Diario di viaggio, capitolo primo: riusciranno i nostri eroi?

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vasiDopo quattro anni (finalmente) decidiamo di prenderci una pausa e andare in vacanza di nuovo, la destinazione non è nemmeno da chiedere: Versailles con annessa Parigi e dintorni, naturalmente. Il destino birichino le ha provate tutte per tenerci a casa, dalla cessata attività del nostro vecchio hotel di affezione (esattamente di fronte alla stazione della RER, Rive Gauche) alla difficoltà di trovare i biglietti del treno a tariffe accettabili, alle regole bizantine che il palazzo di Versailles impone per prenotare le visite, all’invenzione dei miei allegri padroni di farci lavorare anche di sabato notte per cui siamo obbligati a rimandare la partenza a un lunedì.

Lunedì 4 agosto, per la precisione.

Il treno ci aspetta in stazione a Verona, noi usciamo da casa un’ora e mezza prima a scanso di equivoci; arrivati in stazione mi accorgo di aver lasciato a casa il portafoglio con la carta d’identità: sono recidivo, l’altra volta però l’avevo lasciato a Padova, stavolta è stato sufficiente mobilitare i suoceri perché andassero a recuperarlo in casa e farmi portare da mia cognata al casello dell’autostrada dove ci aspettavano. Il destino è birichino, il mio livello di attenzione è invece affidabilissimo.

 

trofeoSaliti in treno facciamo conoscenza con i nostri compagni di scompartimento: madre, padre e figlia. Sorpresa: finora su quattro viaggi c’erano capitati cinesi e coreani, invece questi sono di Roma o giù di lì dall’accento. Circa papà non abbiamo capito se i topi morti li mangiasse crudi o no, ma aveva una fiatata da stendere un orso a venti metri; la figlia approssimativamente ventenne era un ghiro al lavoro, dormicchiava anche da sveglia; la mamma era un po’ svagata: a metà della notte s’è rovesciata nella cuccetta perché sua luce di cortesia la infastidiva ma non aveva capito che le bastava spegnerla. Certo, il fatto che ci fosse un interruttore sotto la lampada con scritto “0 – 1” avrebbe dovuto fare venire in mente qualcosa… ma la vera perla del viaggio è stata una frase captata da un altro passeggero; non ricordo bene dove fossimo, credo a sud di Fontainebleau ma non ho la certezza. So solo che stavamo attraversando una cittadina costeggiando un fiume, e mentre facevamo colazione nel vagone ristorante cogliamo delle parole enigmatiche, rivolte da un viaggiatore a un altro mentre fiancheggiavamo una grande costruzione con una croce rossa dipinta su un muro: “Dev’essere un ospedale, ha su una croce templare. Tutti gli ospedali sono costruiti vicino ai fiumi”.

Per fortuna l’ho scoperto, finora non avevo mai capito come facessero a smaltire i cadaveri.

 

Qualche ora dopo, una volta depositate le valigie in albergo, passeggiamo per Versailles in attesa dell’arrivo di un’amica; la coda immensa di gente al castello usciva perfino dalla Cour Royale e ci ha fatto decidere per una passeggiata tranquilla per la città, alla scoperta di angoli che di solito i turisti non vedono: come magari le scuderie, la Grande e la Petite Ecurie, che sono aperte solo una manciata di giorni all’anno in occasione di eventi straordinari e ospitano rispettivamente l’accademia dello spettacolo equestre e la galleria contenente le statue e i calchi che non vengono esposti per diversi motivi al castello. Sul cancello della Petite Ecurie c’è un cartello che enumera delle date di apertura della gipsoteca: le domeniche 6 luglio, 3 agosto e 7 settembre: ovviamente noi arriviamo a Versailles il 5 agosto, maledetto tempismo.
 

portoneCerchiamo di consolarci, a pochi passi da lì c’è la biblioteca municipale, ex Hôtel des Affaires Étrangères et de la Marine: sorpresa! È chiusa per due settimane a partire dal 5 agosto. Governo ladro.
 

Nel frattempo la nostra amica J. ci raggiunge, e la portiamo a vedere la vetrina di un negozio, peraltro chiuso, che realizza gadget personalizzati: avevamo una mezza idea di farci fare qualche cosa di inusuale (e temo anche terribilmente tamarro, come tutti i souvenir di quel genere) nei giorni successivi. Il negozietto è in Rue du vieux Versailles, a due passi dal castello: si chiama così perché il nucleo dell’antico borgo di Versailles sorgeva lì; per la precisione il borgo era situato approssimativamente nello spazio che ora delimitano le strade rue de Saint-Julien, rue de Satory, rue de l’Orangerie e rue de l’Indépendance Américaine. C’era un castello (dimora signorile) costruito a nord del villaggio, una chiesa dedicata a San Giuliano dove ora sorge il Grand Commun, e un cimitero era posto dove ora troviamo l’hotel d’Orléans, appunto in rue du Vieux Versailles.
 

 

Cena tranquilla e innaffiata da fiumi di sidro (già che c’ero ne ho approfittato!) in una crêperie lì vicino, Le Phare Saint-Louis. Le crêpes erano ottime, il servizio gagliardo ed efficiente: la consiglio.
 
 

vetrinaLa serata è finita prestino, noi eravamo troppo stanchi per girovagare a lungo non avendo dormito quasi nulla in treno. Già, ho dimenticato di diverlo… abbiamo viaggiato con Thello, e abbiamo scoperto che le sue cuccette hanno una particolarità: chi dorme nel loculo inferiore si deve preparare spiritualmente a essere schiaffeggiato tutta la notte dallo schienale dei sedili che pende dalla cuccetta di mezzo (ricavata appunto dalla parte alta dei sedili) che non c’è mezzo alcuno di bloccare. Testuali parole dette ridendo da uno del personale: “Su questo treno qui che pretendi?”

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