Felice giorno degli uccelli

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Lo sento, il cimento ricorrente si avvicina di nuovo. Riconoscerei questa precisa nota di cafard anche se avessi appena bevuto un bel bicchierone di decotto di acacia, assenzio e stramonio con quella spruzzatina di dopamina che fa sempre bene. Tu sei lì nell’afa della canicola e senti la bimba dei vicini che gioca al compleanno con la Barbie e le canta “Eppi berdei”; improvvisamente un ricordo ti si affaccia, investendoti con la forza di un treno in corsa.

Sei in una stanza con le tapparelle mezzo abbassate per difendersi dalla battuta del sole del secondo piano di una vecchia casa; la stanza è una cucina, con dei mobili in formica bianca e finto legno scuro, col piano verde bottiglia e le maniglie trapezoidali nere. La tavola è apparecchiata con una tovaglia di tela grossa, rosa chiaro con una fascia più scura, e piatti di ceramica bianca; ai due lati siedono un uomo e una donna, in mezzo un bambino. La donna si alza e prende qualche cosa dal pensile d’angolo: è una piccola torta sulla quale ci sono tre caramelle tonde di gelatina e tre candeline. Posa il dolce sul tavolo e le accende, per poi incitare il bimbo a soffiare per spegnerle. Il piccolo non si accorge che lei soffia assieme a lui, né si rende bene conto di che cosa dovrebbe succedere perché è riuscito a spegnerle in un colpo solo: aspetta solo di mangiare la sua fetta di torta, senza sapere che cosa sia un desiderio. Forse. È il tuo primo ricordo in assoluto; riesci a evocarne gli odori, i suoni, i colori al punto che potresti perfino toccare i suoni o leccare i colori.

Un istante dopo vedi un ragazzino imbarazzato, non sorride perché gli manca un incisivo e forse un po’ perché è avvolto in un maglione di lana mélange di un improbabile color cacca di gatto. È circondato da parenti festanti, ha davanti una torta con su dei confetti disposti a fiore e delle candeline; la consorteria parentale ulula perché le spenga, lui lo fa controvoglia perché sa che subito dopo qualche simpaticone provvederà a tirargli le orecchie ritualmente; quelle orecchie a sventola che cerca sempre di nascondere sotto i capelli perché lo fanno sentire brutto, goffo, deriso.

Ti scuoti un attimo dal turbinio dei pensieri, e ti accoccoli sul divano col tuo bicchiere di rosso per prendere un po’ fiato; vuoi una visione, uno specchio, un modo per vedere dentro il futuro per capire come riuscire a modificare le impressioni del tuo passato. Hai bisogno di una guida, di un’indicazione per liberarti dagli echi del dolore. Accendi la tv per caso, e mentre rimugini la moretta protagonista del telefilm sta dicendo al marito che non riesce ad andare dalla madre, specie in quel giorno. Lui le risponde che è adulta, ed è ora che si riprenda i giorni del suo compleanno perché sono solo suoi. Ti ricordi che in vita tua hai festeggiato di tua spontanea volontà solo due volte, a trentasei anni perché hai cambiato vita e a quaranta perché la vita nuova l’avevi stabilizzata per quanto possibile. Sai che l’hai fatto perché eri tu a volerlo fare, in fin dei conti ogni occasione per fare baldoria è buona; sai che l’hai fatto perché il fatto che tu fossi il padrone di casa voleva dire che non ci sarebbero state le solite domande di prammatica: che cosa vuoi fare da grande? Quando ti sposi? Quanto prendi al mese? Quando compri un camper? Perché non ti prendi uno straccio di laurea? Perché non vieni a stare da me? Quando ti trovi una donna? Perché hai mollato l’attività di famiglia? Guardati, sei quasi verde… sei sicuro di stare bene? Adesso che invecchi metterai giudizio? Ma ti cali gli anni?

Tu hai sempre avuto voglia di rispondere in maniera pesante, giusto per soffocare la zuccherosa acidità di quegli urletti cariogeni che fanno da sottodominante armonica alle domande gratuite. Soprattutto ti dava fastidio che nessuno capisse il motivo del tuo malumore: tutti lo attribuivano all’età, all’invecchiamento. E invece, cari i miei signori, la vecchiaia non esiste! L’hanno inventata quelli come voi solo per avere una scusa per lamentarsi e per fare discorsi cretini; per me il solo, unico e vero fastidio è la sciattezza delle vostre domande sgradevoli e sgradite, trite e stantie.

Io, poiché sono convinto che nelle coincidenze ripetute non ci sia uno schema casuale, penso di avere avuto la mia risposta e di avere un’idea per riplasmare il mio passato.

Eppi berdei, felice giorno degli uccelli!

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