Diario di viaggio, capitolo terzo: perché rosa “Big Babol”?

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Il terzo giorno sembra regalarci un tempo clemente, e quindi ci si dirige come previsto verso la ridente località di Fontainebleau.

Partenza dalla Gare de Lyon, poi treno fino a Fontainebleau – Avon. Il clima della giornata si lascia scoprire dal siparietto sulla metropolitana: a una fermata il solito artista girovago, solo che stavolta sono due che suonano un charleston; Ale e la J. si mettono a fare le mossette con le manine, e attirano così l’attenzione del nostro vicino di poltrona: un ragazzo che dice di studiare a Bordeaux ma non parla francese, la conversazione s’è svolta in un inglese strano mentre lui mollava occhiate languide a tutti e tre: bellino, simpatico ma… o era sessualmente onnivoro e/o confuso oppure si stava chiedendo da dove fossero saltati fuori tre turisti suonati a quell’ora del mattino. A me era simpatico, lo avrei adottato come mascotte, in mancanza di Scoasso (il mio gatto, NdMauro)!

 

 

Il castello è bellissimo, di uno stile un po’ più eclettico di quello di Versailles perché è molto più antico, e ogni padrone di casa, da Luigi VII in giù, ha aggiunto, modificato, distrutto e ricostruito qualche pezzo della struttura. Soluzione deprecabile in alcuni casi: Luigi XV fece abbattere e trasformare un’intera ala del castello per alloggiare quel pollaio costituito dalle sue settordici figlie, distruggendo così la galleria di Ulisse, chiamata così perché decorata dal Primaticcio con dipinti raffiguranti scene dell’Odissea. Avevamo già visitato Fontainebleau quattro anni fa, in compagnia delle ragazze dell’Aimant, e accompagnati da un loro amico: Patrick ci fece da guida, ma tra che ci ha portati attraverso il castello di corsa, peggio che se avessimo i roller ai piedi (“Tanto a voi l’Impero non interessa”… scusa, piccino: decido io che cosa mi interessa, e ti dirò se ho davvero sprecato il mio tempo solo dopo averlo visto) e tra che ci ha fatto passare tre quarti d’ora davanti ad una porta del castello, la Porte Dorée; mentre ci raccontava che non si sapeva bene se fosse chiamata Porte Dorée per via del decoro che grondava oro da ogni dove oppure Porte d’Orée perché dava sul limitare del bosco, io mi aspettavo che sul limitar del bosco apparisse Paola Cortellesi che cantava Lascivia:

 

Un dì mi ritrovai sul limitar di un bosco di genziane

e l’aere profumava di genziane…

La rondine garriva al rondinino

e l’upupa cantava all’upupino

il tordo che zirlava al suo tordino

il pavone papulava ai pavoncelli

il tacchino goglottava al tacchinino

Ma basta parlar di pennuti, parliamo d’amore…

 

 

Al suddetto Patrick va riconosciuto l’onore di averci cacciare dal castello perché si era attardato a parlarci delle finestre dell’appartamento di Maria Antonietta, regalandoci così una vera emozione mai provata prima. Per l’espulsione, non per le iniziali M A sulla ringhiera.

Tornando al momento presente, abbiamo preso l’autobus fino al castello; alla biglietteria prenotiamo una visita per i Petits Appartements, e avendo un po’ di tempo ci dedichiamo all’esplorazione del castello.

Vediamo un cartello che indica “Museo Cinese”: di che si tratta, e come mai non l’abbiamo visto l’altra volta? Ah, è roba di Eugenia, non di Maria Antonietta… si tratta di alcune stanze nel Gros Pavillon nelle quali l’imperatrice (è sempre molto comodo essere la moglie del padrone del vapore) raccolse i doni ricevuto dagli ambasciatori del Siam e un bel po’ di oggetti provenienti dalla razzia fatta in Cina nel 1860 da Francia e Inghilterra, e per colpa di Maria Antonietta io mi ero perso tutta una serie di oggetti interessantissimi, tra cui un altare e una coppia di lampadari cinesi che da soli valevano la fatica di andare a ravanare nelle stanze più nascoste del castello.

 

Mentre io sono tutto preso dal soffitto con degli affreschi con raffiguranti il Buddha (credo con i suoi due discepoli principali, Sariputra e Maudgalyayana) e un imponente reliquiario a forma di stupa, mi accorgo che i miei due compari stanno discorrendo con la guardia che era spaparanzata sulla sedia della sala adiacente. Tutto nasce perché sentivamo un tintinnio leggero, come di campane a vento, e pensavamo che ce ne fossero da qualche parte poiché era il museo cinese. Logico, no? E invece no, erano solo le gocce dell’enorme lampadario di cristallo che vibravano quando qualcuno camminava al piano di sopra; tuttavia tanto è bastato perché la guardia ci riconoscesse come Italiani, e si lanciasse in una serie di confidenze su quanto lui ami l’Italia, la costiera amalfitana e non ricordo che altro, e che sogna un giorno di poter sposare la sua compagna in un paesino del sud… poi si sa, noi Italiani siamo così cari, aperti, comunicativi, solari… non ho avuto il cuore di deluderlo, piccinino. Tra l’altro, conosceva benissimo la nostra situazione politica (Renszì, Berlusconì e via così): tanto di cappello, io manco so chi ci sia al governo o quasi.

 

Si avvicina il tempo della nostra visita, ci raggiunge madame Marie-Noëlle che sarà la nostra accompagnatrice. Bionda, spigliata, simpatica e con una buona dose di humor. La visita agli appartamenti provati mi conferma che Napoleone aveva una strana fissa per i tessuti con motivi leopardati (adesso fa più chic dire animalier, come Carla Gozzi insegna dall’alto dei suoi capelli radioattivi): avevo notato qualcosa già in altre residenze, ma qui c’è una sala con un tappeto a chiazze grande quanto casa mia. De gustibus… In un’altra sala vediamo il pavimento interamente ricoperto da un tappeto che al centro porta i tre gigli di Francia, però si vede che il fondo è di un azzurro leggermente diverso dal resto. Motivo ornamentale? No, Marie-Noëlle ci racconta che una volta tornati di moda i Borbone è stato più semplice e meno costoso fare tagliare via il centro del tappeto con lo stemma dell’Impero e cucirci su quello di Francia fatto fare apposta.

Per inciso, Napoleone era nano sul serio: i letti fanno testo come no, la gente non dormiva sdraiata del tutto così come non si sdraiava in vasca da bagno (anche mettendo una sedia in vasca, come faceva Luigi XV) : pare che rischiare di assumere la posizione del morto nella bara portasse sfortuna; però nei grandi appartamenti, ossia nel museo napoleonico, c’è la tunica che Napo usò per l’incoronazione: io sono alto 1,73 e la sua tunica mi arriva sì e no a metà polpaccio quando nei ventordicimila ritratti e quadri celebrativi suoi lo vediamo con l’indumento che gli arriva quasi ai piedi.
Manco a farlo apposta, una volta finita la visita Marie-Noëlle ci racconta che suo fratello lavora per l’AGIP e adesso vive in Italia per qualche tempo, e appena arrivato a Ravenna ha mangiato un risottò e degli spaghettì. Mi sono morso la lingua, stavo per uscirmene con un “Che sè bon, tartufon!”.

 

Finita la visita riprendiamo il giro per la parte pubblica del castello, includendo il parco e i giardini. Mettiamoci d’accordo: nulla a che fare con il parco di Versailles, anche se è comunque un luogo incantevole. Troviamo sempre qualcosa di un po’ stonato nelle aiuole dei castelli, come se fossero poco ricche o non sufficientemente appariscenti: è pur vero che al confronto di quel tripudio di vegetazione del parterre di Versailles i giardini di Compiègne, di Chantilly o di Fontainebleau le fioriture sono sempre quella spanna indietro; è sempre e dovunque molto ben curato il verde pubblico, inteso anche come arredo urbano, o così abbiamo notato in tutti i posti dove siamo andati: aiuole curatissime, vasi di fiori ovunque, composizioni creative di fiori e colori da fare invidia ai quadri impressionisti.

 

All’esterno del Gros Pavillon, sotto l’occhio non esattamente amabile di uno dei grandi cani di Fo dell’imperatrice Eugenia, ho il tempo di osservare che nel laghetto le carpe sono grandi come cavalli, ne abbiamo fotografata una che pareva uscita da un episodio del cartone Sampei! Oddio, ho notato anche il ragazzo del carretto dei gelati: tanto caruccio, ma tanto… solo che col cavolo che ti mollo sei svanziche per un cono con due palline di gelato grosse come una ciliegia! Altra singolarità: la vita sembra lussureggiare ovunque in questa regione della Francia: a Chantilly anni fa avevamo avuto un incontro ravvicinato con le vespe, ma anche qui a Fontainebleau è pieno, volitano ovunque e in quantità semi-industriale, tanto che su alcuni tavolini del bar, pardon: del punto di ristoro, troneggiano allegri degli strafanti di plastica con dei fori: hanno ripescato l’antica idea della moscarola per cercare di arginare un po’ il problema

Rientrando a Parigi passiamo da Montmartre perché la J. doveva andare in cerca di una pezza di tessuto per farsi un vestito: tra le altre cose ha l’hobby di confezionare abiti d’epoca. Visitiamo un paio di negozietti dove lei s’è già servita in passato, e confesso che se solo avessi saputo che farmene mi sarei portato a casa mezza bottega. Già stavo mentalmente rifacendo le tende, il divano, i copriletto… è che questo sghiribizzo mi viene ogni volta che vedo una pezza di tessuto simpatica, e fosse per me casa mia diventerebbe un bazaar.

Terminiamo la serata mangiando in una brasserie in zona, Le Panorama. Obnubilato dall’arredamento che pare essere uscito da un’indigestione anni ’80, tutto gessi finti e pelle rossa e nera capitoné, mi risollevo godendomi il mio ottimo cus-cus vegetariano, non pago provoco lo stupore del padrone ordinandoci assieme delle patate fritte (non avendo idea della quantità della porzione del cus-cus). “Comment, des frites avec le cous-cous?” Amore santo, io sono quello che ordina la coppa amaretto col gelato al mandarino, che vuoi che sia per me? Semmai presta attenzione alla signiorina ingleisa del tavolo vicino, la cui minigonna è più filiforme della mia cintura e le sue gambe da urlo ti dovrebbero distrarre, oltre al fatto che ti lascia sul piatto mezza porzione di profiterole!

Anzi, io sto ancora cercando di capire perché da tre giorni vedo girare a Versailles una cinquecento, sempre la stessa; forse il padrone abita accanto al nostro hotel. Come so che è sempre quella? Perché è color Big Babol! Dovevo venire in ferie all’altro capo del mondo per vedere una roba simile!

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