Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 46

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In un salottino molto intimo e raccolto, decorato con gusto lussuoso ma non esageratamente elegante, due signore stavano sbocconcellando aristocraticamente delle cape sante, mentre un valletto dalla pelle d’ebano versava loro copiosamente dello champagne che con le sue bollicine birichine le rendeva spiritose; a dire il vero, nemmeno il vin santo e il miracolo delle nozze di Cana avrebbero potuto trasformare in vere nobili la contessa du Barry e donna Sofia di Savonera; loro, tuttavia, non potevano definirsi che soddisfatte della loro carriera.

– Ciò Sofia, ti ga presente ea corbeille per la nuova Contessa d’Artois? El sempio de Richelieu dixe che la xé da pitocchi refatti…
– È solo invidia, Jeanne, lassa fa’. Parla male perché hai fatto fare dieci abiti per il Conte d’Artois che sono costati trenta e rotti mila livres meno dei sei che avevano fatto fare per il Delfino.
– Sacranon! Par forza, Artois xé largo metà de st’altro!

Il tempo scorre in fretta quando ci si diverte, i pochi giorni che ancora mancavano al matrimonio del Conte d’Artois volarono in un turbinio di preparativi che culminarono nell’incontro della famiglia reale con la nuova sposa, previsto poco fuori di Fontainebleau: era prassi che certe cose accadessero lì, non che fosse un luogo particolarmente sacro ma se la nuova sposa non avesse risposto ai canoni di conformità agli standard minimi richiesti sarebbe stato semplice abbandonarla nella foresta, in guisa di novella Biancaneve o di pasto per gli animali selvatici. La tetra e grigia mattinata novembrina era funestata da una pioggia battente; una nebbiolina s’innalzava ai lati della strada che attraversava la foresta di Fontainebleau, esili spettri fumosi si ergevano pallidi come delle dita di gigantesche mani evanescenti. Su quella strada correva una grande berlina nera trainata da due pariglie di cavalli colore del giaietto, e del colore dell’ala di corvo erano le piume che ornavano le loro fronti; le sole note di colore erano l’argento dei finimenti dei palafreni e le tendine violette frangiate d’argento che oscuravano parzialmente i finestrini della carrozza.

Una dama abbigliata suntuosamente guardava preoccupata fuori del finestrino, appoggiando il suo enorme naso sul vetro che ogni volta restava segnato da un brutto alone; la sua tensione era comprensibile: vagavano da ore nella foresta senza che il cocchiere Tomtom riuscisse a trovare la strada, e ogni ululato di lupo udito in lontananza la faceva trasalire. Finalmente la carrozza si fermò all’imbocco di una radura, il cocchiere scese, aprì lo sportello, e disse alle dame spaventate:

– Mie signore, finalmente il nostro viaggio è alla fine. Il castello è poco lontano da noi, in fondo a questa strada.
– Spero che sia vero, qui fuori c’è un lupo che ulula, disse una stranita dama di compagnia.
– Lupo ululà? Chiese confusa la signora col grande naso che colava dal freddo.
– Là! Indicò il cocchiere.
– Che cosa? Ribatté la dama.
– Lupo ululà e castello ululì, precisò Tomtom indicando prima verso ovest e poi verso est in direzione del castello.
– Ma come diavolo parli?
– Siete voi che avete cominciato.
– Non è vero!
– Non insisto, siete voi la padrona.

Dopo poco tempo la carrozza arrivò a destinazione, infilando un lungo viale che conduce alla Porte d’Orée. Un comitato di ricevimento attendeva, riparandosi dalla pioggia come meglio era possibile. Una voce annunciò:

– Fate largo al seguito della futura Contessa d’Artois!

Nello stesso istante si scatenarono simultaneamente un tuono e un fulmine, mentre i cavalli lanciarono dei nitriti di paura.

Il ricevimento fu a lume di candela, vista la giornata grigia e buia, e la sola fonte di luce oltre alle candele era l’abito della contessa du Barry che sembrava l’insegna di un locale notturno di Pigalle, essendosi fatta mettere sulla veste l’equivalente di una carriolata di diamanti, ne indossava per un valore di cinque milioni; il fasto della toilette della favorita fu pari a quello della cerimonia nuziale nei giorni seguenti, cui seguì un ballo dato espressamente per la principessa dalla duchessa de Mazarin, detta dai maligni Madame de Porte-Sfigue, e non per semplice cattiveria di cortigiano invidioso ma proprio per un dato di fatto: se m.me de Mazarin voleva dare un grande concerto con una bella cena il minimo che le potesse capitare era che il direttore d’orchestra si rompesse una gamba e che la cucina prendesse fuoco.

L’idea di m.me de Mazarin di dare un ballo campestre in una delle sue residenze di Parigi era in sé delicata e squisita, e per realizzarla la duchessa scalognata si rivolse a un coreografo di fama mondiale (a Monteruil): monsieur Henry Delaroche in arte La Cesira; la quale Cesira scatenò la sua fantasia oltre ai fiumi di denaro della duchessa, e precettò una quarantina di ballerine dell’Opéra in costume da pastorella.

– Madame, disse La Cesira, prenderemo un enorme specchio, gli toglieremo il rivestimento di stagno, e faremo ballare le pastore dietro al vetro. Vedrete, lanceremo una moda che durerà nei secoli a venire.
– Scusate, ma per quale motivo?
– Giusto per separarle dalla folla degli invitati: un po’ perché guardare e non toccare è un piccolo piacere proibito, e un po’ perché si sa che pastori non olezzano esattamente di violetta di Parma, e questo darà un tocco di verosimiglianza allo scenario.
– Dite? Sarà… queste stranezze moderne… piuttosto, come potranno riconoscerle per delle pastore se manca la materia prima? Vi fornirò un gregge, e anche una vacca tanto, tanto caruccia.
– Certo, madame: vacche come se piovesse, non ce ne sono mai abbastanza, sapete…
– Madame la Contessa di Provenza e Madame la Contessa d’Artois sono savoiarde, e di sicuro ne hanno viste di sicuro in quella loro piccola corte spersa in mezzo alle montagne innevate: si sentiranno più a casa loro. Al lavoro, Cesira: avete carta bianca.

La sera del ballo si prepararono pecore e montoni agghindati con fiocchetti azzurri e dorati, e la giovenca portava al collo un nastro bianco, rosso e verde; l’idea era di farli sfilare dietro al vetro prima di far entrare la truppa delle ballerinette vestite da Heidi e Giselle. Qualche cosa sfuggì di mano alla Cesira, tuttavia; la vacca s’inebriò del successo della ribalta, e iniziò a spingere a cornate in tutte le direzioni le pecore, e per avere una cospicua parte degli applausi alla quale riteneva di aver diritto puntò dritta sullo specchio semitrasparente e lo ruppe a cornate, facendo irruzione tra gli invitati, accompagnata dal cane da pastore seguito dal gregge infiocchettato come un campionario di bomboniere nuziali.

La giovenca correva, calpestava e rovesciava qualsiasi cosa, il cane la inseguiva abbaiando, e si udivano benissimo delle galline e un pavone schiamazzare… fu solo quando tornò la calma che gli invitati capirono che i versi delle galline erano le risate due sorelle di Savoia, le quali stavano sghignazzando alle spalle della loro cugina madame de Lamballe, che si era fatta issare su un camino e gridava “Fi! L’horreur” come può stridere, appunto, un pavone spaventato. Sedut accanto a lei un grosso gatto con la parrucca gnaulava preoccupatissimo.

Non a caso, il fido conte de Mercy-Argenteau ritenne opportuno inviare delle impressioni caustiche alla sua sovrana:

Conte Florimond de Mercy-Argenteau a S. M. I. R. A. l’Imperatrice-Regina Maria Teresa

Maestà,

chiedo venia per il mio linguaggio, ma qui a Figlie di Francia siamo messi sempre peggio: la Contessa d’Artois è, per quanto inimmaginabile, un disastro peggiore della sorella.

Madame la Contessa d’Artois è molto piccola, di taglia mediocre, la pelle abbastanza bianca, il viso magro, il naso molto lungo e brutto, gli occhi tagliati male e la bocca grande, il che forma nella sua completezza una fisionomia irregolare, senza grazia e molto comune. Ma quello che è seccante per questa principessa è il suo contegno, la sua timidezza e la sua aria imbarazzata; ella non ha parlato sebbene la sua dama d’onore le suggerisse cosa dire nelle varie occasioni. Danza molto male.

Per ora la Contessa di Provenza non sembrava occuparsi molto della sorella. Si dice che nella loro infanzia non siano mai state legate d’affetto, e un motivo di rivalità all’epoca del matrimonio del conte di Provenza le ha allontanate ancora di più.

Ossequi sempre orrendamente devoti,

Fido Mercy

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