Diario di viaggio, capitolo ottavo: una pashmina è per sempre

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Il tempo passa, ed essendrado nella natura dell’esistenza che viviamo su questo piano l’esser caduca tutte le cose giungono ad un termine, prima o poi. Lunedì la J. deve rientrare in Italia, e la mattina la troviamo in camera sua intenta a sistemarsi la piega. Ora, io non me ne intendo, e del resto lei ha metri e metri di capelli in più di me (io, però, la batto con lo stuoino sulla panza: a ognuno il suo) ma… non so se sia una grande pensata usare la piastra mezzo minuto prima di doverla stivare in valigia. È stato meglio lasciarla troneggiante in cima al trolley lì, nella buia solitudine del vano bagagli dell’hotel, mentre noi si andava a zonzo. La cosa che ci ha destato qualche sorpresa è stato il concierge: di solito le chiedeva “Vous partez?” ogni volta che la vedeva uscire con noi, e il giorno che gli si presenta al bancone caracollando in cima a una valigia guidata da una piastra a mo’ di cornak la guarda con l’aria di quello che è appena caduto dalle nuvole.

Dato che l’altra volta il tempo era schifido e non riuscimmo a vedere Saint-Cloud, abbiamo deciso di provarci di nuovo, portandoci dietro il nostro codazzo di amiche. Sì, perché oggi traviamo anche Alice e una sua amica. Volendo rimanere in tema di comunicazioni meteo, non pioveva ma faceva un freddo becco: il classico froid cocu, insomma.

Appuntamento alla stazione della RER di Javel, per prendere la metropolitana a Javel – André Citroën. Colazione frugale in un pub (due brioscine, una spremuta d’arancia… tanto per arrivare alle dieci per fare colazione di nuovo). Bellino, Javel. Suona bene. Sembra il nome di un generale di Napoleone… maréchal Javel? No. Scordarselo. È solo un vecchio quartiere di Parigi dove fabbricavano due cose: varechina e automobili. Quando lo scopri perdi tutta la poesia in un colpo solo.

Direzione: Sévres, museo della ceramica, e parco di Saint-Cloud per fare gli archeologi da operetta, una specie di incrocio tra Alberto Angela e Stéphane Bern, per ficcanasare nelle atmosfere residue degli Orléans e della Maria. Poi, avendo tempo, si fa un saltino a trovare la Pina alla Malmaison. Sì, ce la possiamo fare, se non ci perdiamo di nuovo per strada. Tanto, la fermata di Pont de Sévres è a pochi passi dal museo, dobbiamo solo attraversare un ponte sulla Senna. Per sicurezza chiediamo informazioni ad un’autoctona che sta passeggiando col cane: “Si, è fascilissimm. Pràndete pàr di quà, òndate druà fino a quando arrivate ò gradèni sulla destra e sàndete”. E fu così che fantozzianamente percorsero due chilometri di sopraelevata a piedi, per fortuna in orario non consono a farli scambiare per un gruppo misto di peripatetiche, prima di finire di mandare in malora la sciura. Madame, la prossima volta continua a far pomiciare il cane con gi idranti invece di dare indicazioni a cazzo, merci. Meno male che Ale ha consultato google maps, o staremmo ancora girando in tondo.

Il Museo Nazionale della Ceramica è ospitato in un bell’edificio di inizio ‘800, ci si trovano collezioni che spaziano dal medio evo ai nostri giorni, con dei pezzi veramente interessanti che hanno solleticato molto il mio interesse di gazza ladra: vasi liberty, candelabri neoclassici, busti e ritratti. Ho sempre avuto un debole per tutto quello che è baraccone, più che barocco, e appariscente. La cosa non esclude che possa anche essere elegante, e ci sono determinate influenze dell’Art Nouveau che uniscono bene le due cose.

Il parco di Saint-Cloud è limitrofo al museo, ma essendo bello grande (460 ettari, mentre l’intera cittadina ne copre circa 756) è un po’ lunghetto girargli attorno per trovare l’ingresso giusto; e infatti noi giriamo, giriamo, giriamo e ad un certo punto ci ritroviamo attanagliati dalla fame e dallo scoramento. Siccome a panza piena si ragiona meglio cambiamo in fretta di obiettivo: alla ricerca del panetto perduto! Scopriamo una sorta di fast food (che già di suo come parola mi genera l’orticaria) di nome Subway. Varietà interessante di tipi di pane, di farciture (compresa la bistecca vegetariana, che immagino sia del tofu con verdure affettato e grigliato) e soprattutto di salse (ho copiato quella alla senape e miele e quella dolce alla cipolla), curiosa la modalità: ti fanno i panini a centimetri. Va beh, lo devo dire? Tra un boccone e l’altro abbiamo fatto tardi e c’è toccato saltare Saint-Cloud per non dover rinunciare alla Malmaison, abbiamo giusto il tempo di fermarci a scattare delle foto alla cascata dal ponte sulla Senna. Una volta tanto ci concediamo il lusso di viaggiare in superficie: da Sévres parte una linea di autobus che porta dritti alla Malmaison, e il biglietto è sempre il benemerito pass che ti fa girare dappertutto.

La Malmaison è sempre piacevole, poco conosciuta ma per questo la apprezzo ancora di più: non ci si troverà mai la calca e il casino che ci può essere a Versailles, posto che per quanto mi piaccia e lo ami non trovo né straordinariamente bello né vivibile né tantomeno di un buongusto esagerato: in effetti Luigi XIV non brillava esattamente per il buongusto… massiccio, imponente, stupefacente, borioso sì ma elegante e chic proprio no. Per me la raffinatezza del decoro a Versailles inizia a germogliare con l’epoca di m.me de Pompadour per poi maturare del tutto con il Luigi XVI, in sostanza quando passo da una stanza piena di marmi di colori diversi e quintali di putti e trofei dorati (finti, fra l’altro: nella grande galleria e dintorni il bronzo dorato sui muri è solo fino a dove si vede, ossia ad altezza d’occhio. Da lì in su è tutto volgare ottone economico)… passando dai trofei dorati, dicevo, alle boiseries policrome e poi bianche e dorate.

Lo stile dell’Impero non è che sia esattamente il massimo dell’eleganza, eh… ci sono certe cose che mi sono sempre parse un incrocio tra la ricerca delle radici in conto terzi degli Americani e quel qualcosa di parvenu, di vorrei ma non posso, che non è realmente chic anche se si ha anche fare con oggetti e manufatti di pregio e di valore.

Noto però una ricerca maggiore della comodità, per lo meno in quelle che sono le stanze private: la biblioteca della Malmaison è quasi intima, anche se abbastanza vasta e funestata da delle sedie in pelle scura e legno di acajou.
Anche la fissazione di Napo o chi per lui di allestire dei decori a tema militare non è che mi sia mai andata troppo a genio: passi un dettaglio o una stanza tanto per ricordare che lavoro fai, oppure per rendere omaggio la moda del periodo del Direttorio, come per esempio l’ingresso del castello è una struttura a forma di tenda militare, con tanto di lance che le fanno da sostegni. Però est modus in rebus, che diamine! Anche la stanza da letto di parata della Pina doveva essere travestita da tendone? Simpaticissima, femminile nonostante i pezzi di militaria, femminile in maniera quasi pesante con tutti quei cigni in giro… ecco, dormire in una camera completamente rosso cremisi potrebbe farmi venire degli incubi, ma dubito che la Pina dormisse lì.

I ricordi napoleonici si sprecano, ma è anche ovvio: però la Pina ci ha messo molto del suo, vivendoci a lungo, e ci sono i ritratti suoi e dei figli, Eugène e Hortense, che campeggiano. Alcuni piccoli dettagli, come il cedro del Libano che Napo piantò nel parco dopo la battaglia di Marengo, mi fanno pensare agli amori di quella stranissima coppia: Napoleone, nonostante tutte le sue frasche, mi ha sempre dato l’idea di essere stato innamorato della moglie per lo meno all’inizio, mentre non sono mai riuscito a capire se la Pina lo ricambiasse almeno un po’. Non so, mi pare che lei fosse più legata al suo ruolo di padrone della bottega che a lui come uomo; del resto, una che si faceva pagare da Fouché (Joseph Fouché , duca d’Otranto, ministro della polizia imperiale) per dargli dei dettagli sulla vita quotidiana e intima del marito non mi fa pensare molto troppo tanto bene della sua dirittura morale.

Il parco è in stile inglese, altro omaggio alla moda dell’epoca; la Pina non badò a spese e ingaggiò anche Thomas Blaikie, il paesaggista scozzese che si occupò anche del parco della Bagatelle.

Per restare in tema di similitudini, anche qui troviamo un roseto e ovviamente la Pina mosse mari e monti per riuscire ad ottenere quello che voleva: certo, quando sei la moglie di quello con tutti quei cannoni è tutto più facile. Nel 1810, ad esempio, la marina inglese e quella francese si trovarono a intavolare trattative diplomatiche perché uno dei rosai di Joséphine potesse arrivare dall’Inghilterra a casa sua passando attraverso il blocco navale. Mobilita perfino Redouté per fare i ritratti ai suoi fiori, e all’epoca della sua morte (della Pina, non di Redouté), si contavano circa 250 varietà di rose. Tacciamo sugli animali: canguri, zebre, struzzi, emù… sì, c’era anche suo marito ogni tanto!
Il cielo si rannuvola, ma non ci perdiamo d’animo: scopriamo perfino un giardiniere piacente che sta falciando l’erba, e chi siamo noi per negarli una generosa occhiata? L’occasione è buona per scattare foto (ma va’?), e per fare i matti (ah, ecco… mancava): abbiamo iniziato a giocare a Lady Hamilton. Che è, direte voi? Nulla di complicato: abbiamo preso una modella, Alice, in questo caso, e le abbiamo drappeggiato addosso delle sciarpe a mo’ di abito stile impero, avevamo anche bisogno di consolarci perché le collezioni degli abiti d’epoca sono state chiuse, ufficialmente per preservarle. Siamo stati obbligati a smetterla perché ha iniziato a piovere.

Ci siamo riparati nel padiglione di Osiris, costruzione poco lontano dall’ingresso del dominio. Sorpresa, ci sono degli oggetti interessanti anche lì. Piccole antichità egizie comprese. No, il nome di Osiris non deriva da quelle, né dalla Wandissima: è il soprannome del ricco ebreo marocchino maniaco di Napoleone che acquistò il dominio, lo risistemò, e poi lo regalò di nuovo allo stato lasciandoglielo in eredità.

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  1. Che bel post Mauro: sempre brillante e ricco di dettagli. E che ricordo meraviglioso: la visita alla Malmaison è stata davvero carina e la gag con la pashmina…indimenticabile! 😀
    Alice

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