Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 42

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Il sole filtrava discreto in un salone del castello di Moncalieri, parzialmente schermato dalle pesanti tende damascate drappeggiate mollemente ai lati delle finestre. I raggi dorati illuminavano il rasserenato viso di Carlo Emanuele III, quasi ad aureolare la sua incipriata parrucca, mentre sorrideva con un’espressione semi-estasiata guardando distrattamente una lettera che teneva nella mano destra, con la stessa fierezza con la quale i suoi antenati avevano brandito le lance da torneo. La posta del salone si stava chiudendo alle spalle di una sagoma femminile che si stava allontanando in frullare di pizzi, trine, cotillon e panier.

Lungo il corridoio echeggiò un grido: “Yyyyyyyyyyyyyyyyyy-Ha! Vamonos!!”

La lettera che Carlin aveva in mano rappresentava la consolazione della vecchiaia di un uomo.

 

A Sua Maestà Reale il Re di Sardegna, Duca di Savoia

Signore zietto caro,

devo da sistema’ er terzo nipote maschio… oddio, volendo sarebbe er secondo perché er ciccione è maschio solo all’anagrafe…

 Te c’hai du nipote, io te volevo chiede la piccoletta, ma però la zozza, la moje der ciccione è venuta a dirme che a tutti li costi voleva la nasona, e solo lei: femmina per femmina, damme pure la nasona, che a me me sta bene uguale; ar piccolo je andrà bene uguale pure a lui, tanto a quello je basta che respireno! Anzi, forse basta che siano ancora tiepide.

 Sappilo da subito: la nipote tua sarà peggio der cervo de sant’Uberto; c’avrà corna a palco multiplo, ma senza la croce in mezzo all’occhi perché, a differenza der fratello grasso, questo me somija abbastanza: certo, nun c’ha lo stile mio, ma nun se po’ ave’ tutto da la vita, zio.

 Saluti e omaggi, zietto. Stammi bene.

 Gigetto tuo

 La governate delle principesse di Savoia, mademoiselle von Rottevailer, avanzava trafelata per i corridoi alla ricerca di Maria Teresa, e finalmente la trovò in un salotto con il padre mentre sorbivano una tazza di tè, comodamente seduti in poltrona.

 – Ancora una tazza, figliola?

– Come volete padre. Basta una tazzina di acqua tiepida… con una nuvola di latte.

– Chiedo scusa alle loro Altezze, ma la situazione è preoccupante, annunciò la stravolta m.lle von Rottervailer.

– Di che si tratta, carina? Chiese Vittorio Amedeo, mentre infilava occhiate indagatrici nella scollatura della donna.

– Si tratta di vostra moglie, Monsieur. Sta correndo per il palazzo come un’indemoniata schioccando continuamente una frusta, ha delle perline gialle, verdi e rosse intrecciate nei capelli, e canta a squarciagola accompagnata dai suoi musici nani.

– Nani?

– Los Nanettos Escurial, Altezza. Mi fa un po’ paura, in tutta onestà: vi prego, venite a vederla.

 Vittorio Amedeo uscì dalla stanza, seguito di presso dalla figlia e dalla governante; lungo il corridoio si sentiva un vociare con grida e musica, poi un ruggito nel quale riconobbe la voce della moglie: “Trovata!”

 I volumi stipati nella biblioteca del castello di Moncalieri non avevano mai assistito a nulla del genere; mai, mai una volta nel corso della loro lunga permanenza tra gli scaffali signorilmente polverosi, si erano trovati dinanzi una scena altrettanto strana ed assurda: e si che nei libri ci si vede di tutto. Cristina Enrichetta d’Assia-Rotenburg, principessa di Carignano, aveva chiesto al bibliotecario se avesse per caso un libro che le potesse conciliare il sonno, e lui le stava consegnando un ponderoso trattato in tre volumi sulla storia delle donne che hanno fatto grandi il Catai e il Cipango: “Pettole di Giada”, del Venerabile Bin Bo Ming Kia; nell’istante in cui la principessa stava allungando la diversamente delicata manina per sfogliare qualche pagina a caso si udì un fragore improvviso, e le porte si spalancarono di botto; furono gentilmente invitate a farlo da un poderoso calcio assestato da una graziosa scarpina numero quarantacinque, di un delicato color verde giada con suola e tacco rosso; al di sopra della detta scarpina si intravedevano affiorare dalla gonna una caviglia tornita ed un polpaccio che avrebbero fatto l’invidia di qualsiasi bresaola della Valtellina. Tutto l’apparato apparteneva a Maria Antonietta di Spagna, che aveva gli occhi accesi da una gioia ineffabile, la bocca piegata in un larghissimo sorriso di sfida, e nel complesso un’allure che non avrebbe stonato addosso a nessuna gorgone che si rispetti. Dopo aver sfondato la porta se ne stava in piedi a gambe divaricate, la mano sinistra sull’anca e la destra agitava una lunga frusta fatta di striscioline di pelle intrecciate; con la sicurezza che può avere solo una persona che non ignora che la sua entrata trionfale è stata notata da tutto il circondario Maria Antonia iniziò a battere il tempo col piede destro e ad ancheggiare vistosamente, mentre con la testa faceva cenno ai nani che erano timidamente rimasti fuori nel corridoio di entrare, chiamandoli a suonare con voce tonante:

 – Paoliño! Paperiño! Martiño! Pasquiño! Pinguiño! Silviño! Zichiño! Vamonos, adelante! Carramba, olé!

La mia banda suona il fado,

e il flamenco all’occorrenza:

ci esibiamo dappertutto,

anche a San Stino di Livenza.

 È un fado andino,

con il sound di Torino;

una musica che è fatata,

una musica che è granata.

 Madame di Carignano guardava sbigottita la principessa di Piemonte, chiedendosi se fosse definitivamente impazzita travolta dalla propria faccia di tolla spagnola, quando questa estrasse una lettera dalle recondite profondità di una generosa scollatura e gliela tese dicendo:

 – Credevate che non sarei approdata a nulla, e invece ecco che ho fatto la doppietta!

 Cristina Enrichetta lesse febbrilmente il papiro:

A Sua Maestà il Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme e di Armenia, Duca di Savoia

 Signore mio zio e cugino,

l’affetto e la stima che provo per Vostra Maestà, oltre al doppio vincolo di Imeneo che lega le nostre famiglie, mi portano a pensare, Sire, che sarebbe invero un grande onore ed un immenso piacere se vi fosse la possibilità di aggiungere a questa catena un nuovo anello.

Dopo il duplice matrimonio di vostro nipote il principe Carlo Emanuele con mia nipote la principessa Maria Clotilde e di mio nipote Stanislao Saverio con vostra nipote Maria Giuseppina, chiedo formalmente la mano della principessa Maria Teresa per Carlo, Conte d’Artois, affinché le felici nozze di tre coppie di fratelli rinsaldino in eterno la pace tra i nostri paesi e i vincoli del nostro sangue, che nel corso dei secoli non sono mai venuti meno.

 Prego Dio di avere Vostra Maestà sotto la sua santa e degna guardia.

 Luigi

 Scritto nel nostro castello di Versailles, addì dodici del mese di settembre dell’anno del Signore 1772

 Tutto quello che poté dire la principessa di Carignano leggendo si limitò ad una sorta di sibilo gorgogliante, accompagnato una stilla di bava schiumosa che le scendeva dall’angolo sinistro della bocca.

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