Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 25

Standard

L’estate era alle porte di Torino, e non si era presa la briga di farsi annunciare contravvenendo alla rigida etichetta di corte: tutto era in fiore sui dolci declivi attorno alla città, tutto esplodeva di vita e di colori. Tutto, tranne un piccolo posticino nel cuore della città: nello studio privato di Carlo Emanuele III, Re di Sardegna, Duca di Savoia e signore di svariati altri posti stava accadendo un fatto singolare, per quanto assolutamente non inusuale; Maria Antonietta stava discutendo animatamente con il marito e il suocero, e fin qui nulla di nuovo, ma la cosa curiosa era l’enorme scacchiera che si ergeva sul tavolo davanti a loro, e che sembrava guardarli con un’aria da nemo me impune lacessit. Carlin sembrava accalorato dalla discussione:

– Madame, le vostre argomentazioni sono ottime, tuttavia vi faccio notare voi non potete…

– Come, no puedo? Yo soi la mamma de los bambiños, avrò diritto di parola, no?

– Ciumbia! Questa è terra mia, corona mia, e il padrone sono io! Pantegane incluse.

– Padre…

– Piemonte, zitto e strafogati di gianduiotti!

– Ecco, ascoltate vostro padre, cuerpo de una balena! – rincalzò Maria Antonietta mentre Vittorio Amedeo, vista la mala parata, si tuffava su una piramide di cioccolatini. La donna riprese il discorso con più energia:

– Alla fine non propongo nulla di strano, valuto solo le possibili alleanze: da tempo avevamo formato il progetto di maritare le mie figlie in Francia, e adesso due dei partiti passabili sono già stati presi da altre, che si sono ciucciate denari, settebello e primiera! Restano liberi il Delfino e i suoi fratelli, ma per quanto? – mentre parlava si era avvicinata alla scacchiera e aveva preso in mano tre fantocci riccamente abbigliati in foggia maschile, che avevano ognuno un biglietto fissato alla schiena con uno spillo: “Berry”, “Artois”, “Provenza”; nell’altra aveva due fantocci di foggia femminile i sui bigliettini dicevano “Peppy” e “Teresa”. Mise tutti e cinque i fantocci in un angolo del tavolo, mentre il suocero batteva il piede con impazienza.

– Madame, non ho fatto arrestare mio padre per farmi mettere i piedi in testa da mia nuora, sia ben chiaro. E quelle? – disse Carlin indicando un mucchio disordinato di fantocci gettati alla rinfusa accanto ad uno più grande, ma soprattutto molto più grosso, vestito da donna.

– Cuerpo de una balena, los niños della Teresona… ma por favor!

– La Teresona è pur sempre mia cognata, ed io sono lo zio dei suoi figli, disse Carlin mentre indicava un grande quadro sulla parete alle sue spalle che raffigurava una donna con un suntuoso vestito rosso cupo ricamato in argento, una mano poggiata sulla corona di Sardegna, e un’aria da rodomonte che sfidava chiunque a distogliere lo sguardo. Elisabetta Teresa di Lorena sembrava guardare la moglie del figliastro sogghignando, come a dirle “Ridi, carina, che la mamma ha fatto gli gnocchi”. Maria Antonietta stava posando le figurine sulla scacchiera, anche se con qualche fatica perché quella etichettata col nome “Peppy” occupava quattro caselle, e quella col nome “Teresa” continuava a beccheggiare perdere l’equilibrio cadendo in avanti. Vittorio Amedeo, finiti i cioccolatini e il fiasco di malvasia, si fece timidamente avanti:

– Insomma, papà, possiamo provarci. Dare per avere, me lo avete insegnato voi. Noi prendiamo una cicciona per dargliene un’altra, e se tutto va bene accasiamo anche la nasona. Mio figlio, del resto, lo potreste sposare anche col gatto della Teresona, che col panier e la parrucca sta da dio, molto meglio delle altre figlie imperiali. Noi ci guadagniamo l’alleanza con la Francia, evitiamo che i tedeschi alzino troppo la testa e neutralizziamo per quanto possibile l’espansione della casa d’Austria da noi. E poi un’altra acquasantiera ambulante qui a Torino non la noterà nessuno. Io voto a favore della Ciccionilde, blocchiamola prima che la zia Teresona ce la porti via in saldo.

– Signori miei, d’accuerdo? Yo vedo con mucho favor una nuora buona, dolce, remissiva, che non mi creerà problemi e farà quello che dico io. Mentre Maria Antonietta parlava stava piazzando sulla scacchiera una spumiglia con la panna, infilzandola con uno stecchino su cui aveva fissato un cartellino con scritto “Clotilde” e lo poneva assieme a quello col cartellino “Ciumbia!”.

– Madame, perché insistete? Che cosa abbiamo da guadagnare? No, meglio: che cosa ci guadagnate voi? La politica savoiarda è sempre stata indefinita, non manteniamo mai la parola data troppo a lungo, e fissarsi su una sola combinazione di matrimonio invece di prometterla a tutti prima di non darla a nessuno potrebbe essere controproducente. Senza contare che noi Savoia non abbiamo mai volute donne grasse, oltre alle nostre: c’è rischio che non figlino.

– Papito, voi non ci perdete nulla, y yo vendicherò mi hermanita!

– Non fosse che per fare un dispetto a quel mangia kugelhupf di mio cognato… E sia, ci prenderemo Madame Clotilde, ma sappiatelo: dovrà essere Versailles a proporcela, dopo potremmo sempre dire che è stata colpa dei francesi, qualsiasi cosa succeda.

– Minkia, papito! Seguro!

– Incaricherò personalmente Madame de Lamballe di agire per vie traverse presso il Re.

– Minkia, la Meri Terri!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...