Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 36

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La Delfina Maria Antonietta era una donna di appetiti frugali, ed era quasi imbarazzata nel vedere il marito mangiare come un tritarifiuti. Anzi, anche senza quasi.

Il Delfino Luigi Augusto era tanto buono, tanto caro, tanto tenero, tanto affettuoso, tanto caruccio signo’, tanto caruccio ma aveva l’appetito di quattro maiali, e per una che si nutriva come una lungodegente di terapia intensiva ingoiando soltanto minestrina e pollo lesso senza sale era decisamente troppo da sopportare tutti i giorni; tuttavia siccome si sa che l’amore è cieco -e spesso anche un po’ mona- la Delfina passava sopra a certe incongruenze del marito: anche se avesse voluto non avrebbe potuto fare altrimenti, vista l’etichetta che regnava sovrana a Versailles e della quali i Re di Francia non erano altro che dei fantocci, ed è appunto sacrificando sull’altare della Sacra Etichetta che la Delfina si avviava verso l’appartamento della cognata, pronta a eseguire il proprio dovere da dopopranzo.

I Conti Provenza, dal canto loro, non si facevano mancare nulla a differenza della cognata, e se il Delfino mangiava gli avanzi della moglie, il Conte e la Contessa di Provenza avevano ciascuno il loro pentolone di “potage aux petits oiseaux”, fedeli al motto “in certi casi il troppo non è mai abbastanza”, e gli uccelletti piacciono a tutti. Dato che cadeva la festa dell’Assunzione, Maria Giuseppina aveva voluto un menù tipico piemontese che però era stato modificato dagli ufficiali della sua bouche. Dopo una serie di hors-d’oeuvres interminabile tra cui spiccavano “Baigne-queue” e la “viande sèche saumurée avec les petites grissinì”, si passava a dei potages come i “Raviolon de Plin au beurre et sauge”, seguivano delle entrées come “Braisé au Barolo” (barolo di una botte acquistata personalmente da Maria Giuseppina che stava provvedendo a finirla per conto proprio), il “pot-au-feu avec le bagnet rouge et vert et la moutarde de raisin”, la “petite tête de cochon” e il “cotequin avec les lentilles”. I dolci comprendevano il tradizionale “jeandouiotte”, i “baisers de dame”, gli “amarettes” e i “savoyards”.

Maria Antonietta era arrivata nell’appartamento dei cognati, e stava guardando con leggera nausea Maria Giuseppina che attaccava frontalmente una “coupe de Turin”, e che riusciva a spatasciarsela sul viso mangiandola, facendo sì che i suoi innegabili baffi recassero abbondanti tracce di pan di spagna col rum, crema pasticcera e pezzettini di marron glacé, raggiungendo il culmine infilandosi in gola con un dito la ciliegina sotto spirito tutta intera.

– Madame, avete una briciola sulla bocca, disse Maria Antonietta.

– Ooopps, grazie! rispose la cognata leccandosi l’angolo della bocca.

Le due dame si avviarono verso l’appartamento di Madame Victoire per la rituale visita alle Mesdames, figlie di Luigi XV. Maria Antonietta incedeva graziosa lungo i corridoi del castello, mentre ad un ascoltatore attento non sarebbe assolutamente potuto sfuggire lo sciabordio prodotto dai generosi fianchi della Contessa di Provenza che dondolava sui suoi souliers.

Madame Victoire era sul suo letto alla turca, e modestamente diceva sempre che nessuno lo invadeva come fa lei: accanto a lei due dessertes cariche di brioches e formaggi, meringhe ripiene di minestrone, gelato fritto, involtini primavera, tramezzini fritti al burro d’arachidi e banana, del tiramisù in saôr e un grande vassoio con un coniglio caramellato con le cozze.

– Gradite qualche stuzzichino, Mesdames?

– Gran mercé, non ci sentiamo Madame: abbiamo appena terminato il nostro dîner e siamo sfinite.

– Sicure sicure? Un po’ di posto si trova sempre, spingendo bene. Guardate com’è bello questo uovo di dodo in salsa verde… ah, mi ricorda la faccia della Du Barry.

– Giacché la nominate, madame, vorremmo chiedere qualche consiglio proprio riguardo alla contessa.

In quel mentre si udì uno scampanio che aveva il tono delle campane a morto di Saint-Denis nel giorno del funerale del Re.

– Oddio! Straccio chiama! Presto, presto aiutatemi a scendere di qua! Dobbiamo andare, Straccio odia aspettare! Vite, vite Mesdames!

Maria Giuseppina con aria stupita chiese alla cognata:

– Chi sarebbe Straccio?

-Zia Adélaïde; è il soprannome che Papa Roi ha dato a sua figlia, a dire il vero l’ha dato anche alle altre.

– Ah sì?

La Delfina si avvicinò, ma non troppo, alle orecchie di Maria Giuseppina e le sussurrò:

– Zia Victoire è “Chiattona”, zia Sophie è “Cornacchia” e la Carmelitana è “Cencio”.

Madame Victoire, aiutata dalle due nipoti, si avviava lentamente verso l’appartamento della sorella, le due principesse la seguivano; Maria Antonietta si trascinava dolorante nella Gallerie Basse a causa di uno strappo nello sforzo di sorreggere la zia, e non incedeva più con la consueta grazia.

L’usciere annunciò le tre principesse alle quali si era aggiunta all’ultimo momento Madame Sophie, che aveva seguito la sorella e le due nipoti nascondendosi dietro ogni statua o colonna che le si presentava.

Madame Adélaïde era seduta impettita su un ampio divano, a fianco del quale era un tabouret su cui sedeva la dama d’onore della principessa: Françoise de Châlus-Sansac, duchessa di Narbonne; entrambe si alzarono in piedi quando la Delfina fece il suo ingresso nella stanza assieme alla cognata. La figlia del Re apostrofò con tono autoritario le dame:

– Ah Madame, siete finaaanco quivi giuuunte! Eziandio feci rintoccare il bronzo da ben oltre quaranta secondi…

– … secondi! le fece eco la dama d’onore.

La voce di Madame Adélaïde era del tutto singolare; ricordava il gracchiare di uno stormo di cornacchie, ma cornacchie musicalmente educate che cantavano in coro, iniziando ognuna qualche decimo di secondo dopo l’altra a scalare. Quando la principessa era seduta accanto alla duchessa de Narbonne davano l’idea perfetta di due gargoyle che sorvegliano l’ingresso di una cattedrale.

Maria Antonietta prese la parola, incurante dei rimbrotti burberi della zia.

– Care zie, mia sorella di Provenza vorrebbe chiedere consiglio alla vostra esperienza sul comportamento da tenere con la contessa Du Barry.

– Misericordia, esclamò Madame Sophie nascondendosi dietro il panier di Madame Victorie.

– Oh la vacca, fu il commento di Madame Victorie.

– Mie signore, le delicaaate labbra di principesse cotanto auguste paaar vostro non dovrebbero essere sfiorate dal nome di cotale saaartina figlia di un frate, di una seguaaace di Frine, di una Taide non pentita, di questa virtuosa dell’antichissima arte del meretricio…

– … meretricio, punteggiò madame de Narbonne.

– Zia Madame, è innegabile che madame Du Barry goda del favore del Re, ed è per capire come comportarci con una persona dalla posizione tanto esecrabile e tanto ambigua che chiediamo il consiglio della vostra antica esperienza, disse la Delfina.

– Madame, la vostra augusta genitrice rientra a buon diritto nella caaategoria che dipingete come “anticaaa” , la mia nobile persona è nel pieeeno fulgore della sua splendida maaaturità.

– … maturità. Tiè!

– Zie: illuminateci, dissero in coro le due cognate. Madame Sophie si avvicinò loro con un candelabro acceso, ma Maria Giuseppina la fermò perplessa:

– Non in quel senso, Madame, per pietà! Madame Sophie corse a nascondersi dietro all’ampio deretano di Madame Victoire. Madame Adélaïde si girò verso le pronipoti e iniziò un’arringa degna del Galateo di Melchiorre Gioia, contrappuntata dall’immancabile dama d’onore.

– Un’abile ragaaazza che vuole far cammin, se è di buona razza, non baaada alla dama del catin; di passeggiaaatrici se ne infischia, non si faaarà acchiappar di dolci frasi al vischio, peeena il derogar!

– … derogar!

– Il tocco suo può faaarvi precipitar, eziandio non va guaaardata, vista o sfiorata o perfino tolleeerata.

– … tollerata…

– Se non la guarderete non le daaarete potere, non avrà esistenza nella vostra vita, e finaaanco il Re la allontanerà se lo abbacinate col contraaasto tra la vostra virtù e la sua.

– … la sua.

– Adesso andate, care, Madame Adélaïde è stanca. Andate e portate la luce del candore nella vita di sua Maestà, disse Madame Victorie mentre spingeva delicatamente le due Marie alla porta.

Le due giovani principesse erano un po’ perplesse, e si avviarono verso la Cour de Cerfs, dove Maria Antonietta voleva mostrare a Maria Giuseppina una nuova meridiana recentemente installata. Mentre la stavano osservando si udì un tramestio sopra le loro teste, e da finestra del secondo piano una voce gridò: “Via da sotto!” mentre una secchiata d’acqua centrava in parte gli abiti delle due ragazze. Un viso scuro si affacciò, guardando in basso, e disse:

– Miz Giovanna, miz Giovanna! Avere preso di striscio Miz Delfina e Miz Gondessa di Brovenza!

– Ah, sacranon! Come sei distratto, Zamore! Cinguettò madame Du Barry dall’interno del suo appartamento.

– Non breoggubare, Medame: sdare solo Chanel numero gingue di bidet di Miz Giovanna! Alcol disinfeddare tutto!

– AUUUUUUUUUUURGH!!! Tutti ci odiano! gridarono le due dame atterrite mentre si abbracciavano nello sconforto.

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