Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 40

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L’estate a Versailles poteva essere incantevole; i giardini lussureggianti della reggia debordavano di fiori, che con cura quasi maniacale i giardinieri cambiavano anche tre volte al giorno; le fontane regalavano un po’ di frescura ai nobili che passeggiavano per i viali: ai nobili, ai popolani la frescura si vendeva, beninteso. Tra gli alberi i passerottini, i cardellini, i tordi e gli uccelletti scappavano da tutte le parti quando venivano inseguiti da Maria Giuseppina con la sua reticella; se è per quello scappavano anche quando li inseguiva il Conte di Provenza, ma lui cacciava senza rete. Maria Giuseppina era molto affezionata a quella rete, ce l’aveva da quando era bambina e aveva deciso di chiamarla Loredana.

La Contessa di Provenza era un po’ preoccupata per la salute del marito, che amava la tavola più dei piaceri muliebri e, oltre ad avere una quantità industriale di indigestioni, stava ingrassando a dismisura così che iniziava ad assumere una camminata dondolante come quella di una papera da foie gras, fatto salvo che non aveva i piedi inchiodati a delle tavole. Lei stessa (Maria Giuseppina, non la papera da foie gras) indulgeva abbondantemente nei piccoli piaceri della vita, tanto che se avesse capito qualcosa di musica avrebbe composto Wein, Weib und Gesang! un secolo e fischia prima di Johann Strauß jr.

Monsieur il Conte di Provenza era un raffinato esteta decadente, e collezionava oggetti d’arte di ogni sorta: ciò serviva a dargli un tono in società, perché se non fosse stato un nipote del Re ed erede presuntivo della Corona dopo suo fratello il Delfino non avrebbe avuto speranza di attrarre chicchessia con lo scarso charme della sua conversazione o della sua persona.

Sul camino della sua camera vi era un oggetto di porcellana artisticamente lavorata in maniera molto fine e delicata; era dipinta in toni molto sfumati di rosa e bianco, con delle sottolineature d’oro, e rappresentava un elemento delle fiabe molto alla moda. La base era costituita dalla foglia di una calla, con il gambo un po’ arrotondato ad ansa e rivolto verso la punta della foglia stessa; sulla foglia poggiava una piccola zucca in guisa di carrozza ma senza ruote perché era trainata non da cavalli, non da unicorni, non da renne, non da somari ma da due enormi cigni reali bianchi, questi avevano una piccola corona dorata sul capo, e i bordi della foglia erano rialzati da un lieve bordino dorato, così come gli stipiti delle porte e delle finestrelle della carrozza. Il Conte di Provenza era molto orgoglioso di quel manufatto, omaggio di una nobildonna italiana, la duchessa Orietta di Montecchio de l’Émilie.

 Quando il Delfino si trovava nella camera del fratello aveva l’abitudine perniciosa di esaminare e maneggiare il capo d’opera tanto caro al suo cadetto, cosa che inquietava molto il Conte di Provenza, che ben conosceva la scarsa perizia nei movimenti di Luigi Augusto; si sa che il diavolo fa le pentole e non i coperchi, pertanto non tutte le ciambelle riescono col buco, e un bel giorno la tempesta si addensò sulle teste dei rampolli della famiglia reale.

 Maria Antonietta, il Delfino e Maria Giuseppina erano nella stanza del Conte di Provenza, e come suo solito Luigi Augusto giocherellava coni cigni del fratello.

– Madame, disse rivolto alla moglie, avete mai visto un ninnolo di siffatta natura?

– Santo Sauerkraut! Che è ‘sta robba? Una bomboniera del matrimonio di madame de Lamballe?

– Non penso proprio, sorella mia: a Torino sappiamo fare molto meglio, precisò Maria Giuseppina.

– Amisci miei, voi non sembrate appressare fino an fondo la delicatessa della lavorassione… signore mio fratello, vi prego di fare molta attansione a quel pèsso molto rarò!

– Rarò? ribattè il Delfino.

– Non rarò, idiotta! Rarò! ruggì il Conte di Provenza, rosso di rabbia.

– Idiota ditelo a… rispose accaldato Luigi Augusto, ma proprio in quel momento l’incomparabile oggetto gli scivolava di mano, fracassandosi inesorabilmente sul pavimento in un migliaio di pezzettini minuscoli. L’eco di quel rumore durò per alcuni istanti che nelle orecchie degli astanti si prolungavano tanto da sembrare diverse ore, e all’esaurirsi di quel suono un silenzio plumbeo cadde nella stanza, interrotto dopo alcuni istanti da una serie di sbuffi e gorgoglii. Maria Antonietta chiese alla cognata:

 – Avete per caso lasciato accesa la pentola a pressione?

– No, è mio marito che sta per avere un infarto e rantola come un bufalo a primavera.

Luigi Stanislao era violaceo, rantolava come gli fosse stata appena praticata una tracheotomia d’emergenza, e si potevano vedere due grosse vene pulsanti sul collo che facevano capolino dai diversi strati di doppio mento. Un urlo proruppe dal profondo di quella gola, facendosi strada a gomitate:

 – Mon frère, siete un idiotta! Un inetto!

E, per quanto glielo permettessero i suoi fianchi da papera, si avventò alla gola del fratello; fratello che vedendosi arrivare addosso diversi quintali di Conte di Provenza rabbioso con la grazia di un rinoceronte in calore alzò i pugni per difendersi, e lo agguantò per il colletto. Maria Antonietta si gettò in mezzo a quel guazzabuglio di sberle per cercare di dividere i due uomini, riuscendo solo a rimediare un graffio su una mano. Maria Giuseppina si gustava la scena comodamente seduta in poltrona, con un calicetto di champagne e pensava: “Beh, almeno una donna sei riuscito a toccarla!”

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