La cugina della Vergine

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Dopo dieci anni di relazione pendolare tra i confini tra Padova e Venezia e la costa veronese del Garda, per giunta complicata dal mio lavoro di turnista, Alessandro ed io siamo abituati ad approfittare di quelle rare serate del sabato nelle quali sia possibile riuscire a vedere qualche amico. S’invita un’amica a cena, si mette mano alla dispensa e s’improvvisa un menù che sia socialmente presentabile.

– Che cosa facciamo da mangiare stasera? – Mi chiede Alessandro.
– Pensavo di fare del messicano alla cazzo di cane, con le tortillas. Tanto c’è già la korma col tofu, la moussaka e la paperonata. Ho fatto anche il chimichurri.
– Le tortillas come?
– Verdure tagliate piccole, saltate in padella col cumino. Cipolla, carota, sedano, peperone giallo e rosso, zucchina… nulla di stravagante.
– Mettici anche del pomodoro, o dei pomodorini: ti viene tutto troppo secco sennò.

 
Mentre si scalda l’olio nella padella io taglio sottili le cipolle e cerco di ridurre a cubetti le carote e le altre verdure.

 
– Le fai come la mirepoix?
– ‘desso, poi… le taglio a pezzettini; per la mirepoix dovrebbero essere tutte della stessa misura, magari cubetti di due o tre millimetri. Mi ci vedi?
– Era la marescialla de Mirepoix che chiamavano la cugina della Vergine? Non mi ricordo se fosse la Deffand o la Créquy a dirlo… – mi chiede lui, come colto dal vago lampo di un ricordo difficile da afferrare.
– Non so chi lo dicesse, ma è possibile che fosse riferito a lei: Mirepoix è una terra dei Levis, e loro pretendevano di discendere dalla tribù di Levi, la stessa cui apparteneva la Madonna. Mi pare di aver letto nei Mémoires che Saint-Simon raccontava di non so più quale duca de Levis che un giorno si tolse il cappello passando davanti a una statua della Vergine, e a quel gesto Maria gli avrebbe detto: “Copritevi, cugino”, però dovrei controllare.

 
Mentre disquisiamo sulle origini mitologiche delle famiglie nobili l’olio si è scaldato, Alessandro aggiunge i semi di cumino, li fa scaldare per bene, e poi butta la cipolla affettata sottile come la chioma di Berenice. Io ho finito con i peperoni, il sedano e sto affrontando le carote, le quali pensano bene di scivolarmi tra le dita mente le affetto per il lungo; mi trovo a dover inseguire due fette di carota che corrono per la cucina come anguille che vanno verso i Sargassi, accompagnate dalle mie bestemmie in lingua klingon. Rimetto le due fettine sul tagliere, ricomponendo idealmente la carota madre, e ricomincio a far calare il mio coltello da maniaco giapponese acquistato all’Ikea, quando mi sento chiedere se sia il caso di mettere anche dei piselli nelle verdure, per dare ancora più colore. Ottima idea, ce ne sono quintali in freezer, ci sono anche dei fagiolini: mettiamoci anche quelli. Torno alla mia cubettatura, zam zam zam. Terminate carote, in padella carote, vai di zucchina. Zam zam, zam. Uccisa zucchina, aggiungi zucchina… Guardo la padella, l’occhio mi si fa vitreo, mi sale il sangue alle orecchie, mi parte la crisi da casalinga sfranta:

 
– Eh no, minkia! Io sono qui che divento matto a fare le verdurine come la cugina della Vergine e tu mi butti giù i fagiolini interi? Leva quella roba dalla pignatta!
– Hai paura che non si riesca a mangiarli?
– No, mi rovinano il colpo d’occhio!

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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