Diario di viaggio, capitolo nono: Fantozzi e la crème fouettée

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Dai, su che il sole mangia le ore e dobbiamo correre anche oggi. Governo ladro, anche quest’anno mi servirà almeno un paio di settimana di turni in fabbrica per rimettermi dalle ferie: gente, ho quasi cinquant’anni… dovrei darmi una regolata, e invece no. Del resto non fumo (puzza, lo odio), non mi drogo (fa diventare scemi e non ne ho bisogno), non gioco (sono fortunato come i cani che la fanno in chiesa), non vado a donne (sono un tipetto morigerato), non faccio uso di prodotti di origine animale (per quanto possibile al giorno d’oggi senza diventare matti o nazivegan), lasciatemi almeno questo vizio. No: per essere onesti trinco, ma tolto che l’acqua fa marcire i pali, non mi risulta di aver mai avuto notizia di alluvioni o frane causate da cantine e botti di vino. Modestamente.

Meta del giorno: Chantilly, Musée Condé, che rivedo sempre con piacere; e giacché la Piccardia è una regione ospitale noi portiamo anche Alice e una nostra nuova amica. Usciamo dall’hotel di corsa, con quel solito ritardo fisiologico, e lungo la strada ci accorgiamo che la nostra pasticceria di fiducia è chiusa; abbiamo dovuto ripiegare su un più proletario e schifido McDonald, ma tutto sommato è stato un bene: la cacca traditrice del mattino ha bussato nel momento stesso in cui siamo stavo ordinando il mio muffin coi mirtilli, la sola cosa buona è che il Mc aveva appena aperto, e il bagno -dove peraltro pareva fosse esplosa una bomba da quant’è malconcio- era stato appena pulito.

Usciti in ritardo, accumuliamo ritardo, e quando arriviamo alla gare du Nord le ragazze hanno già fatto il biglietto; noi ci riusciamo per il rotto della cuffia, e siccome siamo bambini fortunati non funzionano le carte di credito per problemi delle linee telefoniche, ci tocca stare lì a fare ruma ruma nelle tasche per trovare le monetine. Per coronare l’inizio della giornata non trovo di meglio da fare che dimenticarmi gli occhiali da sole in treno, anche se penso che conoscendo il mio livello di attenzione è già un miracolo che mi siano durati un anno!
Il castello è un po’ lontano dalla stazione di Chantilly-Gouvieux, c’è da farsi una bella scarpinata (e noi abbiamo già fatto il numero di Cappuccetto Zozzo che si perde nel bosco l’ultima volta che siamo stati qui): decidiamo di darci al mezzo pubblico, magari un autobus o un taxi. Mentre stiamo ancora cercando di raccapezzarci per capire in quale via siamo di preciso per dare informazioni all’ipotetico autista sentiamo suonare un clacson, è Alice che ha fatto molto prima di noi a trovare un tassista libero. Fa accostare la vettura con il fare di una duchessa che dice allo chauffeur “Battista, soccorra quei poveri défavorisés”, noi saliamo e dopo dieci minuti e tre chilometri scarsi (per la modica cifra di dieci svanziche) arriviamo davanti al cancello di ingresso del museo. Guardiamo con occhio languido i baracchini dei gelatai, che data l’ora antelucana (le dieci meno un quarto) non hanno ancora aperto.

Prenotiamo la vista guidata agli appartamenti privati, e intanto girovaghiamo per il castello in attesa che scocchi l’ora X. Castello che è grossomodo finto, è stato ricostruito e risistemato in parte alla Restaurazione e in parte alla fine ‘800 poiché durante la Rivoluzione era stato svuotato e parzialmente demolito: Louis-Joseph, Principe di Condé al suo rientro dall’esilio nel 1815 fa restaurare la parte chiamata Piccolo Castello, o Capitaneria, mentre il suo pronipote, Henri d’Orléans Duca d’Aumale (figlio di Luigi Filippo, ed erede di Louis-Henri-Joseph -ultimo Principe di Condé- tramite la moglie di questi, Bathilde d’Orléans e sorella del nonno di Henri: il famigerato Philippe Égalité) fa ricostruire il Castello Grande dal 1871 per custodirvi le collezioni d’arte che aveva raccolto durante l’esilio, ma anche durante il periodo della Monarchia di Luglio vi aveva fatto fare dei lavori, come la galleria in legno collegata agli appartamenti privati.

So che è fasullo, o meglio che non è la costruzione originale, ma mi piace molto; è lontano dall’essere soffocante o ossessivo come la parte antica di Versailles, o vasto e dispersivo come le gallerie del Louvre. Ha delle dimensioni da castello, non è una bicocca eppure ha un’atmosfera raccolta e intima, nonostante la presenza di una folla di turisti, ivi comprese le sosia ucraine di zia Assunta e della Tata!

Al primo piano troviamo i Grandi Appartamenti, mentre quelli che visiteremo in seguito sono al pianterreno. Una singolarità è rappresentata da un ambiente, la Grande Singerie, chiamata così per le allegorie dipinte sulle boiseries che rappresentano delle cineserie ma i cui personaggi sono -ma và?!- delle scimmie; sono opera di Christophe Huet, che si dice abbia impiegato quindici anni per terminarla. I dipinti sono su tutte le pareti e sul soffitto, i pannelli sono bianchi con fregi in stucco dorati. Si tratta di una moda che ebbe inizio durante la Reggenza, ma curiosamente non sono rimasti molti esempi di questo tipo di decoro integri in Francia, e la cosa eccezionale è che qui a Chantilly ce ne siano due, l’altra singerie (più piccola) si trova negli appartamenti privati dei Duchi d’Aumale. Non manca la galleria celebrativa dei fatti d’arme del Gran Condé, uomo che io trovo antipaticissimo ma che è stato pur sempre uno dei più grandi geni militari della Francia; e per finire il giro troviamo la sala da musica, il cui restauro è stato terminato un paio di anni fa.

Nella galleria delle opere d’arte faccio una scoperta inattesa: un ritratto mezzo nascosto in un corridoietto laterale, una donna con un’enorme gorgiera di pizzo e un carico di perle addosso da far invidia al ritratto di Anna Maria Martinozzi (la nipote del Cardinale Mazarino che sposò il Armand de Bourbon-Condé, Principe de Conti): il cartiglio mi dice che si tratta di Elisabetta Stuart, la figlia di Giacomone I Stuart che sposò Federico V del Palatinato, in breve è la nonna paterna di Liselotte e quella che assieme ai diritti di successione al trono inglese portò probabilmente in dote a quella branca della famiglia dei Wittelsbach anche la malattia della quale pare soffrisse sua nonna Maria (Stuarda): la porfiria. Non è un dato assodato, ma di certo molto dei suoi discendenti hanno avuto dei problemi che vi potrebbero essere ricondotti. Non l’avevo mai vista, e sinceramente non trovo nel suo viso le tracce di questa bellezza leggendaria che dovrebbe aver fatto girare la testa a Federico V.

La fame fa capoccella perché camminare stanca. Colazione al sacco, perché il ristorante Vatel che si trova all’interno del castello costa una mezza chiappa a testa, tagliata vicina all’osso. Andiamo a prenderci delle patate fritte dalla signorina col baracchino fuori del castello, io ho la mia scorta di frutta e verdurine varie nello zaino, giusto per non ingozzarmi solo di fritturone sintetico. Però la gaufre con la chantilly non potevamo rifiutarla, io l’ho voluta con la mousse al cioccolato ma ho capito troppo tardi che è meglio mangiarla a velocità della luce: col calore della cialda la panna tende a squagliarsi, e se non te la slurpi di corsa ti scappa dal waffle a gambe levate (ammesso che sia lecito immaginare che la panne ne possa avere). Lo dico perché mi sono ritrovato la mano glassata di mousse al cioccolato in via di squaglio, in puro stile fantozziano; è stato in quei momenti che si è manifestato il tormentone della vacanza grazie ad Alice che citava la signorina Silvani: “Fantozzi… punti sul 27. Il numero dei miei anni”. Frase che di per sé non significa nulla, ma nessun tormentone ha senso preso a sé. E mi spiace demolirvi un dogma, ma ci sono rimasto un tantino male anch’io: Vatel e la chantilly non si sono mai conosciuti manco per sbaglio, quanto meno all’epoca di Vatel si usava la panna montata ma nessuno s’èra inventato di chiamarla così; inoltre, nella famosa festa che costò la vita a Vatel non troviamo menzione dell’uso della panna montata, né nel racconto fatto da m.me de Sévigné alla figlia né nella cronaca della Gazette, di suo molto particolareggiata.

La prima menzione di un qualche cosa che fosse “à la chantilly” è del 1750, ma è proprio in una festa data dal Louis-Joseph de Bourbon-Condé di cui sopra che ci viene data menzione di un dessert con la panna montata. Ce lo racconta nei suoi carinissimi mémoires Henriette de Waldner, baronessa d’Oberkirch, l’episodio reca la data del 1784: Vatel aveva anche già bello che fatto i vermi, ed erano morti pure quelli.

M.me d’Oberkirch ci descrive anche una delle casette dell’hameau di Chantilly, che al giorno d’oggi è rimasta tal quale:

“[…] La cena è stata servita all’Hameau, pittoresca riunione di costruzioni campestri nel giardino inglese. La più grande delle capanne è tappezzata all’interno di foglie e di verzura e l’esterno è circondato di tutto quello che può essere necessario a un buon lavoratore. È in questa chaumière, che ha una sola stanza in ovale, che si cenò a una decina di piccole tavole dai dieci ai dodici coperti ciascuna. Era comodo, allegro, senza cerimonie e perfettamente bene immaginato […]”

Torniamo al castello accomodandoci all’ingresso degli appartamenti privati aspettando la nostra guida. La quale guida arriva pimpante perché è un ragazzo giovane, sulla ventina, che di tanto in tanti incespica nelle frasi come se avesse una robusta ansia da prestazione. Rassicurati, nel gruppo non ti morde nessuno: solo noi siamo pericolosi ma siamo in vacanza, quindi non belligeranti. Marie Noëlle è lontana anni luce, Tata Lucia mille miglia, Madame Hu hu è solo dall’altra parte del cortile, ma tant’è… Suivez-moi ha studiato la parte, ma si sente: quando s’interrompe ha difficoltà a riprendere il filo del discorso, però ha un certo talento da guitto televisivo che salta fuori quando fa le mossette (gli mancava solo il saltino come Alberto Sordi ne “Il medico della Mutua” e “Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue”) o quando ci ha detto: “E per fare come Stéphane Bern: suivez-moi!”. Le stanze tengono fede al proprio nome, sono davvero a misura di famiglia e non di rappresentanza: dimensioni minori, più facili da riscaldare -nonostante a fine ‘800 non fosse più difficile come una volta-, decori meno suntuosi ma non per questo trascurati (il gusto è soggettivo), dotati perfino di stanze da bagno con comodità moderne come la “chaise à l’anglaise”, ossia il nonno del water con l’acqua corrente. Ne avevamo vista una anche a Fontainebleau, installata per Madame Adélaïde (la sorella di Luigi Filippo); Marie Noëlle ci faceva notare che lei avrebbe anche voluto un piccolo ascensore per collegarla al suo appartamento al piano sovrastante, ma che Pippogigio disse no da quel bottegaro che era: “Sorellina… ona… accia…, passi spendere per le stanze da parata ma non butto quattrini per farti fare la cacca!” più o meno. Una cosa che spicca su tutto è l’attaccamento per la famiglia del Duca d’Aumale, che era legatissimo alla moglie, sua cugina plurima Maria-Carolina di Borbone-Napoli, tanto che dopo essere rimasto vedovo fece tappezzare in viola il suo boudoir; ma Aumale era anche un bravo figliolo, e troviamo Pippigigi e Marie Amelie ovunque. Era anche un bravo papà che ebbe la sventura di vedere morire tutti i suoi figli uno dopo l’altro, e per questo legò per testamento tutto il dominio di Chantilly, collezioni comprese, all’Institut de France; d’altronde ipotizzava che l’eredità ricevuta dal prozio fosse maledetta e che la morte dei figli ne fosse una conseguenza. Durante la visita il nostro amico Suivez-moi accenna alle armi degli Orléans, che sono ovunque, del resto Aumale era il padrone di casa e una pioggia di monogrammi HO e di scudetti azzurri con tre gigli d’oro e uno strafanto d’argento non potevano certo mancare, ma aveva detto che quella cosa sopra i tre gigli era una corona disegnata al contrario che simboleggiava la caduta degli Orléans, sovrani rovesciati dal trono nel 1848. Ti dici che magari è una baggianata infilata lì, tanto perché non sapeva come andare avanti col discorso, ma poi quest’affermazione è saltata fuori di nuovo nella galleria in legno, detta la Loggia, che ci porta all’uscita sono dipinte le armi delle famiglie che possedettero il castello lungo i secoli con uno stile finto cinquecentesco voluto dal Duca d’Aumale. “Vi ricordate, vi ho detto che questo simbolo rappresenta la caduta degli Orléans”. Come no, stella… non t’investo come un trattore impazzito solo perché mi pare brutto farti fare una figura da chiodi davanti a tutti, ma se tu lavorassi per me ti avrei crocefisso in sala mensa, alla Fantozzi.
Lo strafanto di cui sopra è una pezza araldica chiamata lambello, e costituisce la più nobile delle brisure, dove brisura è il termine indicante che quell’elemento modifica le armi ereditate; così il lambello è di usato di frequente per indicare che quello che vediamo è lo stemma di una branca cadetta: per saperlo basta che Suivez-moi vada a sfogliare un qualsiasi manuale di araldica in vendita alla boutique del castello (oh, pardon… adesso va di moda dire bookshop). Tecnicamente le armi degli Orléans si blasonano: d’azzurro a tre gigli d’oro, al lambello d’argento o (più semplicemente) di Francia al lambello d’argento. Tanto per fare un esempio, Monsieur Gaston, il fratello di Luigi XIII, portava le stesse armi due secoli e mezzo circa prima della caduta di Pippogigio; lo troviamo anche sulle monete con la sua effigie: Gaston, così come sua figlia la Grande Mademoiselle dopo di lui, aveva il diritto di battere moneta poiché principe sovrano dei Dombes, terra entrata in famiglia grazie alla prima moglie, Marie de Bourbon-Montpensier. Senza contare che basta un minimo di buon senso: dove lo trovi un ebete che ritenga opportuno inserire un segno nel proprio marchio di fabbrica per ricordare ai posteri che è stato trombato dal popolo? Va bene che Pippogigio era un pusillanime, ma est modus in rebus.

La passeggiata nel parco è movimentata dalla solita pioggia, che cade a tratti. Una cosa simpatica, piove per duecento metri, poi basta per mezzo minuto, poi ripiove: le nuvole piccarde sono birichine. Ripariamo nel tempietto dell’isola dell’amore, astuti come dei cervi: la struttura è un treillage di legno e nemmeno troppo ben conservata, però è tanto bellina. Non manca lo show con la pashmina, che è diventato lo sport preferito del gruppetto: stavolta Alice Callipigia si esibisce imitando la statua di Venere nel tempio dedicatole (a Venere, non all’Alice). Il lato bello del parco è che stavolta le fontane funzionavano, forse perché è stato un anno piovoso: di solito durante la stagione secca (vedi a cavallo tra luglio e agosto) non le fanno andare per via della penuria d’acqua. Il lato brutto è che pioveva, maledetta la Rivoluzione, e quando ha cominciato a venire giù più fitta abbiamo preferito andare alle scuderie per poi scappare a Parigi. Nelle scuderie sono conservate anche due carrozze, una costruita per il Principe di Condé in occasione dell’incoronazione di Carlo X, l’altra è stata usata come calesse di caccia dalle due imperatrici (la Pina e la Gigia) e da Maria Amelia, detta Falqui.

Richiamiamo il nostro taxi e torniamo a Parigi, in direzione Montmartre: prevista passeggiata e cena in un posticino a scelta. Io non so, sarà che son pigro… sarà che ero stanco… sarà che se faccio il turista lo faccio fino in fondo… ma perché, benedette figliole, non usiamo la funicolare per salire sul montarozzo? Il biglietto è anche compreso nel pass della metropolitana, e voi no… su a piedoni per un’interminabile parete gremita di gente che cazzeggia e si avvinazza con barili di aperitivi di vario genere. Seduti, loro. Noi arrancanti, e loro seduti e beati. Per fortuna ha smesso di piovere, e valeva la pena di avere sputato mezzo polmone per arrivare ai piedi del Sacre Coeur per fotografare l’arcobaleno su Parigi.

Tenghi, Fantozzi. Li punti sul 27… il numero dei miei anni…

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