Hortense Schneider

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Faceva freddo quella sera, è normale per il 10 febbraio, ma non era per il freddo che Herminie de Alcain sentiva dei brividi lungo le spalle. L’orchestra stava eseguendo un valzer, e sulla scena il tenore Talazac stava danzando con m.lle Isaac.

Elle danse,
En cadence!
C’est merveilleux,
Prodigieux!
Place! Place!
Elle passe,
Elle fend l’air
Comme un éclair!

Non era freddo, era la nostalgia, era il dolore, era la perdita: suo marito era morto da appena quattro mesi, e lei era lì come molti altri ospiti nei palchi per rendergli l’ultimo saluto.

Je cède au transport qui m’enivre
Quelle flamme éblouit mes jeux!…
Un seul moment encore à vivre,
Et que mon âme vole aux cieux!…

Herminie udì un singhiozzo, e si voltò verso il palco adiacente al suo; vi sedeva maestosa Hortense, la più grande delle interpreti di Jacques. Non avrebbe sopportato di avere vicino la petulante Zulma Bouffar, o un’altra delle etère della compagnia del marito, ma Herminie era affezionata a Hortense, nonostante la sua rigida morale borghese le rimproverasse i numerosi amanti e soprattutto l’uso allegro che aveva fatto delle loro ricchezze, grandi o piccole che fossero. Hortense era però una donna dal cuore grande e caldo, amica fedele in tutte le fortune, madre amorevole e dedita alle opere di carità. Dotata di una volontà ferrea e animata dal desiderio di cantare, la figlia del piccolo sarto di Bordeaux era arrivata ai Bouffes armata solo degli abiti che indossava e di un filo di voce.

Oui, plus de craintes,
plus d’alarmes!
Aujourd’hui les larmes
Mais demain les cieux.

Nessuno avrebbe immaginato che in pochi anni quella bionda formosa avrebbe ordinato al figlio della regina Vittoria del Regno Unito di portarle a passeggio i cani, ma il Tout Paris aveva capito molto in fretta che Hortense avrebbe brillato al centro della vita mondana, tra i dandies e le lionnes fin dalla prima volta in cui arrivò superba al caffè Tortoni, accompagnata da Ludovic de Gramont-Caderousse. Il loro amore continuò inalterato di follia in follia, nonostante le piccole infedeltà reciproche, fino a quando Ludovic non fu consumato ancora trentenne dal male dell’epoca, la tisi; lui le lasciò una parte del suo enorme patrimonio (o meglio, di ciò che non erano riuscito a dilapidare assieme) e un figlio disabile, mentre ai suoi eredi legittimi legava un piffero e un costume da arlecchino. Hortense la splendida, che si presentò a una serata di gala al palazzo delle Tuileries senza invito, e quando venne fermata da un usciere che glielo domandava gli scoccò un’occhiata di sorpresa indignata lanciando con tono inimitabile: “Sono la Granduchessa di Gerolstein” facendo un ingresso trionfale. Hortense dalla vendetta terribile, che si fece offrire una birra da Barbey d’Aurevilly per poi rovesciargliela sul cranio in piena terrazza del Café Cardinal come ricompensa per aver scritto in un articolo che M.lle Schneider aveva del muschio addosso come le rovine.

Vous êtes Olympia? Brisée…
Antonia? Morte!
Giulietta? Damnée…

Hortense invecchiava con dignità, e aveva saputo uscire di scena prima di diventare una caricatura di sé stessa: teneva molto a rimanere l’immagine che tutti potevano avere concepito di Hortense Schneider nella loro mente, nella loro fantasia; non voleva che la gente potesse vedere una Belle Hélène appassita, una Boulotte segnata dal tempo, una Périchole rugosa, una Granduchessa rattoppata.

Des cendres de ton coeur
réchauffe ton génie,
dans la serenité
souris à tes douleurs!
La Muse apaisera
ta souffrance benie,
ta souffrance,
ta souffrance benie…

Il sipario si chiuse sulla prima rappresentazione de I racconti di Hoffmann, e Parigi tributò un’interminabile ovazione al suo cantore, Jacques Offenbach. Herminie e Hortense s’incontrarono nel foyer, e si strinsero mute le mani guardandosi negli occhi. Si abbracciarono, e uscirono assieme dall’Opéra-Comique.

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