Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 50

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Il sole illuminava discretamente una piccola sala negli appartamenti intimi della Regina, il Cabinet Doré; su un tavolo troneggiava imponente ed esibendo un’aria da rodomonte un servizio da tè in porcellana di Limoges, rosa pompadour rialzato d’oro, decorato con dei medaglioni raffiguranti delle scene di festa campestre. Marie-Antoinette stava sorbendo la sua tazza d’infuso esotico assieme alle cognate, e Madame decantava i benefici del tè alla russa.

 – Non avete idea di quanto bene faccia. Invece di versare nella tazza una nuvola di latte ci dovete mettere qualche goccia di vodka…

– Qualche goccia? Il vostro tè è chiaro come l’acqua, Madame… interruppe dubbiosa la regina.

– Dettagli! Dicevo, mettete un po’ di liquore nel tè, poi prendete un cristallino di melassa e lo tenete tra i denti, poi bevete con calma un sorso alla volta. Vedrete che quando avrete finito il mondo cambierà prospettiva.

– Sì, ne vedremo due! Commentò la Contessa d’Artois.

 Si udì un leggero grattare alla porta, e una voce disse: “Cam Pan! Cam Pan!”. Le principesse si guardarono stupite, ma la Regina spiegò:

 – Non fateci caso, è la mia lettrice che si diverte con poco. Entrate, madame.

 La porta si aprì, e m.me Campan entrò con fare servile e confidenziale per avvicinarsi a Marie-Antoinette e annunciarle in maniera vagamente da cospiratrice:

 – Madame, le persone che Vostra Maestà ha convocato sono arrivate.

– Molto bene, fatele entrare.

– Ai vostri ordini, Madame. Cam Pan! E uscì a passi felpati, per rientrare poco dopo accompagnata da una donna non troppo alta, rotondetta e pienotta, sepolta sotto una cascata di volani e falpalà, con una fisionomia un po’ troppo ordinaria ed una capigliatura bionda innaturale. Al suo fianco si ergeva un uomo più alto di lei, magro e grifagno, con un gran naso e pochi capelli ma con una parrucca monumentale, il cui abito era letteralmente oberato di fiocchi e nappine ovunque fosse possibile metterne. La donna prese la parola per prima, con fare leggermente sfrontato:

 – Madame, ho l’onore di essere la consigliera d’immagine della cugina di Vostra Maestà, la Duchessa di Chartres; il mio nome è Rose Bertin. Mademoiselle Bertin.

– Io ho l’onore di essere Léonard, Madame. Architetto teatral-tricologico.

 Le tre cognate si guardarono, un po’ sorprese dai modi non troppo urbani di quel singolare paio di sedicenti artisti, ma prima che potessero aprire bocca, m.lle Bertin si rivolse alla Contessa di Provenza:

 – Madame, perdonate ma… come vi vestite? Sua Maestà è passabile, ma il vostro abito… questo è l’abito che mettete quando andate a caccia di uccelli in qualche palude? Vi dovremo risistemare signora mia: perché le persone GRASSE mi fanno SCHIFO! Via tutta quella ciccia, via quei rotoli ORRENDI! Via tutti quei MENTI! Li vendete, per caso? Vi servono perché fate la mentitrice? NO!! E ALLORA? VIA QUELL’OBBROBRIO! D’ACCORDO?

– Rose, comare mia, ma guardate che disastro di buon gusto è Madame la Contessa d’Artois… to’, che strano, quando siamo partiti da Parigi il tempo era splendido! Mentre Léonard parlava un tuono faceva tremare i vetri della stanza e nel cortile si udirono nitrire furiosamente dei cavalli. M.lle Bertin si mise i pugni sulle anche, batté fragorosamente il piede e con tono perentorio disse, indicando ognuna delle tre donne col dito:

 – Voi, voi e anche voi: domani voglio vedere i vostri guardaroba al completo, compresi gli accessori e i gioielli. D’ACCORDO? Poi noi decideremo che cosa fare del vostro modo di apparire. I vostri abiti fanno troppo puttanon de Genlis du paravent, disse guardando la Contessa d’Artois.

– E cioè? Chiese Maria Giuseppina.

– Ma volgare arrivista, no? Ribatté Rose Bertin con stizza.

– Rose, che dite? Bollicine? Chiese Léonard, armeggiando con la sua parrucca, dalla quale estrasse un secchiello pieno di ghiaccio contenente una bottiglia di champagne e due calici.

– Ça va sans dire.

 Dopo aver brindato tracannando il contenuto dei loro bicchieri fecero una riverenza piroettante ed uscirono, lasciando basite le tre donne.

La mattina seguente la Regina e le sue cognate si recarono nel salotto di quelli che erano stati gli appartamenti della contessa Du Barry, dove trovarono Rose Bertin, Léonard e tre grosse ceste colorate. Lungo le pareti erano appesi in fila numerosi abiti appartenenti ad ognuna delle tre donne, e una ciascuna delle loro cameriste li stava passando ordinatamente a m.lle Bertin.

 – Signore mie, buongiorno! Non perdiamo tempo, d’accordo? D’ACCORDO? Oh, adesso vedremo di rimediare al disastroso stile dei vostri abiti, e per cominciare faremo una cernita.

– Una cernia? Chiese Maria Giuseppina. M.lle Bertin la investì:

– Madame, quando mi guardate con la bocca aperta lo sembrate davvero! Adesso DOVETE… ma che dico, dovete? DEVO eliminare almeno nove abiti su dieci dei vostri. Nel cestone bianco metteremo tutto quello che potrete ancora usare, in qualche maniera; in quello grigio le cose che possono servire per farne qualcosa d’altro; in quello nero tutto quello che non merita di vedere mai più la luce del giorno. D’accordo? E questo vale per tutte e tre, non crediate di cavarvela voi due lì in fondo! Disse rivolgendosi alla Regina e alla Contessa d’Artois. Léonard si avvicinò, reggendo in mano un corsetto in moiré di seta verde con riflessi dorati.

– Altezza Reale, che cosa codesta cosa, di grazia?

– È un regalo di mio marito, lo metto sempre quando pranziamo assieme.

– È per quello che ha ancora il cartellino del prezzo? Che orrore, datelo alle capre! Urlò Rose, gettandolo nella cesta nera.

– E questo? È la gualdrappa di un tapiro?

– Veramente sarebbe la mia gonna fortunata…

– Guardate che vita fate e andatene fiera! Via, per carità.

– Madame, perché avete due gerle ricamate di filo d’oro? Domandò Léonard perplesso.

– Quello è il reggiseno di rinforzo dell’abito di gala, quello che dovrò indossare il giorno dell’incoronazione del Re.

– Siete sicura che il defunto Re non sia morto perché glielo avete mostrato, invece che di vaiolo? VIA QUELL’OBBROBRIO! D’ACCORDO?

– E questo vaso da fiori? Perché è tra i vostri abiti?

– Sarebbe un cappello per quando vado in carrozza, veramente…

– VIA DA ME! È maledetto! Kyrie Eleison, Yvi Sancti Laureni, Pauli Poiretti, Regina Cœli Schrecker, protego maxima, scial scial scialanda! Léonard era visibilmente sconvolto, e gesticolava mente recitava la giaculatoria lanciando il cappello di Maria Giuseppina nella cesta nera.

– Dico, ma questo tripudio di mussolina con le trine che cosa pensate di dirci che è?

– È una sottogonna, cuerpo de una balena! Esplose Maria Giuseppina esasperata.

– Léonard, voi credete che potremmo ricavare qualche cosa da questa qui?

– Dalla Contessa di Provenza?

– Ma no, dalla… sshhh… dalla ssssssohhhh… non riesco a dirlo. Da quell’affare che avete in mano. Disse Rose mentre strappava la sottogonna a Léonard per gettarla nella cesta grigia.

Terminata l’ecatombe i due creativi presero Maria Giuseppina per mano e la portarono accanto ad una specie di grossa bambola che era stata vestita a festa per l’occasione.

 – Ecco Altezza, questo è un modello che vi proponiamo come abito da giorno; metterà in risalto il vostro incarnato, visto che con tutta quell’adipe mostrate ettari di pelle. Ve l’ho già detto che le persone grasse mi fanno schifo? Prendete nota, meglio. Per cercare di mimetizzare le vostre sopracciglia ursine abbiamo pensato ad un frangé de chemin de fer de tirabouchon

– A un che? Interruppe spaventata Maria Giuseppina.

– Una veletta, no? Capra! Spiegò Léonard.

– … la veletta si accompagna a un composé

– Eh?

– Un vestito, zucchina!

– Ah…

– … non attillato per ovvi motivi, in colore merde de oie qui mange les poix en fricandò

– Eh?

– Verde pistacchio, ma insomma…

– Ah…

– … su un panier non convenzionale fatto espressamente in vieille cuvée de bois de boulogne du camembert

– Eh?

– Un barile di legno di rovere stagionato, santa polenta!

– Ah…

– … decorato artigianalmente con un motivo imprimé in goffratura di animal foot steps

– Eh?

– Ci abbiamo fatto passare sopra i cani del Re al rientro dalla caccia, no?

– Ah…

– … impreziosito da degli zatteroni de roulette de rien ne va plus de waka waka

– Eh?

– Ciabattone da mare, mamma come siete ignorante!

– Ah…

– … quindi, ora potete farlo togliere dal plexi

– Eh?

– Fantoccio, ne avete sposato uno.

– Ah…

– … e provarlo.

 Rose aveva fatto tutta la sua tirata senza curarsi che qualcuno la seguisse, l’importante era dimostrare al mondo quanto lei fosse chic e alla moda, moda che peraltro aveva origine da lei, e che alle volte Léonard interpretava per i comuni mortali. Maria Giuseppina stava dirigendosi verso il bugigattolo dove avrebbe dovuto provare l’abito quando la porta si aprì di scatto, e come la Venere della botticella che esca da un soufflé di impepata di cozze, Donna Sofia la Smargiassa emerse dall’ombra sollevando le braccia spalancate in un gesto ampio e civettuolo.

 – Cucù, Altezzuccia! Visto che buttate un po’ di straccetti posso andare a vedere se c’è qualche cosa che mio possa stare? Tanto già c’è la sarta, me li posso fare ridurre: da un vestito me ne verranno fuori quasi due!

 Maria Giuseppina vide in pochi istanti tutta la sua vita passarle davanti, mentre Donna Sofia si lanciava sulla cesta nera come un avvoltoio plana su una carogna. Vi tuffò dentro la testa, incurvata come se si stesse per buttare giù dal davanzale della finestra, e mentre stava tirando fuori quella che sembrava una manica col bordo di pelliccia di volpe si rese conto che la manica si muoveva. E che c’era una parrucca pochi centimetri più in là. Katz Rex, Graf auf und zu Katzenham, si stava provando il reggiseno d’oro di Maria Giuseppina in guisa di berretto da notte, e guardava la sua antagonista con fare sornione.

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