Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 52

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Alla reggia di Versailles il pomeriggio estivo colava placido verso la sera, placido quanto può esserlo un mulo dell’esercito quando la mitraglia nemica inizia a farsi sentire: la calma era pura apparenza, come quasi ogni altra cosa al castello; la pletora dei cortigiani ordiva e tramava fingendo di ridere e scherzare, la servitù di basso rango rideva di loro ma ordiva e tramava per avanzare di grado e diventare manovalanza di lusso; la carriolata di cani di m.me de Guémené s’infischiava di tutto, e con azioni democratiche battezzava indiscriminatamente le gambe dei tavoli così come quelle dei Marescialli di Francia o dei valet de pied: tanto, a far lo stesso servizio negli angoli e nei giro scala ci pensavano i proprietari dei suddetti garretti inumiditi.

La Regina camminava lungo un corridoio in compagnia delle cognate, Madame Clotilde e Madame, Contessa di Provenza; Clotilde le piaceva, avevano legato molto nonostante la Regina la trovasse un po’ troppo pia e… come dire… epicurea (sì, non si può dire sfondata a una principessa di Francia anche se mangia quanto un porco), mentre Maria Giuseppina le piaceva meno: grossolana, ombrosa, beona, subdola e tutto sommato maligna non era esattamente un gioiellino di donna, riusciva a essere più mascolina del marito -per quanto la cosa non richiedesse grande applicazione- ma condivideva la golosità con Clotilde. Madame, alla quale dava un fastidio tremendo sentirsi inferiore, passava il tempo libero cacciando uccelletti con la rete e mettendoli in pentola. La povera Maria Antonietta non poteva far altro che sentirsi un po’ sola e desiderare di avere un’amica normale. Normale, che brutta parola… la normalità è un concetto che si adopera per insultare coloro che ci stanno antipatici… no, meglio dire riposante, mentalmente riposante soprattutto. Ecco, la Regina aveva deciso: le serviva un’amica oca, che non la assillasse di continuo per far avere il tabouret alle sue figlie o una partita di fazzoletti per il casaro giù al paesello. Non troppo ricca, come una Rohan, una Bouillon o una qualche Altezza Reale, ma nemmeno una popolana: una dama di buon lignaggio, meglio se antico perché la Regina di Francia non può andare in giro a far merenda con un’oca parvenue, ma col minimo sindacale di ducati e luigi per poter comparire a Corte e non di più. Ma dove trovare una persona così? Di certo non mettendo in agitazione tutta la Corte cercandola ufficialmente. No, impossibile.

All’improvviso un’idea brillante le balenò in testa. Brillante come se un cero penitenziale le si fosse acceso lì, nel punto preciso in mezzo agli occhi dove la cognata Maria Giuseppina aveva la giunzione delle sopracciglia! Si girò, cercò un viso nel gruppetto di donne che le seguiva -perché quando delle dame di rango passeggiano da sole hanno sempre almeno una decina di signore di contorno con loro- e si stizzì per averlo visto, in quanto a nessun titolo quella persona aveva il diritto di essere lì, ma allo stesso tempo fu contenta perché sapeva bene che sarebbe stata presente proprio perché non era il suo posto. Non fu difficile individuarla, la dama indossava un abito verde avogado decorato con veri grappoli d’uva fragola che spandevano attorno un gradevole profumo, e sulla parrucca aveva un trionfo di ananas, mangostani, pitahaya, carambole, rambutan, banane e kumquat.

– Contessa… – accennò la Regina.
– Maestà, cucù! – rispose Donna Sofia di Collegno, contessa di Savonera, detta Sofia ‘a Smargiassa.
– Contessa, i vostri modi sono come la voce di mia zia Madame Adelaide: non migliorano mai. Ditemi, ricordo male o voi siete stata la commentatrice ufficiale della cerimonia dell’incoronazione a Reims?
– Sicuro, Maestà. Nessuno come me avrebbe potuto rendere partecipe tutta la Francia degli avvenimenti e delle presenze sul Tapis Rouge!
– A tal riguardo, sapete come si fa per mettere un annuncio su Dama Moderna? Una mia amica pensava di cercare un animaletto da compagnia…
– Vostra Maestà ha delle amiche? Ma pensa…
– Madame! Non divagate!
– No, non vango…
– Contessa, basta! Lo sapete o no?
– Minkia, seguro!
– CONTESSA!!!!!
– Pardon, Maestà.

Maria Antonietta era esasperata, Donna Sofia sarebbe riuscita a far uscire dai gangheri anche il Mahatma Gandhi; quello che le dava più fastidio era vedere sogghignare Maria Giuseppina che ben conosceva le doti di charme della Smargiassa. Da una porta aperta si udì uscire una melodia suonata divinamente su un clavicembalo, e una voce argentina vi si accompagnava; la Regina e le sue dame ascoltarono rapite.

Butto la mia granita di cioccolata
Vengo con te
Metto la margherita più colorata
Nel tuo caffè
Dopodiché nuoto nel vino con te
Bionda gioco gioconda
Sulla carrozza che porti tu
Tonda la luna affonda con te nel blu
Balla con me
Tutta la notte con me
Matta-ta, che matta-ta
Sono tutt-ta matta-ta
Matta-ta, che matta-ta
Cotta-ta di te.

Il volto di Maria Antonietta divenne raggiante, fece perfino la boccuccia a cuore (per quanto possa farla una che ha un labbro inferiore di circa sei etti e mezzo di peso).

– Signore, qualcuna di voi sa chi sia la dama che canta? – Chiese la Regina al suo seguito.
– Minkia, seguro! Si tratta di Yolande Martine Gabrielle de Polastron, contessa de Polignac e marchesa de Mancini.

Maria Giuseppina non riuscì a trattenere un commento non esattamente comme il faut:

– Me cojoni… c’ha le pezze al panier!

Maria Antonietta esibì nuovamente la boccuccia a cuore:

– Contessa… lasciate perdere l’annuncio…

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