Diario di viaggio, capitolo secondo: l’estetica del ravanello prêt-à-manger

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Iniziamo il secondo giorno di vacanza sotto una simpaticissima pioggia primaverile. Ah, non siamo a marzo? Non importa, piove lo stesso e noi decidiamo di fare una capatina a Meudon per far vedere alla J. quel che resta del castello che fu del Grasso Delfino, figlio del Re Sole, e poi dopo vari passaggi divenne una delle dimore preferite di Maria Antonietta.
Non è molto lontano da Versailles, è sulla stessa linea della RER, e giacché dobbiamo andare a Parigi per visitare la mostra sugli anni ‘50 al Palais Galliera per le dieci di mattina abbiamo tutto il tempo per prendere dell’acqua passeggiando. Giusto per puntualizzare: quelli che dicono che l’acqua a Marly o in qualsiasi altro posto della Francia non bagna sono ebeti, senza rimedio.
Il giro nel parco è stato giocoforza veloce, ma abbiamo avuto almeno la soddisfazione di poter vedere il padiglione senza le impalcature che lo oscuravano in parte quando ci siamo andati l’altra volta: di visite non se ne parla, almeno per ora; il sito dell’osservatorio di Parigi non accenna alla possibilità di vedere l’interno della struttura, solo il parco.
Lungo la strada per la stazione ci fermiamo a fare spesa al supermercato: col fatto che vivo di frutta e verdura per me è un po’ un guaio mangiare fuori di casa; nella dispensa non ho generi alimentari di origine o derivazione animale, ma quando si va in giro è un po’ difficile trovare ristoranti o bar vegani, quindi ci si adatta cercando di limitare i danni. Danni… l’indivia belga in Francia viaggia quasi a 6 € il chilo contro i 3-3€50 dell’Eurospar (che è già caro di suo); riempio lo zaino di generi di conforto e ripartiamo.

Il museo del Palais Galliera è stato inaugurato come museo della moda nel 1977 in un palazzo fatto costruire nel 1879 da Maria Brignole-Sale De Ferrari, duchessa di Galliera e moglie del marchese Raffaele Luigi De Ferrari, nobile genovese e banchiere. La duchessa discendeva in linea collaterale da quella Maria Caterina di Brignole-Sale che in prime nozze sposò Honoré III di Matignon-Grimaldi, Principe di Monaco, e in seconde nozze Louis-Joseph, Principe di Condé (per intenderci: il figlio di Monsieur le Duc, il primo ministro di Luigi XV, e di Carolina di Hesse-Rheinfels-Rotenburg, sorella della madre della principessa de Lamballe e della terza moglie di Carlo Emanuele III di Savoia). La duchessa di Galliera era anche amica della famiglia d’Orléans e di Luigi Filippo, ma nessuno è perfetto. La visita al Galliera è un po’ una rivelazione, un po’ una delusione: per me non troppo in nessuno dei due sensi, sono Ale e la J. che si occupano di moda, per lavoro e per diletto; è che le collezioni di abiti d’epoca del Galliera non sono esposte, non si sa mai che i tessuti antichi non si possano rovinare, e nelle esposizioni temporanee non si possono scattare foto. Ale si consola tirando giù al volo schizzi e schizzi di abiti, poi facendo sedicimila foto al palazzo in sé, che non è vietato fotografare. Io mi accoscio su una panca con lo stomaco che ulula perché non ci siamo fermati prima di entrare a fare una seconda colazione alla brasserie lì vicino (Tombini! Il vostro nome è Mauretto!), apro lo zaino con un’aria da faina che bussa ad un pollaio e inizio maestoso a sbocconcellare dei ravanelli davanti a delle turiste americane. Tanto quelle sono americane, come possono sapere che è da campagnoli? Voglio dire, parliamo di una che all’interno del museo ha detto all’amica “Oh, tiù guardi che bene che si vedi Tiùr Aifelle da questo finestri”: stella de casa… zucchero… dista 500 metri in linea d’aria e quella baracca è grossa come cinquanta tirannosauri impilati, hai voglia non vederla bene dall’altra riva della Senna!

Finiti i ravanelli sloggiamo dal Palais Galliera in direzione dell’appuntamento con Alice e il suo tour “La Parigi di Maria Antonietta”: in programma c’è la visita al museo Jacquemart-Andrè, gioiellino che inseguo da vent’anni perché tutte le volte che sono andato a Parigi l’ho fatto in agosto, e fino a poco tempo fa era il mese di chiusura. E se negli anni ‘90 m’interessava per le collezioni d’arte, ho scoperto da un paio di anni che ospita degli affreschi del Tiepolo portati via da una villa della Riviera del Brenta poco lontano da casa mia, assieme a due leoni di pietra che adesso ornano la scala d’ingresso del museo. Affreschi e leoni sono stati regolarmente acquistati nel 1893 da Nélie Jacquemart (ex pittrice ben sposata) e dal marito Edouard André (deputato di stirpe banchiera e pieno di soldi), è invece di dubbia fede la vendita fatta dall’allora proprietario della Villa Venier dei Leoni, a Mira (VE), dove si trovavano le opere, che affermava di aver venduto dei leoni in pietra d’Istria settecenteschi e non delle sculture in marmo cinquecentesche, tanto per far placare un po’ lo scandalo della depauperazione della villa.

Tra questi affreschi ve n’è uno in particolare, La Fama annuncia agli abitanti della villa l’arrivo dell’ospite, che raffigura la visita di Enrico III re di Francia durante il suo viaggio dalla Polonia a Parigi nel 1574; evento che ogni anno si commemora nel primo fine settimana di settembre con la manifestazione Riviera Fiorita, culminante la domenica nel corteo di barche (è l’unica occasione per la quale le imbarcazioni della Regata Storica lasciano Venezia) con figuranti in costume con partenza da Stra ed arrivo a Venezia. Il museo rispecchia il gusto raffinato per l’arte dei fu proprietari, e tutto sommato dimostra che il denaro se usato bene può produrre qualcosa di buono. La mia teresina non manca di fare capoccella, noto la locandina di una mostra tenuta al museo quest’anno: “Da Watteau a Fragonard, les fêtes galantes” e penso: “Guarda, anche all’epoca c’erano le feste delle badanti”.

 

La pioggia che ci saluta una volta usciti dal museo, e che si era debitamente almata mentre ervamo dentro, ci rende impossibile il solito giro di rapina dei bouquinistes, e quindi rientriamo a Versailles. stavolta si cambia crêperie, si sceglie La Place, in rue Colbert, a due passi dalla reggia: ottima cucina, prezzi nella media parigina e leggermente inferiori, localino simpatico e pulito. Va da sé che prima di rintrare in albergo si fa il giretto d’obbligo di foto alla reggia illuminata di notte.

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