Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 30

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Sua Maestà Carlo Emanuele III, per la grazia di Dio Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, Duca di Savoia, Marchese di Monferrato, Marchese di Saluzzo, Principe di Piemonte e Conte d’Aosta, della Moriana e di Nizza era chiamato da tutti i savoiardi Carlìn, in maniera affettuosa; affettuosa quanto si può essere nei confronti chi ti manda in guerra, ti fa pagare le tasse e ti comanda la corvèe, ma in buona approssimazione possiamo affermare che alla base vi fosse una qualche forma di affetto, forse una specie di transfert d’identificazione verso una persona, come tutta la sua famiglia, che si era sempre arrabattata a sbarcare il lunario, incurante delle persone alle quali mungeva aiuti: o Franza o Spagna purché se magna, come dire.

Carlìn aveva indetto e indotto una riunione familiare nel grande salone del palazzo reale di Torino, ma per fare le cose per bene aveva cortesemente ordinato di presenziare anche ad alcuni nobili più della sua Corte, ed anche a qualche paggio e dei signori senza importanza perché è bello rendere molto conviviali le occasioni familiari, anche se sono a tutti gli effetti della pura politica. Non appena a palazzo fu risaputa la notizia di una convocazione ufficiale un boato come di tuono riempì i corridoi di palazzo reale, era la folla dei bassi nobili e dei cortigiani in generale che accorreva per assistere all’evento.

La famiglia era schierata al gran completo: alla destra di Carlo Emanuele c’era il figlio Vittorio Amedeo con la moglie Maria Antonietta di Spagna, davanti ai quali erano in piedi Carlo Emanuele (junior, beninteso: c’è sempre quella singolare mania nobile di passarsi i nomi di padre in figlio o di nonno in nipote) e la figlia Maria Giuseppina, dietro di loro ammassati alla rinfusa gli altri figli della coppia. Un po’ più indietro, e lungo i fianchi un po’ di zii e zie di Savoia e dintorni con relative progenie completavano l’insieme.
Carlo Emanuele III assunse uno sguardo fiero e indagatore, lo inviò a tosare tutti i presenti in sala, e dopo averne raccolto tutte le notizie si schiarì la voce e parlò:

– Altezze Reali, Altezze e basta, Dame, Gentiluomini, signore, signori e vie di mezzo: la mia Maestà Reale vi ha convocati qui per rendervi partecipi di una notizia che ci riempie il cuore di gioia! Su istanza del nostro beneamato nipote (idea che gli è venuta per merito mio, ma lui non lo sa), Sua Maestà Cristianissima Luigi, quindicesimo del nome, per la grazia di Dio Re di Francia e di Navarra, l’ambasciatore di Francia Bernard-Louis, marchese de Chauvelin, commendatore dell’ordine di Saint Louis, tenente generale, ha proposto ufficialmente un doppio patto matrimoniale tra la Real Casa di Savoia e la Real Casa di Francia: il nostro carissimo nipote, amatissimo futuro sovrano (spero per me in un tempo molto, molto lontano) dei nostri stati, Carlo Emanuele impalmerà Sua Altezza Reale Maria Adelaide Clotilde Saveria di Francia, figlia del defunto Delfino Luigi, figlio di nostro nipote il Re; mentre il di lei fratello Sua Altezza Reale Luigi Stanislao Saverio, titolato Conte di Provenza si cuccherà la Peppy, di modo che ancora una volta faremo i matrimoni doppi tra coppie di fratelli. Il tutto secondo gli usi, i costumi, e con le dovute attese per l’età dei nubendi. Ho detto!

Poi si girò verso i nipoti, additando un pacco retto su un cuscino di damasco cremisino da un valletto, e disse:

– Figlioli, il Re di Francia v’invia due quadri: mio caro, temo che il vostro sia troppo largo perché passi dalle porte, dovrete guardarlo in cortile mentre faremo abbattere una parete del castello per farcelo stare tutto; mentre questo è tuo, Giupa.
– Che bellezza! Il Re di Francia dev’essere davvero ricchissimo se mi manda il ritratto di un suo divano, e con una cornice fatta di diamanti! esclamò meravigliata Maria Giuseppina.

Carlìn era allibito, riprese la nipote in malo modo

– Giupa! Non dire sciocchezze, sono i ritratti dei vostri rispettivi sposi: la Ciccionilde per tuo fratello e Ciccio per te!
– Ah, ma dai? E da che parte devo girarlo?

Maria Antonietta era radiosa al punto che non stava più nel panier dalla felicità, bloccò con un ottimo tempismo la nascente replica del suocero, e intonò un canto estatico:

Felicità
è Maria Giuseppina al di là di Cortina
la felicità,
se da oltre l’Ampezzo non senti l’olezzo
la felicità,
è un Figlio di Francia benché con la pancia, la felicità
felicità!

La figlia fu rapidamente trascinata dall’entusiasmo materno:

Felicità
è un pouf con le piume, senz’acqua di fiume
che lava e che va,
è la ruffa sul collo che sfida ogni ammollo
la felicità,
è un fiasco di vino senza un panino
la felicità,
felicità

Entusiasmo che le unì così come univa le loro voci:

Senti nell’aria fiuto già
la puzza di marcio che regna colà,
in quel castello che sa di felicità.
Senti nell’aria c’è già
la voglia di trono che Provenza c’ha
come un ghigno che saprà di falsità.

All’improvviso dai ranghi della corte si udì un brontolìo sommesso, cupo e colmo di dolore che saliva di volume fino a trasformarsi un mugghiare degno di un vero e proprio tornado: Cristina Enrichetta di Assia-Rotenburg, principessa di Carignano, si avvicinò ad un’atterrita Maria Giuseppina con un’aria da virago, i capelli scarmigliati, il viso deformato in un ghigno di furia, le dita contratte quasi ad artigliare il viso della ragazza; le si avvicinò al volto quasi che Maria Giuseppina potesse percepirne il tremolio rabbioso delle narici e gridò, con tutto il fiato che aveva in gola:

– Mia sorella mi ha portaten via il tronen, tu hai appena distrutten i sogni che avevo per mia figlia… kleine stronzetten, io ti maledico! Sarai donna senza esserlo mai, sarai regina senza esserlo mai!

Nel futuro niente regno per Maria Giuseppina,
sarà sempre zozza e sola da sera a mattina,
non diventerà giammai una sovrana,
per depilarsi le servirà una settimana…
Oh gianduiotto, gianduiotto maledicila tu,
da adesso per tutto il tempo che vuoi e più!

Cristina Enrichetta si girò e uscì precipitosamente, accompagnata dai brandelli del panier che aveva appena distrutto a unghiate, mentre Maria Giuseppina stentava a uscire dallo stato quasi catatonico nel quale l’aveva fatta sprofondare l’aggressione della prozia; la ragazza emise una sorta di vagito, come quello di un animale cui sia rimasta una zampa presa in una tagliola:

– AAARUGHHHH!!! La terribile maledizione del gianduiotto no! Tutti mi odiano!

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