Capitolo sesto: J’irais voire mes bons amis de Compiègne…

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… come disse Giovanna d’Arco prima di finire allo spiedo! Complimenti per l’oculatezza con la quale sapevi sceglierti gli amici, Giovi. Davvero.

Oggi tocca a Compiègne, sperando che dall’ultima volta abbiano finito di risistemare il museo del Secondo Impero, e di riuscire a vedere qualche cosa legata alla solita Maria Antonietta.

Il tragitto per raggiungere la Gare du Nord non è esattamente agevole, grazie anche al fatto che ogni volta che siamo stati a Parigi il tratto della RER è chiuso per lavori tra la Gare d’Austerlitz e gli Invalides, e giustamente in agosto; in realtà ci sarebbe la possibilità di partire dalla stazione Versailles Rive Droite con i treni della SNCF e arrivare alla Gare Saint-Lazare, ma per pura pigrizia ci siamo affidati alla nostra solita RER C e a Versailles Rive Gauche, e siccome viaggiamo in treno e quindi panta rei -tutto scorre-, scorre anche il costo del biglietto del treno: 15 euro contro i 13€40 di quattro anni fa.

Meno male che il castello è a due passi dalla stazione, perché la mia servetta interiore ringrazia di non dover fare anche il biglietto per un autobus oltre a quello di treno e palazzo, che per essere da meno degli altri della RMN (Réunion des musées nationaux) conta tre musei, fra l’altro: Museé du Chateau, Musée du Second Empire e -in abbinata- il museo dedicato all’Imperatrice Eugenia, e il Musée de la Voiture, con la sua collezione di veicoli ippomobili, ma anche il vagone ferroviario dell’imperatrice Eugenia e Napoleone III (no, Eugenia non era grossa come un vagone, per quanto non fosse esattamente esile).

C’è sempre il solito problema: non tutto il castello è visitabile negli stessi orari, per la mancanza cronica di personale. Ergo, dobbiamo scegliere: lasciamo da parte la vista al museo della vettura perché è alle 18.30, e noi alla sera vorremmo e dovremmo essere già a Versailles per lo spettacolo delle Grandes Eaux. Le stanze della Maria, manco a dirlo, sarebbero state aperte solo due giorni dopo. Ergo, giù di museo del Secondo Impero, che l’altra volta era in restauro: scopriremo che le stanze dedicate a Eugenia sono chiuse, forse per bilanciare, forse per sfiga, forse perché uno non può avere tutto nella vita.

Ergo.

NdMauro: se qualcuno se lo chiedesse, sì: ergo è una parola che mi diverte.

L’imperatrice Eugenia, Éugenie de Montijo, nata María Eugenia Ignacia Augustine de Palafox-Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick, detta in gioventù contessa de Teba, in arte madame Napoleon III: se a Versailles la presenza di Luigi XIV è soverchiante, se a Fontainebleau Napoleone I ammorba l’aria, a Compiègne è lei che pervade ogni angolo del palazzo. Luigi Napoleone amava il castello, e durante il Secondo Impero divenne qualche cosa di simile a quello che era Marly per Luigi XIV, anche se non sulla stessa scala e non con le stesse identiche finalità.

La meccanica era molto semplice: il Gran Ciambellano sottometteva ad Eugenia e Napoleone una lista di seicento nomi che erano ridotti dapprima a trecento, poi a cento: costoro ricevevano un invito ufficiale di una settimana per quella che si chiamava “una serie”, o “un Compiègne”; un treno speciale li avrebbe portati a destinazione, e dopo un rapido (rapido quanto può esserlo in occasioni simili, anche se pretese come informali) cerimoniale di presentazione alla coppia imperiale che aveva luogo nel Salon des Aides des Camps tutti erano liberi di fare i pazzerelloni per sette giorni, di sedere o meno a tavola con i sovrani, alla quale potevano occupare il posto che gli pareva, salvo i quattro invitati designati per sedere alla destra e alla sinistra di Napoleone da un lato e di Eugenia dall’altro della tavola.

Viollet-le-Duc era quasi sempre nel novero degli invitati, così come Prosper Merimée che era amico dell’imperatrice fin da quando era una ragazzina; altri nomi del mondo delle arti spaziavano da Dumas figlio a Sainte-Beuve, da Delacroix a Isabey a Winterhalter, e chi più ne ha più ne metta. L’etichetta era ridotta al minimo, calcata su quella che Napoleone aveva sperimentato nei castelli inglesi, e per essere precisi ampiamente sotto il minimo sindacale previsto dall’etichetta come la si intendeva in Francia. Eugenia era incantata dalla libertà della quale poteva godere in queste occasioni. Gli invitati era sempre tanto onorati, tanto onorevoli, tanto felici… e morti di freddo se andava bene perché nonostante i camini e i condotti di aria calda per il riscaldamento Compiègne d’inverno era una ghiacciaia.

Poiché la visita guidata al Museo del Secondo Impero è alle 14:30 andiamo a fare due passi per il parco, trovando il tempo per sbocconcellare qualcosa seduti su una panchina sotto un berceau di bignonia, dopodiché ci spingiamo in giro per la città (la cosa originale è che se tu fai il biglietto puoi entrare e uscire a tuo piacere per andare a pranzo nei dintorni mentre aspetti di fare il resto delle visite), nei pressi del palazzo incrociamo tre volte di fila tra andirivieni vari la stessa coppia di ragazzi che portavano a spasso il cagnetto: uno longilineo e con un passo danzante, l’altro un po’ più tarchiatello e pelosetto, il cagnetto un bastardino simpatico. Io pensavo che se li avessi incontrati la quarta li avrei invitati a cena, oramai era come se fossimo stati inquilini dello stesso condominio. Rimane il fatto che è singolare come certi luoghi e/o persone attirino la popolazione omosessuale come i fiori attirano le api: l’Ikea, i castelli reali, le dive morte…

Verso le due Alessandro si ricorda di aver visto un negozio di fotografia, e ci entra a passo di carica per comperarsi un obiettivo con lo stabilizzatore per la reflex: al mattino siamo riusciti a fotografare un quadro che ritrae Luigi XVI con l’abito della consacrazione solo per la gentilezza di una guardia che lo ha lasciato fare a patto che non riprendesse le sculture che facevano parte dell’esposizione temporanea, ma la foto è venuta molto mossa. Eh, uno non si può permettere di scattare fotografie mosse quando ne scatta una media di quattrocento al giorno. Dettaglio: tutto a Compiègne è fotografabile, senza flash, esclusi gli oggetti che fanno parte delle esposizioni temporanee… le quali sono allestite nei saloni del primo piano, la sala da pranzo e quelli vicini, invece che essere messe fuori dai piedi: un po’ come a Versailles, dove ingombrano la Galerie des Glaces e stanze interessanti quando potrebbero essere ospitate dalla Grande o dalla Petite Écurie che sono chiusa quasi sempre. So che sono un po’ troppo di parte, ma già in alcuni luoghi c’è una ressa tale che se uno dovesse svenire non riuscirebbe a toccar terra cadendo, mettiamoci dentro anche un pupazzo manga di uno scultore giapponese o un cagnetto fatto con i palloncini fabbricato dall’ex marito di Ilona Staller… e poi ci si lamenta che la ressa danneggia le strutture? Complimenti per l’intuito!

Rientriamo e andiamo incontro alla nostra guida, una signora circa della mia età, che parla mezzo ridendo e mezzo ululando (“… Naaaapoleeeoooon Troooi…”) ; quando non guaisce mangia le parole, facciamo fatica a seguirla. È una donna strana, ci fa impiegare almeno un’ora per vedere cinque stanze di numero e per raccontarci pettegolezzi sul genere “ciarpame Novella 2000” detti a voce relativamente bassa e ridendo con un gorgoglìo che le oltrepassa con facilità la chiostra dei denti. Se non mi avessero raccontato tutta la fiaba delle serie di Compiègne quando siamo stati a Fontainebleau mi sarei dovuto accontentare di guardare i quadri, e io di pittura non capisco una cippa: Madame Uh Uh mi ha fatto rimpiangere anche Tata Lucia, per non parlare di Marie Noëlle.

Prendiamo di corsa il treno per tornare a Versailles, la sera ci aspettano le Grandes Eaux Nocturnes, e per quanto dal mio punto di vista non sia il genere di intrattenimento assolutamente imperdibile… perché rinunciarvi se una volta tanto siamo in loco? Ho già detto che odio la calca, e che certi posti purtroppo ne sono pieni: se solo potessi gironzolare quando sono chiusi sarei felice, ma la visita di lunedì alla Reggia costa come un paio di tette nuove con annessa befanoplastica, e per giunta non prevede tutta la paraphernalia delle fontane funzionanti. Un altro punto a favore sarebbe quello di potersi risparmiare l’aroma di ascella estrusca che alligna ovunque, pare che il Rexona non sia più di moda.

Usciamo dall’albergo con la J., che era rimasta a Versailles perché nei giorni precedenti l’avevamo spompata, e mangiamo di corsa in una brasserie vicino a palazzo, Le Neptune: non particolarmente di rilievo e caro rabbioso, non si sa poi perché visto che la crêperie dove andiamo di frequente è più vicina ancora al castello ed ha dei costi molto più umani.

Durante la serata incontriamo nel parco alcuni membri del gruppo di Alice, il tour “La Parigi di Maria Antonietta”, che avevamo già visto in occasione della visita al museo Jacquemart-André. Le fontane viste con la loro brava acqua che scorre sono qualche cosa di molto più appagante di quanto non possano essere senza, nonostante la bellezza e a complessità di molto dei gruppi scultorei che possono adornarle e costituirle, penso per esempio al Bassin de Apollon oppure all’Encelade, o alla France Triomphante, nel Bousquet de l’Arc-de-Triomphe. Mi sono piaciuti molto anche i giochi d’acqua allestiti nel Bassin du Miroir, per quanto siano storicamente sballati: all’epoca dei vari Luigi erano già messi male per fare arrivare l’acqua alle fontane, figurarsi se potevano far ballare e mulinare i getti d’acqua come potrebbe fare un organista che riesce a trarre armonie con mani e piedi da diverse tastiere: il brutto è che la gente vede cose simili, e immagina che all’epoca fosse una cosa del tutto normale. Parlando di getti: rimane un mistero il perché metà di quelli del Bassin du Dragon siano sempre spenti.

Finito lo spettacolo pirotecnico ci siamo avviati con molta calma verso l’uscita, onde evitare di farci calpestare dalla fiumana di turisti. Avanzando a passo leggero, chiacchierando al volo con qualcuno della security che ci spingeva amabilmente verso l’uscita come le pecorelle vengono incalzate dal cane pastore, è passata una mezzora controllata all’orologio tra quando ci siamo mossi dal Parterre d’Eau a quando abbiamo varcato la cancellata. Quanto sarà? Duecento, duecenticinquanta metri in linea d’aria.

Tra le alte cose abbiamo scoperto una chicca: il punto preciso dove i valletti vuotavano i pitali. In fondo ad un viale lungo il quale Luigi XIV amava passeggiare e che ha dato anche il nome ad un romanzo, sorta di autobiografia menzognera della Vecchia Mona, da quale è stata tratta una miniserie: l’Allée du Roi. E sulle note di “Grand Dieux sauvez le Roi”, che la Vecchia Mona fece comporre a Lulli per festeggiare la guarigione di Luigi dopo l’operazione di fistola anale, buon pitale a tutti!

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