L’intestino

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François de Neufville, secondo duca de Villeroy, era oltremodo infastidito dall’atteggiamento che tutti avevano nei suoi confronti. Con quale coraggio lo dipingevano come uno dei peggiori militari del regno, lui che era arrivato al sommo grado della scala gerarchica diventando Maresciallo di Francia? Certo, tutto dipendeva dai suoi soldati, ingrati e ignoranti i quali cantavano allegri quando lui fu catturato durante la battaglia di Cremona; m. de Villeroy non avrebbe mai potuto dimenticare quei versi per quanto lo volesse, e soprattutto non poteva fare in modo che li dimenticasse tutta la Corte di Versailles:

    Par la faveur de Bellone,
    Et par un bonheur sans égal,
    Nous avons conservé Crémone
    Et perdu notre général.

Per un uomo come lui non era poi tanto importante ciò che si diceva quel paese strano e favoloso che era la Corte di Francia: sapeva essere magnifico in tutto, e aveva quel genere di spirito derivantegli dall’uso del gran mondo in mezzo al quale era cresciuto e aveva passato la vita; ora aveva persino ottenuto l’ambitissima carica di tutore del giovane re, Sua Maestà Cristianissima Luigi, decimoquinto del nome, per la grazia di Dio Re di Francia e di Navarra, capo e sovrano gran maestro degli ordini di San Michele e dello Spirito Santo, capo e sovrano protettore degli ordini riuniti di Nostra Signora del Monte Carmelo e di San Lazzaro.

Dopo l’ecatombe che aveva funestato la famiglia reale nel tempo di un battere di ciglia, con la malattia che aveva stroncato tre Delfini in un anno (nonno, padre e nipote), la deliziosa Duchessa di Borgogna e alla fine perfino il Gran Re, Luigi XIV, non c’era spazio per dubbio alcuno: non poteva trattarsi sicuramente di vaiolo o di qualche altro morbo; la parola esatta era “veleno”, doveva per forza essere veleno. E chi altri poteva avere ordito un piano tanto demoniaco se non una persona che tutti sapevano trafficare con alambicchi, demoni, magia, orge, incesto ed empietà della peggior specie? L’uomo che aveva un piede sui gradini del trono per diritto di nascita, colui che con la sua stregoneria era riuscito a convincere perfino il Parlamento di Parigi a cassare il testamento del defunto Re e a farsi assegnare la Reggenza… si, lui diceva che gli spettava di diritto in quanto erede presuntivo della Corona, ma se il Re Sole aveva ritenuto cosa saggia non mettere il potere e l’educazione del giovane re in mano sua era perché Dio lo aveva ispirato, indubitabilmente. Dio, attraverso madame de Maintenon che lo conosceva così bene da vicino. E come poteva spiegarsi che il giovane re amasse a dispetto di tutto quel suo parente che lo trattava con grande affetto e con una deferenza infinita? Quell’uomo dallo sguardo sempre sognante dato dalla forte miopia, dalla faccia arrossata dal vino e dal carattere dolce ma fermo, e che per ossimoro era irrimediabilmente debole? Stregoneria, solo stregoneria. Veleno e stregoneria, le armi del Maligno.

M. de Villeroy avrebbe protetto ad ogni costo il suo regale pupillo da quel tizzone infernale del Duca d’Orléans, davvero ad ogni costo, compresi il disprezzo della Corte e l’ostilità della vecchia Madame, madre del Reggente. Madame, che dopo un lunghissimo periodo di sfavore era ritornata a essere apprezzata a Versailles da quando suo figlio era salito al potere, aveva sempre avuto un peso politico nullo, o forse anche inferiore, ma diventava una leonessa quando si trattava di difendere i suoi figli, nonostante avesse sempre odiato il mestiere di madre. Tutta la Francia ricordava fin troppo bene il clamore che suscitò quando suo marito, Monsieur il fratello del Re Sole, voleva fare di uno dei suoi favoriti il tutore figlio, cosa che secondo Madame ne avrebbe fatto un asino oltre che un omosessuale come il padre, se avesse seguito le istruzioni di un uomo che tutta la Francia sapeva amare i ragazzini.

Ritenendo fosse necessario ammantare il proprio lavoro di un’aura quasi sacrale per svolgerlo al meglio, e ben conscio dell’importanza che i gesti e lo spettacolo rivestivano per la Corte, M. de Villeroy decise di diventare l’angelo custode del piccolo re, nulla di meno. Amava darsi importanza e apparire gravato da misteriose preoccupazioni, con un misto di affettazione, non chalance e segretezza teneva chiusi a chiave il pane e il burro che mangiava Luigi XV. Madame non sopportava tutte le allusioni al veleno e al ruolo che suo figlio avrebbe potuto avere in un ipotetico attentato a Sua Maestà; allusione che alle volte non erano nemmeno tanto velate, e decise di muovere all’attacco un giorno in cui il re si lamentava di soffrire di mal di pancia. Madame si avvicinò al sovrano, e gli diede con gesto teatrale un biglietto che aveva preparato in anticipo. M. de Villeroy vigilava come sempre, e cercò di intercettare il foglietto senza troppi riguardi per l’etichetta:

– Madame, che biglietto date al Re? Domandò il maresciallo, con l’aria più seriosa possibile.

– È un rimedio contro le coliche dei venti, rispose la Duchessa vedova con lo stesso tono.

– È solo il primo medico del Re che può proporgli dei rimedi

– Per questo, sono sicura che M. Dodard lo approverà.

Il re, la cui timidezza lo rendeva imbarazzato dallo scambio di battute tra i due commedianti, aprì il biglietto e si mese a ridere fragorosamente.

– È possibile vederlo? Chiese m. de Villeroy.

Il re passò il biglietto all’anziano tutore che lesse:

    Voi che nel mesentere
    Avete dei venti impetuosi,
    sono pericolosi
    e per disfarvene
    petate:
    petate, non potrete far di meglio
    petate,
    troppo felice di disfarvene.

Madame amava da sempre la risata salata, ma m. de Villeroy non si divertì affatto.


In memoria, con immenso affetto, della mia amica Liselotte.

Élisabeth-Charlotte von der Pfalz Simmern (Heidelberg, 27 maggio 1652 – Saint-Cloud, 8 dicembre 1722), Duchessa d’Orléans, era figlia dell’Elettore Palatino Karl Ludwig (1617-1680) e Charlotte di Hessen-Cassel (1627-1686), e fu la seconda moglie di Philippe, Duca d’Orléans, fratello cadetto di Luigi XIV. Il suo nome è molto frequentemente riportato erroneamente, per lo più come Élisabeth-Charlotte di Baviera, altrettanto errato è l’appellativo comune di Principessa Palatina, che invece era il modo in cui in Francia era chiamata sua zia, Anna di Gonzaga di Clèves, moglie di suo zio Edoardo e figura estremamente intrigante durante la Fronda. Sul contratto di nozze figura il titolo di “Elisabeth-Charlotte, Princesse Electorale Palatine du Rhin”, e la confusione sul cognome deriva dalla sua appartenenza al ramo principale della famiglia dei Wittelsbach, che regnava sulla Baviera. A Corte le spettava il titolo di Madame, come moglie del primo Figlio di Francia, ma per tutto il suo parentado tedesco ha sempre portato il nomignolo di Liselotte.

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