Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 43

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Il mese di giugno dell’anno del Signore 1773 era amabilmente caldo e piacevole, aveva portato fiori sfavillanti nei giardini delle Tuileries: giardino che peraltro non si faceva mancare nulla tra statue, fontane, alberi di diverse essenze, vialetti, aiuole dai fiori di mille colori, passerottini che inneggiavano costantemente alla gloria della monarchia francese, guitti che si esibivano su palcoscenici improvvisati e baracchini che vendevano bibite rinfrescanti a base di acqua della Senna.

Un giorno, martedì otto per la precisione, nei pressi della grande terrazza del palazzo delle Tuileries c’era un grande assembramento di gente: alte uniformi a perdita d’occhio, spade e dragone mandavano barbagli a ogni movimento dei loro augusti portatori, ed erano così felici di farlo che barbagliavano anche quando i portatori non erano così augusti come sarebbe stato lecito e beneducato supporre.

Il governatore di Parigi, Jean-Paul-Timoléon de Cossé, Maresciallo Duca de Brissac, era in piedi sotto il sole a picco, educatamente traspirando perché solo i facchini sudano, accanto al luogotenente di polizia Antoine Raymond Juan Gualbert Gabriel de Sartine, comte d’Alby, che a differenza del padre omonimo aveva acquistato la particella “de” nel cognome; accanto a loro c’erano i corpi della città e il prevosto dei mercanti assieme a una folla di gente, più o meno senza importanza. Tutti erano lì perché avevano assistito a uno spettacolo che non si vedeva da decenni, e giacché era costato loro molto caro il privilegio di potervi assistere secondo le forme, avevano fatto il possibile, l’impossibile e l’illecito per evitare di perdere un minimo frammento della rutilante messa in scena. Molto poco aristocraticamente M. de Sartine diede di gomito a M. de Brissac che lo guardò un po’ in tralice, ma tanto non si aspettava di meglio dal figlio di un volgare bottegaio; tuttavia entrambi erano stremati per lo sforzo della giornata, e guardandosi negli occhi si dissero all’unisono:

– Credetemi, monsieur: dopo una giornata come questa posso anche ritirarmi in campagna a coltivare rose.

Lentamente sei carrozze di gala si allontanavano, approssimativamente in direzione del sole che tramonta; avanzavano con molta difficoltà tra l’immane folla di curiosi, nonostante le guardie del corpo facessero del loro meglio per fenderla in due ali: con pazienza si sarebbero potute contare più o meno cinquemila persone, alcune delle quali si erano perfino arrampicate sugli alberi per vedere meglio. Dall’ultima carrozza, voltato verso il palazzo, un gatto con un’alta parrucca incipriata agitava un fazzolettino bianco di pizzo di Alençon in segno di saluto.

 La Delfina sentiva una grande urgenza di vedere Luigi XV, correva attraverso i corridoi del castello di Versailles alla sua ricerca; lo trovò nel suo studio privato, le cui finestre si aprivano sulla Cour de Marbre; il re era intento a controllare dei documenti, seduto alla sua elegantissima scrivania. Il Re sollevò il viso dai dispacci, e con un occhio vagamente accigliato guardò la nipote, ma prima che potesse proferire parola Maria Antonietta gli buttò le braccia al collo dicendo: “Sire! bisogna che Vostra Maestà sia molto amato dai Parigini, perché ci hanno accolto benissimo”. In uno scoppio di gioia infantile si staccò dall’attempato monarca, fece un inchino al volo accompagnato da una rapida piroetta e uscì di corsa gridando gioiosamente “Pardon, Papà: scappo a raccontare tutto alle zie!”. La gioia di quel momento era tale per Maria Antonietta da non rischiare quasi di essere funestata dall’idea degli onnipresenti buffet a base di aragoste caramellate con la mostarda e prosciutto affumicato in umido con fagioli e noci di cola tanto cari a Madame Victoire. Nell’entrare nel salotto buono di Madame Adélaïde vide immediatamente anche i cognati Conte e Contessa di Provenza, del resto era impossibile far finta di non vederli; assieme a loro c’erano anche le immancabili Madame Victoire e Madame Sophie, la quale stava cercando di nascondersi dietro ad un tabouret con scarso successo. Madame Adélaïde rimbrottò la Delfina non appena ebbe messo mezzo piede dentro la porta:

– Madame, muoversi con siffaaaatta foga per la Reggia non è assolutaaaamente consono allo stato sociaaaale di una Principessa francese, siaaaatene edotta fin d’ora.

– … fin d’ora! le fece eco la duchessa de Narbonne, dama d’onore di Madame Adélaïde.

– Vi prego di perdonarmi, Madame, ma io mi sento assai felice e quel che provo non so dir! Se il mio labbro nulla dice, che vi parli il mio sospir….

– Madame! Imperocché io dico che il vostro più che raaaassomigliare a un sospiro si avvicina eziandio a una coooomplicazione polmonare, affé! Madame Adélaïde proseguì nelle sue rampogne.

– … affè!

– Zia, oggi il Delfino ed io abbiamo fatto la nostra entrata trionfale a Parigi, lasciate che vi racconti.

– Ah! Parigi! Paura! Urlò Madame Sophie, cercando di nascondersi sotto il vasto panier di sua sorella Victoire.

– Mia cara sorella, vedo con piascere che l’ancontro con la folla dei parisgini vi ha entusiasmato molto: mi auguro e immasgino che vi abbiano fatto santire come una di loro! Disse maliziosamente il Conte di Provenza.

– Una del popolo, volete dire? Chiese Maria Guseppina.

– Me non, una parisgina! Non mi fate dire cosse che non ho detto, Madame.

– Ciumbia, Monsieur!

 Maria Antonietta provò a recuperare posizioni:

 – È stato bellissimo, monsieur de Brissac mi ha detto, parola per parola: “Madame, là sotto ai vostri occhi avete duecentomila persone innamorate di voi”.

– Davvero avete duecentomila amanti? Chiocciò farfugliando la voce di un divano sotto il quale cercava di infilarsi un’inorridita Madame Sophie.

Maria Antonietta fece come tutti gli altri, e la ignorò bellamente. Riprese invece a raccontare la visita a Madame Adélaïde, battendo sul fatto che era anche andata in chiesa:

 – Abbiamo assistito alla messa nella basilica di Nôtre-Dame: che splendore, non sapevo esistessero delle chiese così belle, che ispirano i…

 Madame Adélaïde la interruppe con tono di sufficienza:

– Eziandio, siete austriaca: è paaaatente che i luoghi cultuali vostri siano affaaaatto differenti.

– … differenti! Disse madame de Narbonne, col solito effetto di eco.

 Maria Antonietta sentiva la mosca saltarle al naso, ma si trattene limitandosi a pensare: “Ti va bene solo che la mia grossa grassa mamele austriaca mi abbia allevata come si deve, anche se tu dici di no, altrimenti un papagno sui denti non te lo avrebbe levato nessuno. E che kaiser, eziandio!”

– Pensate che all’Hôtel-Dieu la madre superiora ci ha reso omaggio con tutte e sue religiose…

– Dopo l’anscendio dell’anno scorso siete passata voi, sgiusto a propossìto! Stavolta fu il Conte di Provenza ad interrompere poco educatamente; Maria Antonietta lo liquidò con un’occhiataccia, e proseguì:

– Sul Quai de Conti il prevosto della Monnaie ci è venuto incontro con la sua compagnia a cavallo che ci ha reso tutti gli onori che ci sono dovuti…

– Anche la compagnia a cavallo, cara? Volete qualche vongola candita, tanto per gradire? Chiese amabilmente Madame Victoire mentre mangiucchiava quegli strani dolcetti salati mettendoseli sull’unghia del pollice e facendoli saltare in bocca con destrezza.

– No grazie, Zia, sono troppo entusiasta per aver fame. Dicevo… dopo il Quai de Conti è stata la volta di M. de Sartine, il luogotenente criminale di Parigi, che ci ha fatto rendere omaggio dalla compagnia…

– Ah! Paura! Bisbigliò Madame Victoire.

– … sul Pont-Neuf, davanti alla statua di Enrico IV. Siamo passati davanti al collegio Louis-le-Grand, dove il rettore dell’Università era alla testa di quattro facoltà, e ci ha arringati a dovere…

– Aringati? Ma avete visto anche le pescivendole? Domandò a sproposito una Maria Giuseppina molto curiosa.

– Arringati con due “erre”, Madame. Le dame delle Halles le abbiamo viste, e ci abbiamo anche parlato. Ignoravo che avessero il privilegio di parlare direttamente ai sovrani…

– Fosse solo queeeeello, eziandio!

– … eziandio!

– … le pescivendole, dicevo, ci hanno coperti di benedizioni, poi hanno preso da parte il Delfino e facendo il gesto famoso che fanno tutti i pescatori quando descrivono la loro migliore preda, e hanno detto una cosa che ci ha fatto ridere molto: “Noi ve ne auguriamo uno, Monsignore. Per una così bella donna non è mai troppo. Quando se ne ha una simile bisogna metterla incinta”…

– Ridere a queste affermaaaazioni è contrario a ogni decenza!

– … decenza!

 Maria Antonietta non sapeva se la infastidisse di più essere interrotta in continuazione o madame de Narbonne che faceva l’eco. Proseguì imperterrita per la sua strada:

– Dopo siamo stati ad assistere ad un’atra messa, nella chiesa di Sainte-Geneviève…

– Un’altra messa? Volevate espiaaaare le risate delle pesciveeeendole?

– … pescivendole?

– … e per finire, monsieur de Brissac aveva fatto preparare un immenso banchetto alle Tuileries, dopo il quale abbiamo passeggiato nei giardini… più esattamente abbiamo cercato di passeggiare, perché ad un certo punto c’era talmente tanta gente nei giardini che siamo stati bloccati per tre quarti d’ora. Il Delfino ha dato più volte ordine che alla gente non venisse fatto alcun male, e tutti erano felici. È tanto bello sentirsi così amati!

Madame Adélaïde ascoltò quest’ultima affermazione con un’espressione vacua, come se non solo ignorasse totalmente quella sensazione, ma perfino come se non avesse assolutamente idea di che cosa potessero significare quelle parole abbinate in quel modo. Lo smarrimento durò il breve spazio di un battito di ciglia, e la principessa riprese le redini del suo abituale carattere insopportabilmente acido e saccente:

– Invero, eglino sono soltaaaanto del popolo che mangia pane: dategli delle brioches, e conciossiacosaché vedrete!

– … vedrete!

 Il Conte di Provenza era cogitabondo, toccò leggermente la spalla di Maria Giuseppina e le sussurrò:

 – Madame, dovremo anventare qualche cossa di meglio quando sarà il nostro turno!

– Ciumbia, Monsieur! Disse la Contessa di Provenza, scolandosi alla russa un calicetto di champagne.

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