusto abitasse di casa, è un dato di fatto.

A parziale giustificazione della piccola Duchessa mi viene in mente che, povera stella, con quella suocera che si ritrovava era probabilmente costretta a usare colori molto squillanti per cercare di smuovere un po’ l’atmosfera: la regina Maria Amelia ha sempre avuto un’aria da funerale da far grattare le palle ai gatti neri che la incrociavano per strada, tanto che Morticia Addams pare la Primavera del Botticelli al confronto. Tra le stanze vistate c’è anche quella che si suppone essere stata di madame Campan, quella camerista di Marie-Antoinette che è diventata famosa per aver scritto dopo la Rivoluzione un libro con le sue memorie sulla regina, e anche per aver messo in piedi una specie di educandato per signorine bene dove sono state messe anche le sorelle di Napoleone perché perdessero la loro allure da campagnole, appena sbarcate dalla Corsica. La cosa curiosa è che scorrendo i vari mémoires dell’epoca rivoluzionaria salta fuori in numerose occasioni che la Campan non era esattamente questo agnelluccio candido che vuol far credere, e pare che addirittura Marie-Antoinette la credesse una spia dei rivoluzionari e che non se ne fidasse affatto; l’idea ti viene spontanea leggendo questi suoi mémoires sbrodolosissimi e stucchevoli, alle volte abbastanza menzogneri per ciò che riguarda i suoi rapporti con la Regina o su alcune scene di cui è stata testimone: uno si dice che i casi sono due, o la Genet Campan doveva farsi perdonare qualcosa, o ha capito benissimo che se la doveva far perdonare Luigi XVIII e che avrebbe gradito molto che ai defunti cognati venisse regalata un’aura da santi. È rimasta famosa l’accoglienza riservatale da Madame Royale, la figlia di Marie-Antoinette, al suo ritorno in Francia alla Restaurazione: la Campan s’è precipitata a farle la riverenza e a parlarle della sua defunta santa mamma e quell’altra, che già di suo era simpatica come una martellata sul pollice, le ha seccamente risposto: “Avreste fatto meglio a restare a casa”. Com’è come non è, codesta truffaldina d’una fanfarona aveva una stanza con vista sul tempietto dell’amore, uno dei punti più romantici del parco: ma vado anche io a fare la cameriera spiona!

teatroIl clou della visita à stato il teatro di Marie-Antoinette, che è giunto integro fino a noi: i rivoluzionari non l’hanno spogliato delle colonne e degli altri elementi decorativi perché erano finti. Pura cartapesta. Essere seduti sulle panche destinate al pubblico più in vista mentre dall’esterno ci guardavano i visitatori ordinari, che non hanno accesso all’interno della sala, è stato molto gratificante.

Terminata la visita, dato un ultimo saluto alla cancellata del castello, ci si incammina verso la stazione di Bercy. Verso la pulciosa stazione di Bercy. Mi piaceva tanto arrivare alla gare de Lyon, una volta; anche i trasporti erano più comodi, con più linee della metropolitana a servirla. Appena saliti in treno scopriamo una cosa che on c’è andata giù molto: il locomotore è morto, lunga vita al locomotore! Tocca aspettarne uno di scorta che arriva da… dalla Gare de Lyon? Dalla Gare di Nord? Ma no, lo fanno arrivare da Digione: va bene che il treno ci passa per andare in Italia, ma farlo arrivare da un posto un po’ più vicino no? Non credo che in Francia un locomotore in più sia solo lì, in Borgogna, a 3-400 km da Parigi, e nell’Île-de-France niente. Totale: tre ore di ritardo sulla partenza, e non è che l’inizio.

cancelloL’attesa è stata snervante, ma abbiamo avuto lo stesso il nostro bel da fare: in primis, cercare di capire da dove venisse la puzza di pesce che ammorbava la carrozza; solo la nostra, non le altre, e dalla nostra parte quindi abbiamo escluso l’aria condizionata. L’ipotesi più accreditata da noi e dai nostri compagni di scompartimento è che la coppietta di alternativi dello scompartimento accanto al nostro avesse del pesce in valigia, perché la puzza si sentiva ogni volta che lui usciva o che spostava i bagagli, mentre non mi pare di aver sentito strani odori quando passava la sua lei… resta un mistero. All’inizio credevo che fossero le nostre due sorelline coreane delle cuccette in alto con del sushi in borsa: si, perché pure quest’anno siamo stati funestati dall’invasione delle dame del Sol Calante. Due sorelle, una torda e l’altra peggio ma che aveva la scusante di avere solo sedici anni o giù di lì, cui i genitori hanno regalato un viaggio in Europa… viaggio, giro a passo di carica: erano convinte di poter fare Venezia e Roma in un giorno solo. “Il treno arriva alle 9 a Venezia, e poi abbiamo quello alle 16 per Roma, riusciamo a girarla tutta in sette ore”… povere illuse. Gli altri componenti della nostra brigata erano una famiglia -anzi, mezza- di indiani che vivevano in Canada, una giapponese in vacanza e una malese residente in Australia, che divide la sua vita tra Brisbane e Kuala Lumpur. I nostri indo-canadesi erano una famiglia di quattro persone, che le ferrovie avevano gentilmente spezzato per metterli in due scompartimenti diversi, nonostante che all’atto della prenotazione avessero detto chiaro che volevano stare assieme: va bene, vedo che non sono solo le FFSS a creare casini del genere; per fortuna con un magheggio sono riusciti a riunirsi con il resto della famiglia facendo a cambio di posto.

Non credo sia colpa delle ferrovie, FFSS o SNCF che siano, se la gente non arriva a capire come si trasformano i sedili in cuccette in una carrozza cuccette: non occorre un corso apposta, ma ci siamo trovati ad organizzarne uno; o meglio, io non ho fatto nulla, ci ha pensato Ale che è quello che parla inglese. Le coreane credevano di dover passare la notte sedute e non si erano poste il problema neanche da lontano, tanto che usavano le loro cuccette (quelle superiori, già aperte) come portabagagli. Ale è stato così bravo che ha fatto il corso anche in trasferta, nello scompartimento dove si erano spostati gli indo-canadesi per far vedere il trucco anche a loro. Per un po’ abbiamo chiacchierato con la ragazza malese, che è molto allegra e dotata della chiacchiera di un mulino a vento, è in grado di dare punti persino a me; nel frattempo le coreane avevano intrapreso un’attività da speleologhe: stavano scavando nei loro bagagli facendosi strada con una torcia elettrica… abbiamo avuto pietà, e Ale ha mostrato loro dov’era l’interruttore della luce: esattamente sotto una targhetta di plastica con disegnata su una lampadina. Intanto assistevamo anche alla sfilata di gente che andava e veniva dal bagno per preparasi per la notte, visto che la mezzanotte era suonata da mo’: ci ha lasciati un po’ sconcertati una giapponese grossomodo ventenne che faceva parte di un gruppo di inglesi, continuava ad andare e venire dal bagno con un cucchiaio in mano. Non abbiamo mai capito che cosa se ne facesse, o se a Londra possa essere una moda in voga tra i giovani, magari un distintivo da bimbominkia. Rule Brrrrrritannia!

Intanto il treno fa finta di correre, e ci accorgiamo che siam fermi: due ore e fischia di sosta a Digione. Guarda tu, a sapere che avremo fatto tappa in Borgogna avrei messo in conto una visita al castello di Bussy-Rabutin; e invece no, è solo che a Digione si son ripresi il locomotore che ci avevano dato per arrivar fin lì, e ce ne hanno dato un altro: si vede che non si fidavano a far arrivare l’argenteria buona in mezzo a quei cazzoni in Italia, e ci hanno rifilato su una scartina. Quel ritardo ci ha uccisi, un po’ fisicamente perché in treno ti muovi poco, un po’ moralmente perché quando siamo arrivati a Verona avevamo la mascella che strisciava per terra dalla noia, e soprattutto perché una volta così tanto in ritardo il nostro treno è stato costretto a fermarsi ad ogni pipì di gatto per far passare qualunque altro convoglio. Totale di sette ore e rotti di ritardo, abbiamo toccato marciapiede a Verona alle due del pomeriggio passate, contro le sette del mattino previste.

Poi, l’uomo non è di legno, e la fame non va in vacanza: decidiamo di fare colazione al vagone ristorate, anche per capire dove caspita potessimo essere visto che il controllore, fiutando l’aria, s’era dato come si dice volgarmente. Entriamo nella carrozza ristorante e ci vediamo davanti uno spettacolo quanto meno ambiguo: in piedi davanti al bancone c’è un uomo sulla sessantina coi pantaloni calati, nell’atto di ravanarsi nelle mutande. Ora, io sono un uomo di mondo e ho visto metodi d’approccio poco ortodossi, anche molto creativi e anche più squallidi di questo, ma quello che mi ha lasciato basito è che né la barista, una bella bionda sui trent’anni, né il barista, un bell’orsacchiottone veneziano sui trentacinque, parevano sconvolti o emozionati dal vedersi il trippone ballerino dell’ometto in mutande. Dopo un paio di secondi ho capito tutto: l’ometto ha estratto venti euro dalle mutande e li ha consegnati al barista, che li ha presi in punta di dita per metterli in cassa. Mi sono sentito molto sollevato pensando che in tasca avevo dei pezzi da dieci e non rischiavo che mi venisse dato di resto un pezzo da venti, magari proprio quel pezzo da venti…

Noi mangiamo qualche cosa, chiediamo se ci son notizie sul ritardo e ci mettiamo a guardare fuori: il panorama della Svizzera è molto bello in certi punti, specialmente quando ti avvicini al lago di Losanna. Il mutandatore folle ci attacca bottone, e nel giro di ventitré secondi ci ha già raccontato la storia della sua vita, di quella di suo padre e di quella di suo nonno emigrato; noi si e no siamo riusciti a spiccicare una parola, di provare a levarcelo di torno neanche a parlarne. Ci abbiamo timidamente provato, iniziando a commentare un castello che si vedeva ergersi su uno sperone di roccia, ma il nostro compagno di sventura ha rincarato la dose chiedendo: “Ma questo è il lago d’Iseo o è già il Garda?” nello stesso momento in cui stavamo passando in una stazione con un discreto numero di cartelli con scritto “LOSANNA”.

Arrivati a Verona mi sono quasi chinato a baciare il marciapiede del binario, in realtà sono solo inciampato nel trolley, come mio solito. La fame nera che avevamo ci ha fatto trovare gradevole perfino il panetto del McDonald della stazione, incredibile.

Appena arrivati a casa ci siamo guardati: “‘mbè?” “Si”. Stravaccati sul letto abbiamo fatto una di quelle dormite da manuale, ci siamo svegliati per cena. All’anima delle ferrovie, del mio mignolino maciullato, del nonno in mutande, delle coreane, e del tempo parigino bastardo.

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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  1. @leggerevolare: se fosse successo nel viaggio di andata non credo avremmo detto "Bau!". Il ritorno è di per sé più pesante

    @Yzma: pecorelloni perché non eravamo pecorelle, ma neanche esattamente pecoroni; una via di mezzo, insomma

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