Diario di Viaggio, capitolo settimo: Conigli! Pavoni! Nonna Papera dov’è?

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D’accordo, Hameau de Trianon = coniglietti, ma qui mi arrivano attorno animali da cortile a tradimento.
La giornata è uggiosa, e le probabilità di pioggia giocano naturalmente a nostro svantaggio. Noi che cosa possiamo avere in programma, un bel museo che ci occupi l’intera giornata come il Louvre? Ma manco morti: ci accodiamo al gruppo del tour “La Parigi di Maria Antonietta” per andare a vedere la Bagatelle, stante che l’altra volta non c’eravamo riusciti. Dite voi: che paraculi, vi accodate quando potete. Dico io: provate voi a prenotare la visita a Bagatelle e poi ne riparliamo, ammesso che abbiate la pazienza di aspettare la fine dello scambio di mail con chi di dovere: se mandassero un valet de pied a portare le risposte farebbero prima, e anche meglio; sarebbe anche più chic, in un mondo così grigio e privo di eleganza. Sia noi sia Alice, intanto, stiamo aspettando da mesi un abbozzo di risposta da Versailles per la richiesta che avevamo fatto quest’inverno (pigliandola con immane anticipo) per poter visitare il padiglione di musica della Du Barry a Louvenciennes.

Nel tragitto tra Versailles e il Bois de Boulogne pensiamo bene di fermarci a vedere gli Invalides, tanto per impegnare un paio di ore vuote. No, non è un pellegrinaggio napoleonico: è la pura e semplice curiosità di scoprire una struttura che non avevamo mai visto assieme, e che io avevo visto di sfuggita nel ’92 e della quale mi rimane un vago ricordo solo del tozzo sarcofago di Napoleone. Personalmente non mi importa nulla del Musée de l’Armée, tutto ciò che ha a che fare con la guerra (tranne forse il lato estetico di alcune uniformi che vedo più rientrare nel dominio dell’operetta e del romanzo che della battaglia sul campo) mi repelle. ‘Ussa via, brutta bertuccia! È quantomeno insolito -o forse è una specie di catarsi- per uno il cui padre militò nella Folgore ai tempi di El Alamein e nella Legione Straniera a Dien Bien Phu, ma tant’è.

L’Hôtel des Invalides nasce da un desiderio del Re Sole, peraltro già manifestato sia da suo nonno Enrico IV sia da quella specie di cugino-prozio etc. che era Enrico III, di dare un alloggio o un ricovero a dei soldati che si fossero poi trovati in stato di necessità avendo dato il sangue (e magari anche dei pezzi del proprio corpo) per la Francia. Non fu un’impresa da poco, occorse una buona trentina d’anni perché lo consegnassero finito al Gigio; Gigio che pensò opportuno volere anche una enorme cappella reale proprio in mezzo, pertanto appena finita la facciata anteriore fu subito demolita per fare spazio al panettone del duomo, il quale al giorno d’oggi splende in tutta la maestosità delle sue dorature parigine, e forse lo faceva anche allora. Non so, tutta sta profusione d’oro sui tetti e dintorni da un lato mi sembra uno schiaffo morale, dall’altra attira la mia indole da gazza ladra; in ogni caso a Parigi ma anche in giro per il resto della Francia (a Fontainebleau di certo) dorano qualsiasi cosa sia appena un filo statica sulla linea del paesaggio: nemmeno il ponte Alexandre III è scappato alla colata di Ferrero Rocher. Mancava solo Ambrogio, a pensarci bene. Anyway, mentre i miei due compagni di cazzeggio, Alessandro e la J., girano per il porticato degli Invalides fino a scoprire che la baracca apre alle dieci e che non avremo mai il tempo di arrivare puntuali all’appuntamento per la Bagatelle se avessimo perso tre quarti d’ora ad aspettare di entrare lì, più la visita… che fanno per consolarsi? Foto, of course. Io, forte del fatto di aver osservato da vicino alcuni cannoni, appoggiati alla parete e privi degli affusti, recanti incise le armi del duca di Penthiévre -fra le altre cose ultimo Grande Ammiraglio di Francia– e che giustamente avevano le maniglie fatte a forma di pesce, e di essermi chiesto se quei cannoni venissero da una nave mi sono bello che distratto: ero preso dal guardare due coniglietti che passeggiavano nelle aiuole antistanti l’hôtel. Non mi chiedete che cosa facessero lì, so solo che erano tanto bellini e me li sarei portati via.

Come ci si può immaginare una nuvola indecisa ci accompagna fino alla fermata della linea 1 Pont de Neuilly dove avevamo appuntamento con Alice e il suo gruppo; da lì pochi minuti di autobus verso il Bois de Boulogne, e circa trecento metri dopo esserci messi in cammino per fare l’ultimo tratto a piedi per raggiungere il castello la nostra amica nuvola esce dalla sua indecisione, e non contenta di sgocciolare si porta appresso anche tutta la famiglia, gocciolon goccioloni. Pranzo al sacco veloce, la nostra visita iniziava alle 13 (almeno mi pare di ricordare, so che abbiamo mangiato un panino di corsa; benedetto il mio zaino alla Mary Poppins, è l’invicta che usavo negli anni ’90 quando andavo all’università, ed è stato in grado di ospitare perfino un’anguria da 18 kg una volta). Pranzo umidiccio, pioveva, e quel gran pirla del Conte d’Artois non è stato nemmeno in grado di commissionare al suo architetto un portico, una pensilina, una tensostruttura, un tucul dove gli sfigati dei tempi futuri potessero attendere all’asciutto di poter vedere casa sua. L’ho sempre detto io che Carletto era un ebete: all’epoca era un cretino di vent’anni pieno di soldi da fare schifo ai maiali, ma sempre cretino restava e infatti la sua inusitata intelligenza ha causato la morte totale della monarchia.

Quello che vediamo della vecchia Folie d’Artois dall’esterno è grazioso ma non mi è parso eccezionale, è al pari di molti altri bei palazzi parigini. È l’interno a colpire, ho visto pochi esempi di decori così belli e raffinati, anche se purtroppo non è possibile accedere al primo piano per vedere tutto, e la cosa mi secca anziché no: dalle indagini che ho fatto so che la stanza da letto di Carletto è decorata come se fosse una tenda militare, in omaggio al fatto che era investito della carica di colonnello-generale degli Svizzeri e Grigioni (carica appartenuta a personaggi come il duca di Lauzun, favorito di Luigi XIV, o anche al ministro Choiseul); nota a margine: la guida ci disse che nelle decorazioni dell’interno erano presenti dei cannoni e motivi militari perché Artois era Gran Maestro dell’Artiglieria: non credo proprio. Primo, nessun Figlio di Francia ha mai ricoperto quella carica, o qualsiasi altro Grande Ufficio della Corona (Principi del Sangue si, ma Figli di Francia no). Secondo, e altrettanto importante: Luigi XV soppresse l’ufficio di Gran Maestro dell’Artiglieria alla dimissione dell’ultimo titolare, suo cugino illegittimo Louis-Charles de Bourbon, conte d’Eu (figlio minore del fetentisismo duca du Maine, a sua volta figlio bastardo di Luigi XIV e di madame de Montespan) nel 1755, ventidue anni prima che la Maria sfidasse Carletto a costruire un castello in tre mesi, e due anni prima della nascita dello stesso Artois.

Nella sala da pranzo mi è rimasto impresso il bacile di bronzo fissato al muro nel quale due rubinetti in forma di delfini facevano scorrere l’acqua, e il salone detto “all’italiana” -che sarebbe poi la sala da musica- ha un mobilio sorprendente che comprende un pianoforte (o via di lì, non ricordo bene ma potrebbe anche essere un clavicembalo: ha la tastiera, e tanto basta) ed un’arpa, oltre a delle decorazioni murali molto eleganti, fatte di boiseries e stucchi con geni alati, medaglioni, dorature a foglia. Nella sala da gioco il mobilio è forse un po’ meno charmant, ma si nota la presenza di alcune sedie dette voyeuse: perché una sedia si chiama “guardona”? Perché uno ci si accomoda per guardare (spiare, gufare) gli altri che giocano; ce ne sono di due tipi, queste erano voyeuses da uomo, che permettono di sedersi a cavalcioni e appoggiar le braccia sullo schienale imbottito. La versione femminile è fatta in modo che la dama si potesse sistemare in ginocchio sulla seduta, che è volutamente più bassa del normale (sfido chiunque a sedersi a gambe larghe con un panier addosso senza ammazzare qualcuno e mostrare anche l’ugola nel frattempo). Marie Noëlle ci raccontò che quando fu fatto un inventario del mobilio a Fontainebleau rimasero stupiti di quanto pie fossero le dame dell’imperatrice, visto l’esorbitante numero di inginocchiatoi presenti al castello… solo dopo capirono che erano delle voyeuses da donna, e che le dame della Pina non erano poi così baciabanchi.

Ho dimenticato un dettaglio: la nostra guida era un distinto signore che ci ha detto subito di non essere un architetto o comunque di non avere le conoscenze necessarie per spiegarci nel minimo dettaglio che cosa stavamo vedendo se non perché lo aveva studiato appositamente; il suo campo è tutt’altro, lui è uno storico dei giardini. E i giardini della Bagatelle sono meravigliosi. Il roseto è da concorso, il giardino anglo-cinese è mille volte meglio di quelli di Chantilly e Fontainebleau, conserva ancora dei pezzi interessanti come un piccolo padiglione interamente dipinto con motivi di uccelli; poi le cascate, l’infinta varietà di piante, i laghetti… credo che sarei anche potuto restare lì se non fosse che la tempesta si avvicinava. Ci sarei rimasto anche se c’erano tanti, troppi pavoni: non ho nulla contro i pavoni, mi piacciono molto nonostante non li terrei mai in cortile se solo ne avessi uno, sono animali con un caratteraccio, tendenzialmente violenti e distruttivi. No, dico… mi piacciono così tanto che ho dei fasci di piume di pavone passati in decusse dietro lo specchio del bagno. A Bagatelle ho però scoperto che cagano come ippopotami, dovevamo fare lo slalom camminando per evitare di pestare una delle loro cacche che sono grosse come luganeghe. Non so, sarà una specie di tassa da pagare per avere delle belle piume di tanto in tanto, ma ragazzi miei… altro che i cavalli delle vetture di piazza a Roma che girano col sacco nero appeso sotto la coda!

Siamo quasi scappati, vuoi perché avevamo altri impegni, vuoi perché le nuvolette della mattina si erano trasformate in nembi neri e minacciosi. Nel tragitto tra l’uscita del parco e la fermata del bus la pioggia è gradatamente cresciuta di intensità, ma era sopportabile fino allo scatafascio finale: gli ultimi duecento metri li abbiamo fatti sotto un’acqua tale che appena arrivati sotto la pensilina della fermata parevamo tutti caduti nella Senna, che fortunatamente non è straripata! Non appena ha fatto capolino la sagoma dell’autobus la pioggia è cessata, ma non avevamo dubbi al riguardo.

Consolazione momentanea, i miei compari hanno un obiettivo: un ritratto della Maria che nessuno vede mai o quasi perché nessuno sa dove trovarlo. Non è in un museo, ma in un albergo: il lussuosissimo Hotel Bristol, dove noi ci siamo presentati umidicci e sciamannati, e il personale ci guardava come se fossimo stati una cosa con la quale ognuno degli astanti si sarebbe vergognato di farsi trovare morto in un fosso. Le uniche Impeccabili erano le nostre donne: in virtù di un incantesimo di ampliamento nelle loro borse sono riuscite a fare entrare un cambio completo, tubino-ballerine-spazzola per capelli.

‘nzomma… entriamo, radiografati da tutti, compresa la ragazzina zarra che girava coi fuseaux anni ’80 e una cofana da far spavento a Moira Orfei, e ci fanno accomodare in una parte un po’ defilata della sala: probabilmente puzzavano di cane bagnato, ma non lo so. Ordiniamo del tè, e doveva venire a piedi da solo dalla Cina perché una tazza di tè o tisana valeva la b, ellezza di 12 euro, mentre una di cioccolata 15. Abbiamo preso anche dei macaron targati Ladurée, sacrificando alla moda del momento e alla mania lanciata da un film fatto come una spumiglia (quello della Coppola, tanta massa e poca sostanza): graziosi, colorati, non immangiabili ma con un sapore da figli illegittimi del poliuretano espanso: quelli della pasticceria dove facevamo colazione la mattina a Versailles (chez Darras) erano molto meglio, più corposi e nel sapore si sentivano le mandorle oltre al gusto della ganache. Madame la Panettònne ha fatto strike!

La storia di quel quadro è un po’ nebulosa: è un ritratto di Drouais, ma non è originale; si sa che è una copia fatta nel 1781, forse dalla bottega dell’artista, per un tale Monsignor du Chilleau, vescovo di Châlons. Non servono indagini minuziose, la cornice del quadro ha un cartiglio con tutta la fiaba. Sembra che l’originale sia andato perduto, per cui chi volesse vedersi questo ritratto della Maria deve per forza venire qui.

La vera consolazione della giornata? La razzia immancabile dei bouqinistes, abbiamo pescato bene anche questa volta, spaziando da un paio di libri anni ’70 su Luigi XIV io e qualche cosetta ottocentesca Ale, il tutto pagato un caffè e mezzo e senza spese di spedizione o timori che la posta possa smarrire i pacchi.

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  1. Mauro mi fai morire…trovi sempre modi divertenti ed arguti per raccontare le tue, in questo caso posso dire orgogliosamente le “nostre”, avventure parigine.
    Anch’io sono rimasta molto colpita dagli interni della Bagatelle: mai avrei pensato di trovare tanti arredi e decori così ben tenuti. meravigliosi i giardini e indimenticabile Le Bristol…quel ritratto è un sogno! Peccato per l’uragano ma ne valeva la pena no? 😉
    Un bacione.
    Alice

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  2. Si, devo dire che mi sono davvero divertito. Peccato non avere avuto il tempo di spupazzare un po’ di più l’uomo guida, c’erano parecchie cose che gli avrei voluto chiedere riguardo al parco, e soprattutto sulle piante acquatiche dei laghetti.
    Ma tu hai recuperato il suo recapito, o mi sbaglio?

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