Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 9

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La fata si mosse verso Maria Giuseppina, prendendole le mani tra le sue.

– No, piccina. Vieni qua da fatuccia tua, su… dai, tutto va bene. Non è colpa tua sei piccola e zozza… è che non ti lavano abbastanza. Vedrai, col tempo passerà. Proveremo di tutto, troveremo dei detersivi adatti, la varechina anche. Magari tentiamo anche col getto d’acqua a pressione. Fatuccia tua ti sarà vicina. Su, beviti un bicchierotto di dolcetto di Ovada, che ti tira su.

– Fai presto a parlare tu, ma se ogni volta che ho bisogno di te devo fare devo fare tutta la manfrina dei gianduiotti con la toma e il pignattone di bagna cauda non la finiamo più!

– Ah, macché! Quella è una cosa che tutti credono che vada fatta perché sono una fata, ma non serve a nulla, è tutta scena. Potevi chiamarmi benissimo stando in camera tua con tutta quella roba sul tavolo, apparecchiato come si deve perché non ti devi dimenticare che sono una signora.

– E perché Frugoletto mi ha detto tutte quelle cose?

– No, Peppy, ma lo hai guardato bene? Ti pare che sia un soggetto affidabile? Va bene per fare il cazzone con i campanellini, e basta.

– Ah! Va ben, ne prendo atto.

– Ora ti darò una cosina che ti aiuterà, un talismano col quale potrai comunicare con me ogni volta che vuoi.

Il musetto di Maria Giuseppina s’illuminò di felicità. La fata staccò una delle spille d’oro che le reggevano il mantello, la serrò tra le mani e vi soffiò sopra, poi borbottando delle parole: “Che Nossgnor ën préserva da la fam, da la pest, da la guèra e da tuti i përtus dal còrp che a guardo per tèra! Che Nossgnor ën préserva da la fam, da la pest, da la guèra e da tuti i përtus dal còrp che a guardo per tèra! Che Nossgnor ën préserva da la fam, da la pest, da la guèra e da tuti i përtus dal còrp che a guardo per tèra!”. La fata aprì le mani, e diede alla principessina un piccolo oggetto di forma rettangolare, smaltato e dorato, con delle piccole pietre preziose sul coperchio, disposte in tre file di quattro pietre ciascuna.

– Oh, che cosa curiosa. È molto bello, sembra una tabacchiera. Che pietre sono, Madrina?

– Quella col numero uno è un rubino, quella col numero due è un topazio, quella col tre è un berillo, il quattro è una turchese, il cinque è uno zaffiro, il sei è uno smeraldo, il sette è un giacinto, l’otto è un’agata, il nove un’ametista, quella con la stellina è un crisolito, lo zero è un’onice e quella col quadratino è un diaspro.

– Come si usa?

– Premi le pietre così, col ditino, in quest’ordine: una volta il rubino, due volte la turchese, ancora il rubino, due volte lo smeraldo, e di nuovo il rubino e due volte la turchese. Se hai fatto bene sentirai un carillon, e io risponderò.

– Ma non me le posso mica ricordare tutte, Madrina.

– Fai così, scriviti il numero: 144 166 144.

– Fammi sentire il carillon! Fammi sentire il carillon!

Fata Teresina pigiò col dito le pietre sulla scatolina, ed una musica allegra risuonò nell’aria.

– Mi piace, sai!

– È simpatica, zompettante… dai, Peppy, vieni a braccetto! Esclamò la Madrina prendendo la principessina sottobraccio e mettendosi a girare in tondo assieme a lei.

– Canta, Peppy, canta! Seguimi!

Eeeeeeeeeee

trinca, trinca, trinca

buttalo giù con una spinta,

e vedraaaaai

che bella fe-esta.

La medicina

del mondo in rovina,

vai tranquillo,

è questa quaaaaa.

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  1. Varechina è il termine che uso di più, abituato fin da bambino. Candeggina mi suona brutto… anzi mi puzza! Acqua di Javel è simpatico, ma fa un po' troppo laboratorio di chimica.

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