Le incertezze del rimorchio

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Essere single è spesso un casino, ma alle volte essere fidanzati è anche peggio.

Anni fa, quand’ero più giovane, sguaiato ed avevo anche molti più capelli, lasciai l’ex dopo quasi cinque anni di relazione e quattro di convivenza perché l’alternativa era trasformarci in una sorta di replica di George & Mildred, di Sandra & Raimondo o di Stanlio & Ollio armati di parrucca, bigodini e mocio. La separazione non fu semplice, ma immagino che nessuna -o quasi- lo sia; ognuno ha i propri metodi per non pensare al dolore, per distrarsi.

Io, per me, ne ho uno solo: trombo come una manticora!

Nell’interregno tra la storia vecchia e quella nuova (che peraltro deriva dal quinto di cinque flirt contemporanei, e lo sa benissimo) toccai delle punte di virtuosismo alla Paganini, nel mio piccolo: il mio record è di quattro rimorchi diversi in ventiquattrore. Dopo mi ci vollero tre giorni per ripigliarmi, anche perché avevo tutta l’attrezzatura necessaria che pareva fosse stata grigliata al barbecue di Sue Ellen Ewing ma nonostante l’aspetto poco appetibile, a metà tra una salama da sugo stracotta e una carruba, il mio piccolo amico Eusebio era felice come un pisello nel baccello.

Un giorno mi capitò di rimorchiare una preda interessante sulla trentina abbondante, non esattamente bella ma piacevole: certo, di bruttezza non si può parlare, ma le persone per le quali camminare carponi sui vetri rotti sono tutta un’altra cosa. Di cultura discreta, infilava anche tutti i suoi bravi congiuntivi corretti, leggeva, s’interessava di cinema (cosa che spesso mi affascina perché i miei gusti in fatto di pellicole sono molto terra terra). Ci incontriamo un giorno, giusto per una ricognizione: a meno di non essere in posti dedicati, con la macelleria in esposizione ed essere lì più o meno per un wurstel del McDonald, è sempre meglio evitare di trombare così, tanto per gradire: hai visto mai che quello che tu pensavi essere un distinto esattore delle tasse ti riveli un’arpia famelica che ulula implorante di aver bisogno di tutti e dieci i centimetri? Mi va bene il pecoreccio, ma ci sono dei limiti a tutto, che diamine! Nel frattempo io ci tenevo a sottolineare a ogni occasione che avevo defenestrato l’ex da due mesi, e non volevo sentire parlare di storie nuove, di relazioni e di matrimonio. Ben chiaro fin dall’inizio: se succede qualche cosa è solo che si tromba come cercopitechi, e basta.

Dopo la prima trattativa a base di caffè e torta della nonna in un bar del centro (mai, e dico mai con tre punti esclamativi portare il rimorchio a casa immediatamente, al massimo trombi in auto nel parcheggio sotto casa sua)… dopo la torta, dicevo, c’incontrammo la settimana seguente per pranzo, e poi il sabato sera per cena assieme a dei miei amici (non troppo spesso soli subito, giusto per evitare che si montino la testa). Il sabato notte dormì da me, anche se la parola dormire appare quanto mai un azzardo. Rincasando dalla cena con gli amici io ero tranquillo, vagamente sonnacchioso, anche se ben disposto; del resto, ci stavamo rintanando a casa mia non certo per giocare a rubamazzo: non l’avessi mai fatto! Maledetti i miei ferormoni, ma soprattutto maledetta la solitudine.

Dopo essere stato praticamente teleportato fuori dai vestiti, mi ritrovai ad aver davanti una creatura scappata da un film di Dario Argento che inscenava numeri circensi che avrebbero fatto arrossire la compianta Moana Pozzi, e che probabilmente aveva imparato mandando a memoria diverse pellicole del settore. No, no fermi lì che vi vedo, voi birichini davanti allo schermo: non erano numeri acrobatici o corroborati da cani, cavalli e schiavi nubiani, flabelli di piume di struzzo e fruste fatte con code di cammello; anzi, dal punto di vista fisico era una cosa prettamente ordinaria, alla stregua della famigerata casalinga di Voghera: sembrava di trombare un’azdora emiliana mentre tira la sfoglia. Il brutto è che non taceva mai. Assolutamente mai!

La Beata Moana, amica mia perduta, non avrebbe mai fatto uscire matto uno dei suoi colleghi continuando a ripetere frasette sdolcinatamente volgari come “che bello”, “che grosso”, “che tanto”, “dammelo tutto”, “fammelo arrivare alle orecchie”, e oltretutto inframezzandole con un “ma non potremmo metterci assieme tu e io?”. Questa cosa mi stava uccidendo, mentre la mia libido era morta da un pezzo; il tragico è che a causa della sollecitazione puramente meccanica cui era sottoposto, il mio piccolo amico Eusebio continuava a cercare di fare il suo dovere, ma la mia mente se n’era andata e quindi non saremmo mai, Eusebio ed io, arrivati a portare a termine la sua funzione primaria, e nemmeno la secondaria, data la situazione. Tuttavia, dati i presupposti, la mia scomodissima preda non aveva capito nulla, forsennatamente continuava a fare chupa-dance nella convinzione che io fossi chissà quale incrocio tra un Black&Decker e Porky Pig, mentre io ero più un’Orietta Berti che ripassava mentalmente la lista della spesa per il giorno dopo e nello stesso tempo notava le ragnatele nell’angolo del soffitto proprio sopra l’armadio. Nel finale del terzo atto, mentre mi chiedeva per l’ennesima volta se ci saremmo potuti mettere assieme, e nello stesso tempo esordiva con la terribilissima richiesta della totalità centimetri ho iniziato a scorrere mentalmente la mia agenda telefonica, pensando a quale dei miei amici avrei potuto telefonare alle tre del mattino perché venisse a soffocare cotanta favella con un paio di spanne di sturalavandini.

La morale di tutto ciò? Trombate pure gli sconosciuti, ma ricordatevi che una persona non è in grado di mentire solo sul letto di morte, e sul talamo.

E non sarei neanche tanto sicuro del letto di morte.

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Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

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