Diario di viaggio, capitolo undicesimo: oh oh, mi è semblato di vedele un gatto!

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È l’alba di una nuova giornata e noi rispondiamo impavidi al richiamo della sveglia, rincoglioniti come dei pipistrelli nel pieno sole di mezzogiorno. Amo’, che famo? Hai già caricato la batteria? Ti ricordi come si fa? No? Ti faccio vedere io… pardon, esco subito dalla modalità “Le conserve di Camilla” prima che si spaventino i bambini e che alle persone con un minimo di nerbo venga voglia di menarmi a sangue. Oggi riprendiamo da dove avevamo lasciato ieri, causa sfinimento della macchina fotografica: il Louvre, solo che oggi abbiamo poco tempo: di norma il museo è aperto solo dalle 9.00 alle 18.00, tranne il mercoledì e il venerdì con orario prolungato fino alle 21.45. Sì, il giorno prima avevamo approfittato dell’orario prolungato mettendo il Louvre in coda agli altri musei prevedendo un ritorno il giorno successivo; non abbiamo mancato di restar basiti vedendo gente mettersi in coda alla biglietteria alle otto di sera: la cosa ci è sembrata strana, che vedi in un’ora al Louvre? Giusto una spucciatina a quella stortignaccola della Gioconda e poi il personale arriva con la lavapavimenti a motore per scoparti fuori! De gustibus…

La coda, questa sconosciuta: mai come in questi momenti apprezzo l’esistenza di metodi tagliafile come l’acquisto on line oppure i pass prepagati: noi, con la nostra migliore faccia di tolla e sorriso da squalo, saliamo e scendiamo le scale del Louvre come se fossimo dei ballerini di fila di Wanda Osiris, mentre la moltitudine lì fuori è ridotta a muovere un passo ogni quindici minuti. La visita procede come d’abitudine: totalmente, completamente ed assolutamente a caso, la mappa del museo è solo un ammennicolo da portare in giro in tasca e addosso alla quale bestemmiare in dialetto cardassiano circa ogni venti passi. Obiettivi certi: l’Egitto, i gioielli della Corona, la statuaria antica, le gallerie dei ritratti, magari anche la scultura francese e poi si vedrà. Ho sempre subito il fascino della terra di Kemi, pur conoscendone poco la storia: è molto lunga e complessa, e io sono troppo pigro e scarsamente paziente per mettermi a studiarla con metodo e profitto; mi affascinano sempre la raffinatezza e la tecnica con la quale gli Egizi riuscivano a realizzare dei manufatti che tuttora ci mettono in crisi quando cerchiamo di capire come li avevano realizzati, così come l’infinità varietà di forme del pantheon e delle espressioni del mito. Così, passi tra le sale e ti fai rapire dai colori di una stele votiva, ti lasci cullare dalle statue di Sekhmet che erano nel tempio di Mut a Karnak, e poi ci resti di cacchenberg quando vedi due figurine rappresentanti Akenaton e la moglie e ti rendi davvero conto che la strombazzata bellissima Nefertiti era fatta come il sacchetto dell’umido.

Lassù, sullo scalone che da lei prende il nome, vedo stagliarsi la Nike di Samotracia, probabilmente la più bella statua che sia conservata al Louvre: di sicuro che la più bella che io abbia visto, la preferisco anche alla Venere di Milo; la Venere ha la bellezza, ma sulla Nike si sente e si vede ancora spirare il vento. Contrariamente a molti non ho mai trovato un grande interesse in tutta la teoria di vasi, anfore, suppellettili e così via: sono una gazza ladra, apprezzo i manufatti preziosi e i gioielli, non il coccio dipinto; mi piacciono le immagini, statuarie o meno, che spesso posso ricollegare ai differenti miti e quindi mi dicono qualcosa. Così come m’incuriosisce molto l’idea sottesa alla statuaria celebrativa: il pezzo grosso di turno che si fa ritrarre con attributi divini, o lo fa il suo successore per stabilire bene nella testa della gente che se babbuzzo (o chi per lui) era un dio o un semidio lo è per forza anche lui e quindi comanda lui, e zitti. La legittimazione del potere temporale attingendo a quello divino attraverso l’iconografia non è un’invenzione né dei greci né dei romani, tanto per dire i faraoni prima di loro proclamavano la loro origine divina e di essere dèi incarnati; è la stessa sblinda visionaria di Luigi XIV e del suo mito solare. Sì, il Re di Francia non è figlio del suo dio, sarebbe pretendere un po’ troppo (e pensando a quanti deficienti hanno poggiato le auguste chiappette sul trono dei gigli verrebbe anche da pensar male della genetica divina, il che non sarebbe simpatico): si proclama Luogotenente di Dio sulla terra, e Figlio Primogenito della Chiesa appoggiandosi sulla pretesa del battesimo di Clodoveo, primo tra i re più o meno barbari a convertirsi alla parola del papato.

Con la scusa della riapertura delle sale dove sono state allestite le stanze tematiche che abbiamo visto il giorno precedente la Galerie d’Apollon, dove di solito erano esposti i pezzi più interessanti dei gioielli della Corona, è stata quasi svuotata: la collezione di tabacchiere, per esempio, è stata spostata in massa nelle nuove sale. Imprecando ci trasformiamo in una specie di replica non autorizzata di Cacciatori di Tesori, e seguendo l’istinto -perché se stiamo ad aspettare le scarne nozioni dateci dalla mappa del museo facciamo tempo a morire- esploriamo con pazienza tutto il primo piano, con la difficoltà di capire bene quale fosse il primo piano perché con tutto quel va e vieni di scale e corridoi pare di muoversi in un disegno di Maurits Cornelis Escher. Finalmente riusciamo a trovare la corona di Luigi XV, che per quanto sia un po’ caciarona è sempre un capo d’opera nel suo genere; non è sola, con un po’ di pazienza (e sparsi come le virgole nelle lettere del mio capo) troviamo la spada e gli speroni usati nella cerimonia dell’incoronazione a Saint-Denis, le cappe di alcuni cavalieri dell’Ordine dello Spirito Santo e il presunto cordon bleu di Luigi XVI e il Régent. No, non Philippe d’Orléans il figlio di Liselotte, ma il diamante grosso come una noce di cocco. Philippe c’era, ma in mezzo ai ritratti, tutto da un’altra parte.
Ah, fonti attendibili mi fanno capire che sia stato spostato tutto di nuovo, forse hanno finito di spolverare la Galerie d’Apollon e ci hanno rimesso dentro la ratatuja.

La fame incalza, si va alla ricerca di un po’ di carburante. Curiosamente al Louvre non sei obbligato a mollare lo zainetto al guardaroba, per cui qualche cosuccia da spiluccare te la puoi anche portare dietro perché la coda ai vari punti di ristoro è come quella sul grande raccordo anulare di Roma alle otto del mattino; però non è che uno possa campare tutto il giorno di un pacchettino da 40 grammi di mandorle sgusciate e un fico secco: siamo al Louvre, non nell’ufficio di Miranda Priestley a vestire il diavolo di Prada.
Oltre ai vari pseduo-baretti, che sono l’equivalente dei chioschi da strada con un bancone al posto del baracchino c’è una cosa che pare la replica del Café d’Orléans di Versailles: una tavola calda pretenziosa, una specie di via di mezzo tra il Mac e il supermercato. Senza infamia e senza lode, non troppo economico ma non un furto, e si riesce anche con un po’ di pazienza a trovare della verdura da mangiare, oltre ai panetti col pollo tandoori che peraltro sono ottimi; peccano un po’ sui dolci, ma visto che non ci si deve passar la vita lì dentro si po’ anche cercare di farsene una ragione, no? L’evento della giornata è stata una cosa che a raccontarla ha dell’incredibile: mentre facevamo la fila noto un ragazzo giovane, di poco più di venticinque anni, che mi guarda sorridendo. Mi dico: “Tiè, ho fatto colpo anche a Parigi… peccato che tu abbia vent’anni di ammanco e io un moroso in più”; poi vedo Ale che si dirige verso di lui e mi chiama… che c’è? Il moretto ci invita a una festa? No, il moretto è un ragazzo che non vedo da quando ho traslocato nel veneziano e lui s’è messo a fare il giramondo: Marco, questo è il suo nome, è il figlio dei padroni del bar dove facevamo sempre colazione quando abitavo nell’altra casa, e che volendo darsi alla cucina di un certo livello era andato dopo gli studi in cerca di fortuna a Londra, poi a Milano. Ora lo ritroviamo qui, da qualche mese a Parigi per perfezionarsi, e la casualità oppure la magia intrinseca di luoghi come Parigi ce lo hanno fatto incontrare, per giunta in un affollatissimo museo, nonostante le possibilità infinitesimali che questo accadesse.

Finito pappa, baci e abbracci, vediamo che il tempo stringe e ci conviene darci una mossa: saltiamo la pittura olandese, giusto qualche saluto rapido ai ritratti di Van Dyck dei vari parenti di Liselotte (nel suo periodo inglese il pittore ritrasse Carlone I Stuart e una barca di suoi parenti vari, fra cui Rupert del Palatinato e suo fratello Karl Ludwig, il babbo di Liselotte: sì, riesco a farla saltare fuori dappertutto, basta impegnarsi un po’). Nessuno ha mai provato a fare fotografie ad un quadro grande come un campo di calcio senza un treppiede e cercando di farlo stare tutto nella foto? Ci vuole pazienza, anche avendo un obiettivo stabilizzatore. Il più è tenersi la pletora di cinesi e giapponesi fuori dei fenicotteri, che oltre a passarti in mezzo alle foto sul più bello, ma ringhiare come orsi se tu osi solo puntare la macchina sul quadro che stanno fotografando loro, hanno anche la pessima abitudine di sputacchiare in giro a caso e di omaggiare i cessi pubblici di rituali impensabili: non abbiamo mai capito perché una signora americana debba impiegare meno di un quinto del tempo a lavarsi le mani (porta aperta, si vedeva bene) rispetto a un’omologa giapponese, che però ha avuto anche l’accortezza di asciugare il lavandino dalle gocce d’acqua con una salvietta di carta non appena finito. Non so, mi sono figurato la signora in preda ad un attacco ossessivo compulsivo che ricominciava a lavarsi le mani perché la salvietta era sporca, per poi asciugare di nuovo il lavandino, per poi rilavarsi ancora… no, è che in realtà stavo per esplodere, e fuori dal bagno degli uomini il casino era identico. Ricordate, gente: mai aver necessità di un bagno pubblico al Louvre, fate il possibile per evitarlo se non avete alternative. Ci sono? Forse si, ma nel dubbio: digiuni e senza bere! Ci sono davvero? Così si dice, ma non sono educati: questa sarà un’altra storia.

Dopo aver percorso in lungo e in largo le corti Marly e Puget ci avviamo, io mi sentivo come ubriaco: usciamo dalla hall Napoléon attraverso la piramide (‘n’altra roba che non sopporto, la minkiopiramide). Per farlo dobbiamo percorrere un corridoio, stracarico di gente come sempre, sgomito a destra e a mancina per evitare di farmi travolgere e, ad un certo punto, la vedo. Bella, chiara, radiosa anche se dapprima tremolante: “Ah! Vedo la luce in fondo al tunnel! Siamo quasi fuori!”. Ale replica: “Vai nella luce”… Melinda Gordon ha fatto più vittime del previsto.

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