Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 31

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La leggenda vuole che i Romani allevassero le murene in grandi vasche, nutrendole con la carne degli schiavi: nulla di più falso, anche se potrebbe essere un metodo utile ed economico per risolvere i contrasti più fastidiosi con i vicini. La murena, povera piccinina, è bruttarella forte ed ha dei denti aguzzi e lunghi, vive in anfratti rocciosi sui fondali bassi, standosene acquattata nel suo pertugio dal quale esce per azzannare le prede che le passano davanti. Donna Sofia di Collegno non era una biologa marina, anche se aveva mangiato delle ottime zuppe di murena: usava la stessa tattica di caccia solo per esperienza, ed è per quello che se ne stava nascosta in un cespuglio nel parco di Versailles, ai margini del boschetto della Girandole in un mattino terso e leggermente ventoso, aspettando di farsi incontrare addosso per puro caso una donna molto importante; oh, si… quella era davvero la persona giusta da accalappiare, si diceva Donna Sofia ‘a Smargiassa!

La contessa Jeanne du Barry passeggiava a piedi nel grande parco di Versailles accompagnata dal suo fido valletto, quando all’improvviso vide comparirle davanti in un turbinio di pizzo, stoffe multicolori, scialletti, cozze e pendagli una donna che aveva già visto aggirarsi per il castello, ma che non aveva mai avuto modo o intesse di conoscere; era una donna non molto alta, non grassa e non magra ma con tutte le sue cose morbide ai posti giusti, e in alcuni punti c’era tutto quello che sarebbe potuto egregiamente servire per altre due o tre donne, e non solo per l’abbondanza degli ammennicoli che le ornavano l’abito. La si sarebbe potuta definire giunonica, immaginando di strizzare Giunone in un bustino corazzato e di farle esplodere addosso il retrobottega di una bancarella “tutto a un luigi”. L’apparizione parlò, o per meglio dire apostrofò m.me du Barry guaendo:

– Cuuuuuucuuuuuuuuuuù! Mia cara coooooonteeeeeeeessa, che fortuna che il caso abbia voluto farci incontrare!
– Sacranon! Chi xèla questa? Pardon, madame, ma temo di non avere mai avuto la buona ventura di esservi presentata.
– Faccio parte della maison di Madame Victoire… iniziò Donna Sofia, ma accorgendosi di un leggero irrigidimento della sua interlocutrice cambiò fulmineamente tono al discorso.
– Non ci siamo mai parlate perché voi dalle tre carogne non ci venite mai, e fate solo bene! Se mi permette la libertà… me la permettete? Ma si, siamo tra donne libere… sono Donna Sofia di Collegno, contessa di Savonera.
– Ghe sboccio, mi! Siete italiana?
– Madame, il mio cuore forse… ma tutto il resto è internazionale. Ho abitato molto a Torino, ed è da poco che mi sono stabilita qui in cerca di fortuna.
– Oh, di solito una donna di buona iniziativa la fortuna se la fa sempre, se solo ha voglia di spendersi un po’.
– Madame, se è per quello io mi regalo oltre che spendermi, ma non arriverò mai ai vostri livelli; voi siete divina… e di sicuro non prenderete mai la scrofola, con tutto quello che il Re vi tocca.
– Ah, mia cara… il Re mi ha appena affidato un incarico, sapeste… non è facile.
– Forse posso esservi di aiuto: sono bravissima a risolvere i problemi di cuore.
– Non è di cuore, contessa. È di moda… va remengo, come se perché ho fatto la modista debba per forza mettermi a fare il corredo a quell’altra cicciona…
– Oh, la moda, la moda… se volte vi posso dare qualche consiglio: la mia modista è un genio.
– Facciamo così: perché non passate da me al Trianon più tardi, verso la metà del pomeriggio? Saremo sole e potremo parlare con calma.
– Perfetto, madame. Ai vostri ordini -, disse Donna Sofia congedandosi con un inchino, e dopo che m.me du Barry le ebbe voltato le spalle la sua bocca si allargò in un sorriso che poteva sfidare quello di che può avere un topo quando vede il gatto che lo inseguiva finire col muso preso in una trappola da topi.

Era una Smargiassa rilassatissima quella che alcune ore dopo veniva introdotta nel salotto della contessa du Barry, la quale stava consultando con leggera angustia un catalogo di gioielli.

– Madame, siamo donne pratiche: bando ai convenevoli. Che cosa vi affligge? Chiese senza preamboli la Smargiassa.
– Vardè qua, siora: il Re mi ha incaricata, all’incirca ufficialmente, di far preparare la corbeille di nozze per la sposa del Conte di Provenza, disse madame du Barry indicando un biglietto autografo di Luigi XV.
– E…?
– Ed io non so che cosa metterle addosso, perché tutti mi dicono che sia un soggetto un po’ fatto per conto suo…
– Eccome! La conosco benissimo, sono amica di suo padre da anni; sua madre non può vedermi, ma è spagnola e quelle sono tutte gelose, capite bene…
– Chei cani de to morti, altro che gelosia! Parlatemi della principessa.
– Ha un musetto strano, alle volte somiglia a un porcello (da piccola la facevano giocare con i cinghiali perché i bambini non la volevano vedere), ha un umore fetente, e fete pure lei… non le serve il panier, i suoi fianchi lo fanno da soli: pare che abbia su una cintura con delle bisacce piene d’acqua, infatti quando cammina dondola. Beve. Ha la ruffa sul collo.
– Ah sacramento… e mi che me fasso el bidet col Chanel n° 5…
– Le è già venuta qualche idea per la corbeille?
– No, so solo che deve essere tutto costosissimo e di lusso, materiali ultra ricercati e lavorazioni sopraffine.
– Sentite a me, per i gioielli va bene tutto perché qualsiasi orefice o gioielliere di Parigi ha ricevuto commesse da una qualsiasi duchessa o principessa, e si può arrangiare da solo; basta fissargli il budget. Per gli accessori… eh, che ne dite di sedici paia di scaldamuscoli di astrakan diabetico del Vercellese? Li potremmo abbinare a una ghipiè in baffo di martora -magari con dei fermagli in becco d’oca autentico-; sei set di stuzzicadenti in zanne di tricheco; una decina di nettaorecchie (tutta Torino solo sa che le servono) in tartaruga; alcuni corredi di baffetti e sopracciglia finte in visone selvaggio; otto paia di tanga pitonati incrostati di diamanti fuori e carta smeriglio dentro; otto reggiseni di tela d’acciaio tipo fiandra con la catena d’oro e i fiocchetti di velluto nero sul davanti; dodici bustini in pelle di squalo tigre e ali di farfalla; almeno cinque manine grattaschiena in avorio con i chiodi d’argento; dei mezzi guanti di rà-muschè, nuance castoro fuggente; una tartaruga col carapace dorato e tempestato di diamanti, e un grande collier alla schiava per imbragarle i fianconi.
– E qualche nastro?
– Si, per i capelli, che fa tanto Like a virgin. Cento metri di nastro nero incrostato di filo d’argento.
– Eo femo fare a Buran, ae mùneghe col tombolo.
– Contessa, sei un genio… oh pardon, m’è scivolato il tu!
– Non fa nulla, ciccina: siamo tra compagne di merende -, si affrettò ad aggiungere Jeanne, portando un dito alle labbra per fare un cenno di silenzio alla Smargiassa mentre si alzava furtiva, dirigendosi verso la porta.

Avvicinandosi quatta quatta, lemme lemme, sulla punta dei piedini, Jeanne protese una manina gentile sulla maniglia, e lo aprì di botto; entrambe le donne videro un grosso gatto con una parrucca in testa ruzzolare dentro, per poi fuggire via di corsa.

– Ah boia can, ancora chel cancaro del gato co ea parucca!

Donna Sofia si chiedeva come mai l’imperatrice Maria Teresa avesse mandato a Versailles Katz Rex, Graf auf und zu Katzenham, uno dei suoi migliori agenti segreti non convenzionali.

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