Diario di viaggio, capitolo decimo: cinque, uno dopo l’altro!

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Siamo rimasti soli, le nostre donne sono tutte tornate in Italia.

Che fare? No, accasciarsi in un angoletto buio e singhiozzare non è nel nostro stile; ci si muove, no? Giornata da ex dimore private diventate museo. Arriviamo a Parigi di buon mattino per passeggiare un po’ per il Marais mentre aspettiamo l’apertura del Musée Carnavalet, il museo dedicato alla storia parigina dalle origini ai nostri giorni; è un posto che mi è sempre piaciuto molto, ci vado ogni volta che mi reco a Parigi, e ho attaccato il vizio anche ad Ale. La storia del palazzo che lo ospita è lunga, inizia verso la metà del ‘500, deve il suo nome a una sua proprietaria, la vedova di un signore bretone che di cognome faceva Kernevenoy, che fu rapidamente deformato in un più semplice Carnavalet dai parigini. È a metà del ‘600 che Mansart lo risistema su ordine del proprietario del momento, e dopo qualche anno passa di mano e nello stesso tempo acquista una locataria d’eccellenza: Marie de Rabutin Chantal, marchesa de Sévigné, la celebre epistolografa, che è probabilmente la più famosa tra le persone che sono passate nelle sale dell’Hôtel Carnavalet.

Col passare del tempo la città di Parigi acquistò anche il limitrofo palazzo Le Pelletier de Saint-Fargeau per farne un corpo unico dove ospitare le collezioni d’arte, ivi comprese le ricostruzioni degli ambienti come il salone blu stile Luigi XVI in foto, che viene dall’Hôtel de Breteuil. Al museo va il primato di essere stato il primo ad allestire delle sale “periodiche”, ossia con degli arredi smontati da altrove e rimontati in loco: i saloni La Rivière furono inaugurati nel 1878. Ah, l’ingresso è gratuito tranne che per le esposizioni temporanee.

La chicca del momento è stata una ragazza che davanti al quadro di David Le serment du Jeu de Paume se n’è uscita con un: “Ah, mi ricordo di aver visto quella scena in una puntata di Lady Oscar”. La mia gigionata quotidiana, invece, è stata cercare apposta un numero per l’armadietto dove mi hanno fatto riporre lo zaino. Indovinato? Il 27, Fantozzi: il numero dei mei anni…

Il passo successivo è un altro piccolo museo nel Marais, quartiere che io apprezzo particolarmente: il Musée Cognacq-Jay, altro museo di proprietà della città di Parigi, e con ingresso gratuito. Frutto di un legato, la città lo riceve alla morte del fondatore dei grandi magazzini La Samaritaine, il che prova che non necessariamente il denaro non fa la cultura. Per anni Ernest Cognacq, assieme alla moglie Marie-Louise Jay, raccoglie quadri e altre opere d’arte di autori che vanno dal Canaletto a Fragonard, dalla Vigée-Le Brun a Quentin de La Tour; le sale sono arredate con mobilio e oggetti d’epoca. Fra le varie curiosità possiede un ritratto che si suppone essere Alexandrine Lenormant d’Étioles, la figlia di m.me de Pompadour.
Il museo è piccino, sì e no una decina di stanze, e si visita in poco tempo.

Pranzo al volo, in uno dei vari Hippopotamus sparsi per la città. Complimenti per la scelta che svela che sono furbo come uno scoato mojo (espressione di mia nonna, non ne ho la certezza ma temo che lo spazzolino bagnato in questione sia lo scovolo del cesso): sono erbivoro e vado a mangiare in un posto la cui forza è la carne bovina alla griglia. Giù di patate fritte a volontà e birrona, scandagliando il menù scorgo tra gli antipasti hummus e anche un curioso purè di vitellotte: bello, le ho sempre fatte come le patate normali, ma un purè viola è chic, più elegante di quello hummus che faccio io con le rape rosse che gli danno un colore ciclamino inteso che ho battezzato “Imbarazzo della Barbie”. Nota bene: Hippopotamus non è gratuito, a differenza dei due musei precedenti. No, lo dico perché magari uno potrebbe farsi un’idea sbagliata e pensare che Parigi sia una specie di Puffolandia dove non va di moda il denaro.
Dobbiamo a un suggerimento di Alice la tappa successiva: il Musée Nissim de Camondo, ex palazzo privato appartenete a un banchiere collezionista d’arte che alla morte del figlio decise di lasciare il palazzo e gli arredi alla Francia, a patto che il museo fosse intitolato al giovane scomparso, caduto durante la prima guerra mondiale. Le collezioni constano di mobili, quadri, oggetti d’arte ma anche di oggetti di vita quotidiana come immensi servizi di piatti di Sévres e di Meissen o le pentole della cucina: il palazzo era una dimora patrizia, ed è allestita come poteva esserlo quando la famiglia vi abitava. Il Nissim de Camondo è annesso al Musée des Arts Décoratifs, il biglietto può essere cumulato; ha una curiosità che sono le visite teatralizzate, organizzate con cadenza mensile: una persona interpreterà il ruolo del maître d’hôtel del conte Moïse de Camondo per accompagnare i visitatori commentando il percorso.

L’hôtel è attiguo al Parc de Monceau, una perla del giardino paesaggistico. Voluto da Philippe Égalité, disegnato da Carmontelle e rimaneggiato da quel Thomas Blackie che creò anche il parco di Bagatelle, è disseminato di costruzioni (le fabriques) tipiche del giardino anglo cinese: dalla piramide alle rovine del tempio pagano ai ruderi gotici al ponticello veneziano, e così via; in epoca molto più tarda verranno aggiunti busti di scrittori e musicisti. Col tempo passerà dagli Orléans allo stato, con sorti alterne. È legato a un episodio molto brutto durante il periodo della Comune: è stato teatro di esecuzioni sommarie di massa da parte dei plotoni d’esecuzione di Mac-Mahon, evento ricordato poi con la ricostruzione di un elemento dell’Hôtel de Ville.
Un caffè veloce al parco (costo di 1€60 contro i 2€10 di un caffè identico in bicchiere di plastica al parco delle Tuileries), e via verso il Musée des Arts Décoratifs.

Il Musée des Arts Décoratifs occupa una parte del Louvre, ma ha un ingresso indipendente e vi si accede da Rue de Rivoli. Ospita delle collezioni di svariati oggetti, dai quadri ai mobili ai gioielli, compreso il settore dedicato alla moda e al tessile, il tutto abbraccia un periodo che inizia dal Medio Evo e arriva ai nostri giorni. È diviso in settori, e racchiude dei veri e propri tesori, assieme a cose che io catalogo alla voce “perdita di tempo” che è la galleria dei giocattoli; lo so che sono ottuso, ma se devo scegliere se guardare una bambola di stracci medievale o un cavallino di latta anni ’30 invece di un gioiello Art Nouveau o un Fragonard scelgo i secondi, del resto ho sempre proclamato a pieni polmoni che di arte non capisco un accidenti ma che vado solo a gusto mio e interesse. Va detto che quando lo visito salto sempre a piè pari la parte più moderna, mi areno sul Liberty, ma faccio di corsa anche la parte medievale, che trovo pesante e deprimente, buia scura e stracarica di santi e madonne. Preferisco di gran lunga la parte suntuosa del XVIII secolo, quella più leggera ma spesso opulenta a sproposito del XIX e, ovviamente, quella folle innovativa e seducente dell’Art Nouveau. Non mancano anche qui, come al Carnavalet, le ricostruzioni di ambienti, come per esempio le sale dell’appartamento privato della famosa sarta Jeanne Lanvin o un salone proveniente dall’Hôtel de Serres.
I pannelli delle boiseries in foto erano stati eseguiti per un buodoir di Maria Antonietta, tanto per la cronaca.

Ora, dopo aver infestato anche questo abbiamo cambiato museo: poca strada, siamo andati al Louvre! Tanto, avendo fatto il museum pass avevamo accesso a una sessantina di musei e monumenti nella regione parigina, gratis o a prezzi ridotti e spesso saltando le code, al modico costo di 69 svanizche per sei giorni. Al Louvre si salta la fila alla biglietteria andando direttamente agli ingressi delle gallerie con libertà di entrare e uscire a volontà, per esempio: a Versailles no, perché sono bizantini strarompi e ti devono fare lo stesso un biglietto a importo zero.
Non avevamo molto tempo, e abbiamo iniziato con il visitare le nuove sale tematiche: anche il Louvre s’è convertito alle “period room”. Mai capita ‘sta mania di infilare l’inglese a buffo nei discorsi, lingua da volgari bottegai che qui da noi -in Francia non so- si usa per far sfoggio di una cultura che in genere non si ha e che non ci si pone nemmeno il problema e/o l’obiettivo di incrementare. Non capivo perché avessero smobilitato tutta la collezione di tabacchiere e la stragrande maggioranza dei gioielli dalla Galerie d’Apollon, ho escluso un furto perché si sarebbe saputo, ho escluso anche che fosse stato assoldato un plotone di colf di lusso per spolverarli tutti assieme (che comunque la polvere a strati alti due dita non manca nemmeno al Louvre come a Versailles); poi ho visto l’angoletto sistemato con gli oggetti appartenuti a Luigi XVI e alla Maria, contornato con tutte le tabacchiere scomparse, mentre i gioielli della Corona sono esposti un po’ in giro a caso, e non mi pare di avere visto in nessuna teca il cordon bleu appartenuto a Luigi XVI che so per certo di aver visto qualche anno fa.
La fregatura del giorno? La batteria della macchina fotografica di Ale è morta dopo un’oretta o poco più, e abbiamo deciso di dare forfait al Louvre per andare a riposarci: ‘nsomma, inizio ad avere una certa età e mi avvicino a passo falcato alla cinquantina. Gelatino di consolazione a un baracchino alle Tuileries e ciao, ci si rivede domani.

Siamo stati bravi, ce ne siamo fatti cinque uno dopo l’altro. Gelati? No. Negroni? No. Musei!

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