Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 39

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Si sa che “Né di Venere né di Marte non si sposa né si parte né si dà principio all’arte”, e per questo l’anno di grazia 1772, che si poneva a cavallo tra il cinquantaseiesimo e il cinquansettesimo anno di regno di Sua Maestà Cristianissima Luigi, quindicesimo del nome, detto il Beneamato, per la grazia di Dio Re di Francia e di Navarra, capo e sovrano gran maestro degli ordini di San Michele e dello Spirito Santo, capo e sovrano protettore degli ordini riuniti di Nostra Signora del Monte Carmelo e di San Lazzaro… l’anno di grazia 1772, si diceva, ritenne opportuno iniziare di mercoledì perché in fondo era un anno di buon carattere e très bon enfant, e non voleva creare problemi fin dall’inizio.

La Delfina Marie-Antoinette stava camminando nella grande galleria all’alba; in realtà la parola “alba” è una parola puramente accademica perché si era nel cuore del mattino, ma è risaputo che tutto è relativo. La Delfina procedeva accompagnata dal suo stato maggiore, composto dal Delfino, dal Conte e dalla Contessa di Provenza, dal Conte d’Artois, dalla grossa Madame Clotilde, dalla principessa di Lamballe con la sua cofana rigonfia di rose e, nei ranghi inferiori, dalla contessa de Noailles, dalla principessa de Chimay (i cui valletti portavano birra per tutti), la contessa de Mailly, la duchessa de Picquigny che faceva la burlona della situazione, la marchesa di Duras, e la contessa de Saulx-Tavannes.

A un certo punto della passeggiata il gaio corteo si trovò a passare davanti alla contessa Du Barry, che era assieme alla marescialla de Mirepoix e alla duchessa d’Aguillon; la Delfina sussultò, e memore dei consigli diplomatici della madre e del conte Fido Mercy-Argenteau pensò: “Vabbuò, se proprio tocca…”, e visto che era una ragazza furba come una volpe pensò saggiamente per confondere un po’ le acque di rivolgere dapprima la parola alle due dame.

– Madame la Maréchale, da capo a piedi son fatta per l’amore; è tutto il mio mondo e altro non esiste.

La frase lasciò un po’ sbigottita madame de Mirepoix, ma l’effetto della seguente fu anche più grande:

– Che mangino le brioches, madame la duchesse!

– Certo, Altezza. Dolci o salate?

La Delfina non raccolse, e guardando serenamente la contessa Du Barry le disse:

– Ciao, sono Bella Fighejra! Vuoi bere qualcosa, Pedro? Prendi qualcosa da bere, Pedro.

Il Delfino assestò una gomitata nelle costole della moglie, che improvvisamente cambiò espressione e voce e, sempre guardando la contessa, disse:

– Pimpulu pampulu parin pan pum,

pampulu pimpuli parin pan pum!

Nuova gomitata, nuovo repentino cambio di registro:

– Giuro davanti a Dio, e Dio m’è testimonio, che i Nordisti non mi batteranno.

La duchessa d’Aguillon si girò discretamente verso madame du Barry, e le chiese:

– Scusate, ma voi capite che cosa stia dicendo la Delfina?

– Ea me pare stravanìa, ciò!

Stavolta il colpo di gomito arrivò dal Conte di Provenza.

– In via dei ciclamini,

dove abitavi tu,

il muro delle bambole

adesso non c’è più.

Han messo una balera

e l’ascensore va su e giù,

e cambiano ogni sera

le bamboline blu.

– Cossa xé? Chiese una sempre più confusa contessa alla marescialla de Mirepoix.

Stavolta la Delfina ricevette un leggero calcio nello stinco dal Conte d’Artois, che non aveva ben chiaro che cosa stesse succedendo, ma vedendo che tutti si divertivano a picchiare la cognata decise di darci dentro anche lui.

– C’è molta gente oggi a Versailles.

Poi, bofonchiando un “Uffa” tra i denti, Marie-Antoinette riprese il suo cammino assieme a tutta la truppa.

Madame Du Barry si lasciò andare ad un lieve movimento di gioia:

– Ciò, camariero! Ziampagne! Per brindare a un incontro….

Lo so

mi guardate lo so

mi sembra una pazzia

brindare solo senza compagnia

ma, ma io, io devo festeggiare…

Il corteo della Delfina aveva appena varcato la soglia del Salone della Guerra che le tre Mesdames assalirono Marie-Antoinette, livide di rabbia, con le froge del naso frementi di vapori, i volti trasfigurati dal furore, le ascelle etrusche che muggivano da lontano, le unghie protese come artigli di rapaci ed i capelli apertamente in rivolta tanto da farle sembrare anguicrinite. Non potevano bramare il sangue della nipote, almeno non fisicamente, ma la coprirono d’invettive:

– Esorcizziamola! gridava Madame Adelaide.

Ascolta, Padre santo,

il gemito della tua Chiesa in preghiera:

non permettere che questa tua figlia (ingrata)

sia posseduta dal padre della menzogna,

né che questa tua serva (ingrata, sempre!),

redenta dal sangue di Cristo,

sia tenuta in schiavitù dal diavolo.

Non tollerare che il tempio del tuo Spirito

sia dimora di uno spirito immondo.

– Perché l’avete fatto? chiese Madame Victoire.

– Sapete che cosa porterà sulla Casa di Borbone tutto questo? E rovina… e dolore… e sciagura… e disperazione… e…

– E che palle! Zie! A cuccia! Subito! Marsch! Tuonò il Delfino, e ripartì assieme alla brigata con un deciso passo alla bersagliera.

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