Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 47

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Il carnevale è un periodo di gioia, di festa, di sfogo; un periodo nel quale il popolo si concede una certa licenza, quando le persone festeggiano seguendo usanze che vengono dalla notte dei tempi e delle quali i pochi che ne avevano sentito parlare hanno dimenticato l’esistenza; infine un periodo in cui si possono sovvertire le convenzioni sociali, e per questo c’è l’usanza di mettersi in maschera, e grazie a questo si possono incontrare sovrani vestiti da ballerinette, duchesse vedove mascherate da cameriere e pescivendole rispettabili con gli abiti talari.

Un gruppo di carrozze di piazza noleggiate al fine di conservare una parvenza di anonimato si fermò davanti all’ingresso del Palais Royal, e ne discese una festante compagnia che si diresse verso l’entrata della sala dell’Opéra: il gruppo indossava maschere e costumi coloratissimi ed eterogenei, era costituito da tre uomini e tre donne accompagnati da alcune dame, e circondati da una folla di maschere senza importanza. Dal loro aspetto sembravano avere tutti pressappoco la stessa età, molto probabilmente attorno ai vent’anni o anche meno, ma dai loro modi di gestire e muoversi apparivano anche dei caratteri diversi. Quello più imponente aveva la schiena un po’ curva e una camminata dondolante; indossava un abito di velluto rosa confetto con tutti gli accessori in tinta e una maschera dello stesso colore, di un tessuto morbido con un’imbottitura malleabile che permetteva alla maschera di assumere qualsiasi forma uno volesse. La dama che lo accompagnava indossava un abito in un tessuto iridescente dalle sfumature grigio-azzure e una maschera da focena; dietro di loro un’altra donna con un domino color corallo trattenuto sulle spalle da fermagli a forma di chele, sempre fatta di chele era la maschera, e in testa aveva una parrucca fatta di gamberetti, mentre al collo e alle orecchie portava delle rose di corallo rosso. Dopo di loro veniva un uomo corpulento vestito di marrone scuro con guarnizioni bianche e color crema, al braccio di una donna con un enorme abito da meringa; la terza coppia era formata da una donna con un abito coloro marroncino pieno di peli e una maschera da pechinese, mentre l’uomo indossava un completo con un ampio mantello e un cappello piatto di foggia spagnola, tutto in nero come la maschera e la fusciacca che gli stringeva la vita. Il corteo si chiudeva con sette donne in domino grigio pallido i cui volti erano occultati da delle velette in tinta.

La sala dell’Opéra era un tripudio di ori, stucchi, angioletti, conchiglie, colonne, cristalli, fatine, elfi, puffi e marmotte tale da rivaleggiare con la grande galleria di Versailles: tutti pensavano che fosse più splendida e brillante ma non lo dicevano apertamente perché una simile affermazione li avrebbe targati irrimediabilmente come amichetti del Palais Royal, e questo a Corte non sarebbe stato gradito molto. L’orchestra stava facendo rimbombare ovunque il motivetto del momento, lanciato da un’ex attricetta che aveva avuto la fortuna di sposarsi bene, la baronessa Marie Roberthe de Pellons:

Da questa sera cambia la mia vita
(da questa sera, da questa sera)
Non voglio fare più l’abbandonata
(non voglio fare, non voglio fare)
Quante lacrime buttate via
Quante notti con la nostalgia
Lui diceva che era colpa mia
Soffocavo la sua libertà
Gli dicevo: senza di te, cosa farei? Senza di te.
Ed ho capito che non si deve dire mai la verità
Se… Un giorno ti scoprissi innamorata
No… Non devi dirlo mai, tienlo per te.
Gli dicevo: senza di te, cosa farei? Senza di te.
Ed ho capito che non si deve dire mai la verità.
Ecco! Perché faccio questa festa senza di te.
Festa! Ma che bella, ma che bella, questa festa
Ma che bella, ma che bella, questa festa
Questa festa, questa festa, senza te.

L’usciere aveva una voce che sembrava una cannonata e una cassa toracica degna di un armadio quattro stagioni, ma dovette sgolarsi letteralmente per sovrastare il fracasso immenso degli ottoni parevano risuonare dovunque; all’arrivo del gruppetto allegro si fece forza e annunciò:

– Monsieur il marchese de la Barbe-à-Papa con madame la duchessa de Stenelle e madame la contessa de l’Écrevisse du Krill! Monsieur il conte du Profiterole con madame la duchessa de la Meringue! Monsieur le Chevalier Noir con Madame la viscontessa du Chénil e le Scomparse del Trianon…

– Oh citrullo! Noi veramente siamo Don Diego de La Tega con la Dodi, la Fuffi, la Cicci, la Pippi, la Lilli, la Polli e la Babi col su cagnino tanto, tanto carino che poi lo si piglia e lo si scuoia! ribatté il più giovane dei tre uomini con fare di sberleffo.

La sfilata fu chiusa dall’ingresso di un grosso gatto avviluppato in un panier esageratamente ampio, decorato con trine, pizzi e merletti al pari dell’andrienne, mentre gli troneggiava sulla testa una parrucca caricata con piume di struzzo ovunque vi fosse un pertugio per metterne; il felino spingeva una carrozzina rivestita delle stesse trine dell’abito, da questa facevano capolino tre grossi topi con delle mascherine di brillanti. Dopo un attimo di sbigottimento l’usciere si riprese, forte delle stranezze cui lo aveva sempre esposto lavorare al Palais Royal, e declamò:

– Il vero gatto del 1770 con Mimì, Cocò, e Cagame ‘u Cazz!

Prima che la folla dei ballerini infervorati potesse dividerli Maria Antonietta, avvicinatasi al marito, gli disse sottovoce:

– Monsieur, io capisco che siamo nel cuore del carnevale e che ogni licenza è permessa, soprattutto a questi balli e praticamente a casa di vostro cugino, ma non vi sembra che i costumi delle mie cognate e di vostro fratello manchino di stile, di buongusto?

– Una maschera in faccia a Madame d’Artois non può che far del bene a tutti, ma se sperate di riuscire a nascondere le borse di trippa di Monsieur e Madame di Provenza sotto un qualsiasi abito siete solo una candida bimbetta. Quanto al buongusto, vi chiedo: avete per caso visto la marchesa de Berny vestita dal Lady Oscar? Con tanto di pantalone aromatizzato al cavallo? Ma perché madame de Lamballe si è messa addosso dei gamberi? Non è quella che sviene anche solo se li vede dipinti?

– Un medico di Vienna glielo ha suggerito, la chiama terapia d’urto, credo.

– Balliamo. È meglio.

E si unirono a un gruppo che ballava un rigaudon, nel quale spiccavano le loro cognate che stavano dando un tristissimo spettacolo; la Contessa di Provenza si muoveva con la sua solita grazia da orango, facendo ballonzolare generosamente le natiche perfino sotto il panier a meringa, mentre la Contessa d’Artois si agitava come un cane quando si scuote l’acqua di dosso dopo essere caduto in un fiume.

Festa! Ma che bella, ma che bella, questa festa
Ma che bella, ma che bella, questa festa
Questa festa, questa festa, insieme a te.
Festa! Ma che bella, ma che bella, questa festa
Ma che bella, ma che bella, questa festa
Questa festa, questa festa, insieme a te.
Olé!

Dopo la terza contraddanza Maria Antonietta era esausta, e sentì il bisogno di sedersi per riprendere un po’ il fiato; si avvicino a un divano su cui era già accomodato un uomo giovane, non bello e non brutto, con uno stranissimo ciuffo che gli scendeva da un lato della testa che faceva immaginare che una vacca gli avesse leccato i capelli mentre dormiva. Il giovane, dal quale emanava un leggero odore di cavolo bollito e di baccalà, aveva in mano una penna e un giornale, e annotava delle cose sui margini delle pagine. Mossa da curiosità la Delfina decise di passare all’attacco:

– Pardon, monsieur: posso riposare qui un istante?

– Cioè, una dama troppo stylosa come voi può avere tto kuello ke kiede! Rispose lui, senza che nulla giustificasse quel “cioè”, e senza alzare gli occhi dalla sua copia di “Dama Moderna”.

– Spero di non disturbarvi.

– Sul serio, cioè… no. X fare un test, “Quanto sei Cetacea di Francia?”

– Sembra divertente.

– Kavoli, forse mi potete dare una mano con le domande: volete?

– Perché no?

– Allora… “Per te la corona è bella quando è: un gioco, un dono, un vizio”?

– Un Dono.

– Oki. “Come dovrebbe essere il tuo Delfino ideale? Generoso, esigente, fantasioso”?

– Fantasioso!

– “A cosa fai più attenzione durante un’udienza? Alle reazioni del Re, a quanto il ministro è disposto a osare, alle sensazioni che riusciamo a trasmetterci?”

– Alle reazioni del Re.

– “La nuova favorita del Re viene presentata a Corte. Che cosa fai? Non le rivolgi la parola, la tratti urbanamente ma le fai sentire che è solo un’operaia come tante altre, la seppellisci sotto tutto il peso del cerimoniale spagnolo di corte”?

– Non ce n’è “Ti pensi fortunata perché tuo marito non ha idee simili”?

– Naaaaaaaaaa, cioè… non credo… tipo mettiamo la prima domanda. E poi: “Se qualcuno cercasse di screditare tuo marito il Delfino tu che cosa faresti? Lo dici al Re, ne parli col Delfino, ti confidi con la persona della quale ti fidi di più”?

– Lo direi alla mia mamele!

– Oki, finito… vediamo… cioè. Tre. Più due, nove. Più uno, cinque. Più zero, zero. Più due, sette. Più uno, dodici. Minkia, abbiamo fatto dodici. Cioè, su sette domande. Dice “Delfina come te non c’è nessuno”.

– È tutto merito vostro, monsieur…

– Fersen. Conte Fersen.

– Toni. Numero quindici.

– Ditemi, madame, da che cosa siete camuffata?

– Ma da Delfina, no?

– Che fiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiko! Il pesce, la vostra mamele, il numero quindici: tutti i dettagli sono perfetti, stasera siete davvero la Delfina Maria Antonietta.

– Veramente stasera cercavo di non esserlo, ma pare che sia impossibile scappare al proprio lavoro.

– Fiiiiiiiiiiiiiiikata, minkia. La Delfina quella vera, siete lei davvero? Aspettate che lo sappiano gli amici al paese! Gente, che botta!

Un gruppo di persone accorse, richiamato dagli ululati gioiosi del conte Fersen, e Maria Antonietta si rese conto che oramai il suo travestimento era inutile; decise quindi di ritirarsi assieme a Luigi, mentre in sala già si udivano le prime note di una canzone allegra e scoppiettante:

Disco disco manda via
tutta la malinconia:
è la favola,
la superfavola
dove sto come vorrei,
dove vivo i sogni miei
col mio principe più azzurro che mai!
Delfina, Delfina!
“Sing along and dance Delfina”
Delfina, Delfina!
Disco Delfina.

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