Diario di viaggio, capitolo dodicesimo: un bel gioco dura poco!

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Non so se sia un proverbio, ma la nonna me lo diceva sempre: un bel gioco dura poco, e infatti siamo arrivati all’ultimo giorno di soggiorno a Versailles. Governo ladro. No, non piove ma è un dogma, un assioma: ogni governo lo è, indipendentemente dal colore, dal periodo storico e dal luogo.

Lasciamo le valige in albergo dopo aver liberato la stanza, quindi siamo vincolati a non andare troppo in giro: ma chi ne ha bisogno, avendo a portata di voce il castello? Facciamo una colazione robusta (sì, come se gli altri giorni ci fossimo tenuti leggeri) dalla nostra solita spacciatrice di brioscione e dolcetti vari, poi aspettiamo al cancello principale il mio amico che lavora a palazzo, e che quel giorno era libero e si era offerto di farci da guida: oltre a conoscerlo molto bene per motivi di lavoro è un patito quanto noi, fa anche rievocazioni storiche con tanto di abito da cardinale e collier dell’Ordine dello Spirito Santo. La nostra solita fortuna fa sì che le visite guidate non siano previste la domenica, ma non sappiamo perché; non importa, una grigliata di improperi ai danni dell’organizzazione della RMN non ci sta mai male, è un po’ come quel vecchio detto cinese: “Quando torni a casa picchia tua moglie: tu non sai perché ma lei di sicuro sì” (lo so che è sessista, ma rende bene l’idea). Il mio gancio ci chiede: “Allora, ragazzi, che volete vedere?”, e noi: “Ah, TUTTO!”. Tracciamo in fretta un piano di battaglia: i grandi appartamenti son sempre quelli e li possiamo fare con calma, ma l’appartamento delle tre vecchie è stato riallestito di recente, pertanto ha la precedenza; poi il parco (visto che sta per piovere) e per finire tutto quello che resta, anche in base ai nostri tempi di marcia. Il momento è magico, alle nove de mattino, appena aperto, siamo quasi i primi: riusciamo perfino a sentire ticchettare gli orologi, per lo meno quando il signore arrivato prima di noi la pianta di sbattere i tacchi camminando col passo dell’oca. Il resto della folla si riversa dritta come una colata lavica seguendo il percorso standard. Gente senza immaginazione. Tiè!

Ci sono delle cose nelle stanze dell’Adelaide e della Vittoria che mi piacciono da sempre, come l’enorme letto alla turca di Madame Victoire: in passato lo credevo un divano, e pensavo che Victoire dovesse essere grossa come un tricheco per aver bisogno di tutto quel posto per poggiare le auguste terga; poi c’è l’organo di Madame Adélaïde, pezzo molto bello e che faccio fatica a collegare a una donna tanto antipatica, e accanto a lui, sulla parete alla sua sinistra, il quadro di Nattier che la ritrae mentre solfeggia, con addosso un abito blu con delle decorazioni di pelliccia. Quello che mi dà sempre un po’ di perplessità è l’effetto fotocopia: sono tutte uguali e tutte ugualmente levigate e imbellettate come delle bambole olandesi o come Mary Poppins, ci vorrebbe un patto col diavolo per sapere davvero che fisionomia avessero le figlie di Luigi XV da giovani. È tuttavia lo stile di Nattier, anche altre dame hanno le stesse caratteristiche, però il fatto di avere un canile di bambine reali da ritrarre lo ha senz’altro aiutato: mi ricorda un vecchio film con Totò, Totò, Eva e il pennello proibito, nel quale Totò interpretava Antonio Scorcelletti, un pittore specializzato in copie che doveva dipingere la Maja Desnuda con una camicia, e finisce per fare anche la Maja in mutande, la Maja in bikini e così via.

P. S.: organo, in veneto, si dice principalmente di una persona sciocca. L’organo dell’Adelaide potrebbe non alludre al possesso dello strumento musicale, ora che ci penso.

Finito il… giro vecchie usciamo, giusto in tempo per vedere da lontano un uomo sulla sessantina avanzata che si accosta alla facciata del castello, si gira e lascia come souvenir una pozza sul terreno tra le finestre del Grand cabinet dell’Adélaïde (la stanza dell’organo, per intenderci). No, ma con tutti i cespugli che ci sono in giro, nonno? Capisco che tu possa avere le suste molle ma falla nei campi! Mi giro stravolto verso il mio amico per cercare conforto, e lui mi dice che il castello ha visto di peggio: un giorno, all’ora di chiusura, una delle guardie stava sospingendo il pecorame degli ultimi visitatori verso l’uscita, e passando attraverso le stanze dell’Adélaïde avvertì una puzza tremenda. No, non è lei che è tornata a casa, è come nel celebre aneddoto secondo il quale una nobildonna cieca riconosce Versailles solo quando scoppia la condotta delle fognature. Cerca l’origine del fetore, scosta una tenda e si accorge che qualcuno aveva pensato bene di accovacciarsi sul parquet per proseguire la visita del castello tre chili sopra il cielo. Passi che di bagni a palazzo ce ne sono pochi, passi che nei secoli andati era normale fare la cacca nel giro scale, ma come cavolo ha fatto uno a mollarla in pieno castello senza farsi beccare, che se ti avvicini un po’ di più anche solo al bordo di un tappeto ti piombano addosso come i falchi? Misteri. Certo è che le vecchie Mesdames sembrano stimolare… Ci dirigiamo verso l’Escalier des Cent marches per iniziare il giro del parco, cercando anche di sbrigarci perché comincia a piovigginare. Pochetto, qualche goccina ma scoccia lo stesso. Faccio sempre correre lo sguardo sul parterre dell’Orangerie, è semplice eppure imponente e maestoso, lo preferisco ad altri angoli del parco molto più elaborati (per quanto si sappia che per me il troppo non è mai abbastanza in certi casi), così come preferisco l’Encelado ad una fontana più tronfia e baraccona come la Francia Trionfante.

Andando verso il Bosquet du Roi salta di nuovo fuori il particolare dei pitali e del bois merdeux: non so, mi fa sempre ridere pensare che il luogo preferito per le passeggiata del Re Sole e della Vecchia Mona Maintenon sia diventato noto come bois merdeux, e che tuttoggi lo strano senso dell’umorismo dei sorveglianti del castello faccia sì che l’incarico di presidiarlo -e quindi di qualificarsi e rispondere col nome della postazione come di prassi nelle comunicazioni con la centrale- con questo epiteto sia riservato alla persona più scocciante del turno, così come la sorveglianza al Bassin du Dragon sia spesso assegnata ad una donna dotata di pessimo carattere. “Allô, c’est Bois Merdeux…”; “Allô, c’est le Dragon…”… per fortuna non c’è un viale, un cancello o un’aiola dedicata a m.me de Maintenon, o ci sarebbe anche un “Allô, c’est la Vieille Conne…”. Rivedo alla luce del giorno il Ratto di Proserpina nel Bosquet de la Colonnade, mi fa sempre piacere trovo che sia una bella statua e perché questo mito di Kore mi rimanda alla figura di Ecate, che aiutò Demetra nella ricerca della figlia rapita.

Tornando nei ranghi, devo dire che rivedo la Colonnade meno volentieri, tra i diversi boschetti di Versailles è quello per me più pesante. Perché? Perché quel porco di Luigi XIV, il cui tutt’altro che buon gusto fu stato assecondato da Mansart, volle un giocattolo nuovo! “Voglio un colonnato di marmo con delle grosse fontane”… ma tacere no, eh? Per riuscirci dovettero giocare d’astuzia: Mansart spinse Luigi ad approfittare del viaggio in Italia di Le Nôtre per far abbattere il Bosquet des Sources preesistente e mettere il giardiniere, suo nemico personale, davanti al fatto compiuto. Luigi, a tempo debito, portò Le Nôtre a vedere il nuovo capo d’opera, che rispose schifato: “Sire, Vostra Maestà ha fatto di un muratore un giardiniere, e lui vi ha servito un piatto della sua specialità”.

Il vagare per il parco con un fotografo dilettante impazzito e una guida che conosce i giardini meglio di quello di casa propria ha dei vantaggi indiscutibili. Io non sarei mai riuscito a immortalare il neo-restaurato gruppo delle statue del Bosquet des Bains d’Apollon con la mia defunta compatta, Ale ha una reflex e si vede. Davanti alla grotta noto uno scavo, una buca di circa due metri per uno di larghezza e uno di profondità. Non c’è nessuna scavatrice in giro, e giacché sono ingenuo penso che lavorino di notte a chissà che miglioria al giardino e di giorno facciano sparire i macchinari. Un po’ cazzoni, anche: la fossa non reca alcuna segnalazione di pericolo… buffo, t’immergono i malleoli nell’olio bollente se urti un filo d’erba, e poi non si preoccupano se caschi di grugno in una fossa degli stradini; mah, i misteri della burocrazia versaillese faranno sì che non ci sia un modulo apposito per sporgere reclamo in caso d’inadempienza riguardante le norme di sicurezza, mi dico. Una vocina mi sussurra all’orecchio: “Brutta, vero?”. Trasecolo, esterrefatto, un impeto di nausea mi assale poi uno di dispetto: la buca è una scultura! Di non so più quale sedicente artista moderno. No, ma scherziamo? Io mi sono sentito rimproverare da una guardia perché la sera delle acque ho inavvertitamente toccato il perimetro di un’aiuola con un calcagno mentre mi spostavo per far passare una signora con evidenti problemi di movimento (del resto, nella calca li abbiamo un po’ tutti), e al primo ebete che passa per strada lasciano scavare una voragine di due metri cubi a scopo artistico? Ma va’ a dar via i ciap!

Il nuovo sopralluogo dei Grandi Appartamenti non ci riserva molte sorprese, vuoi perché tra un po’ potremmo anche fornire la documentazione fotografica alla sovrintendenza per dirgli dove devono essere inviate le femmes de chambre per togliere le ragnatele e dove la polvere più brutta, vuoi perché nel pomeriggio subentra gradualmente lo svacco perché dopo poche ore dovremo tornare in Italia.

No, non è bello, ma al momento non possiamo fare altrimenti. Io l’ho buttata lì, se proprio proprio non c’è bisogno di un nuovo inserviente a palazzo posso sempre fare il colf per uno qualunque degli occupanti di uno degli alloggi di servizio: mi dicono ce ne siano diversi per le cariche più disparate, compresi un paio di pompieri. Oh, se serve per incoraggiare posso fare le pulizie con solo il grembiulino addosso! Va bene anche quello mio in pvc trasparente con i pesci rossi che mi segue diligentemente da anni attraverso i vari traslochi.

Non poteva mancare la nota stridente: quando siamo arrivati alla Gare de Lyon abbiamo scoperto un sacco di treni soppressi, avevamo paura che la stessa sorte toccasse anche al nostro e invece abbiamo avuto fortuna. Oddio, fortuna… già toccava tornare indietro, e per giunta su un treno come quello… ma non importa, ho scoperto che in una soffitta del castello sono nascoste le casseforti di Versailles! Non so che cosa ci sia dentro, ma roba di poco conto non credo, se non è stato restaurato il tetto in quel punto per evitare rischi di furto. Occhio, gente: torneremo, e allora saranno affari vostri!

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