Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 38

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L’autunno portava le sue brume gentili che velavano di liquide scintille luminose i grappoli dell’uva e le castagne che facevano capolino dai loro ricci parzialmente aperti; i cinghiali scorrazzavano beati nella foresta di Fontainebleau e vedendoli Maria Giuseppina di Savoia, Contessa di Provenza sentiva il grato profumo della sua infanzia. Il Conte di Provenza stava passando in rivista il suo reggimento, perché ogni scusa aper distrarsi può essere buona, e guardare un po’ di soldati era di certo una delle migliori occasioni.

Maria Giuseppina non si sentiva troppo bene da un po’ di giorni perché aveva brividi, malesseri, mali di testa, febbre e dolori muscolari; fu solo una sera di qualche giorno dopo che la malattia si dichiarò in tutta la sua opulenta virulenza: Madame aveva contratto il vaiolo.

Non appena circolò la notizia la Corte fu gettata nello scompiglio: l’idea di dover rinunciare a balli, commedie, caccia e divertimenti in genere per colpa dell’ultima arrivata non piaceva a nessuno; per giunta Madame puzzava e non si truccava, ce n’era abbastanza per distruggere quel briciolo di prestigio che la poverina si era costruita con le sue dimostrazioni a domicilio di cottura di zuppa di uccelli. La sola persona che le rimase vicina, per quanto possibile, fu la cognata: la Delfina era abituata all’idea del vaiolo, fin da quando sua sorella Maria Giuseppina prese la malattia perché la madre la obbligò ad andare a pregare nei sotterranei della cripta dei Cappuccini sulla tomba della sorella Maria Anna: kwando Teresona ordina, tutti ke salta, ja!

Maria Giuseppina era inconsolabile, temeva che la malattia le lasciasse tracce sul viso e sul corpo, e tra un delirio e l’altro non si poteva nemmeno consolare con una botticella di barbera che teneva per le emergenze perché i medici la guardavano a vista, dato il pericolo che potesse contagiare estendere il contagio alla persona del Re o del Delfino; i soli al sicuro erano il Conte di Provenza, che nessun virus con un briciolo di spina dorsale avrebbe mai infestato, e il Conte d’Artois che era talmente sciocco da non avere nemmeno bisogno di un sistema immunitario.

Sentendosi sola e sconsolata come spesso le accadeva, del resto, e decise di chiamare la sola luce che illuminava da lontano la tenebra della sua solitudine coatta; prese una tabacchiera d’oro che teneva sotto il cuscino, e sforzando gli occhi indeboliti dal vaiolo aguzzò la vista cercando di intravedere le gemme che decoravano il coperchio del monile. Premette una volta un rubino, due volte una turchese, ancora il rubino, due volte uno smeraldo, e di nuovo il rubino e due volte la turchese; un carillon trillò un’allegra melodia, e Maria Giuseppina fece qualche accenno di movimento sull’onda del ritmo, pensando “Se qualcuno pifferetta la musichetta io devo muovere la chiappetta”.

Eeeeeeeeeee

trinca, trinca, trinca

buttalo giù con una spinta,

e vedraaaaai

che bella fe-esta.

La medicina

del mondo in rovina,

vai tranquillo,

è questa quaaaaa.

Da una nube di fumo e pailettes oro e lilla uscì una voce femminile:

– Ciao Peppy, che brutta cera che ti ritrovi! Disse molto poco urbanamente la Fata Madrina.

– Ah grazie, eh! Ci volevi tu per tirarmi su di morale.

– Ma no, tesoro di fatuccia tua…

– Anche tu mi odi, vero? Sei cattiva come tutti gli altri!

– Odiare è una brutta cosa, e poi costa un sacco di fatica: non ne vale la pena. Vuoi un goccetto di grignolino? chiese la fata sollevando verso Maria Giuseppina una coppa di vino.

-Dammi qua, che con tutti i dottori in giro non riesco a toccare un goccio…

Maria Giuseppina bevve avidamente dalla coppa che la fata le passava, e si meravigliò quando sia accorse che non si vuotava mai del tutto. La fata se ne accorse subito, e le disse:

– Peppy, sono una fata, mica un idraulico! Dovresti aspettarti un minimo di magia nelle cose che faccio.

– Perché non mi fai diventare più carina, più piacevole, più amata, allora?

– Stella, ho detto sono una fata, non che sono la Creatrice dell’Universo. Ci sono dei limiti a quello che una fata può fare, hai mai letto i racconti di Perrault?

– Eh?

– Già, dimenticavo che tu i libri li usi per tenere ferme le bottiglie di vino nelle casse…

– Madrina, sono malata, magari anche in fin di vita, e tu mi tratti a pesci in faccia?

– Ma tu non morirai mica, almeno non questa volta: morirai suppurando, questo si, ma tra un bel po’ di anni. Casomai tra non molto tempo il vaiolo cambierà per sempre la vita di tutti voi.

– Davvero? Scusa, ma mi gratto!

– NO! Che ti restano le cicatrici!

– Che vuoi che m’importi? Mio marito ha già detto, testuali parole “Se a madame ma famme rimanessero dei segni del vaiolò sul visò potrebbe farmi piascere, finalmente reussirò a distanguere un lato dall’altro.”

– AUUUUUUUUUUURGH!!! Tutti ti odiano, povera Peppy! e scomparve, nell’abituale nuvola di fumo colorato che le piaceva tanto.

La tabacchiera si illuminò nello stesso istante, la Contessa di Provenza la prese in mano incuriosita e udì la voce della fata sussurrarle nella mente: “Se i medici montano la guardia alle tue bottiglie hai una via di fuga: puoi berti le boccette di profumo”.

– AUUUUUUUUUUURGH!!! Tutti mi odiano! gridò gettandosi su un bottiglione di Chanel n° 5 inviatole dalla contessa Du Barry.

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