Archivio dell'autore: Mauretto

Informazioni su Mauretto

Cammino in un giardino tra i ricordi di altre persone, alle volte solo e alle volte no; posso incontrarne delle altre, o solo percepirne la presenza. A volte provo a raccontarlo, se lo desiderano. Maschio, adulto, gattaro, lettore accanito, pettegolo, dilettante per diletto, il tutto non necesssariamente in quest'ordine. Amo i libri, i gatti e... il resto è un mistero.

Domenica d’agosto

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casalinga-disperata-a25144162La cottura a vapore è etichettata come una delle più dietetiche, e soprattutto per una delle più sane: allora perché un’estate a Rovigo è insopportabile proprio perché sembra di vivere in un’immensa vaporiera? Una media del 95% di umidità nelle ore meno calde, il sudore che t’imperla perfino i lobi delle orecchie creandoti degli effimeri orecchini scintillanti, la pelle mutata in carta moschicida che t’incolla addosso i pochi abiti che indossi ti fa immaginare come ti saresti potuto sentire dopo essere uscito dalla Casa della Bellezza se fossi morto nell’antico Egitto; la ritenzione idrica ti trasforma le dita in tanti xiao mai ancora crudi, con la pastella appiccicosa e molliccia; quando rassetti casa con addosso solo le mutande (per pura concessione alla pudicizia malintesa di tua sorella) e mezzo rotolo di scottex casa avvolto in testa per scimmiottare la Mamy di Via col vento per evitare che il sudore ti coli negli occhi accecandoti, e quindi tanto vale farlo come un clown per tirarti su, accogli senza esitazione alcuna la proposta imprudente: “Se tu fai da mangiare io stiro”. Imprudente per lei, ovviamente: io non stiro mai perché le mie tre Muse -Noia, Pigrizia e Accidia- me lo vietano, figurarsi poi se lo faccio con 36° all’ombra.

Mia sorella, che da quando avevo quindici anni ho soprannominato “La Merdaccia” in un eco fantozziano, è una patita dalle diete; giunonica, ma di ossatura larga tanto da essere dotata di polsi grossi quanto i miei pur essendo una donna e alta venti centimetri meno di me, ha poco peso superfluo da smaltire, ma si affida costantemente al libro della dottoressa Tirone, alla dieta delle uova di Mani di Fata, a quella dei cetrioli in salmì di Intimità, a quella del fegato ai ferri di Rakam, e ultimamente a quella del petto di pollo: abbiamo il congelatore invaso da microporzioni di carne di quel colore improbabile tra il rosa chiaro e il giallognolo, proprio del pollo allevato in batteria che non vede mai né la terra e i vermi e i sassolini, né la luce del giorno, né una dormita decente. Lei acquista carrelli pieni di confezioni famiglia di fesa perché costa meno, poi li riduce in piccole porzioni dal peso preciso, mi pare 130 gr. ciascuna, e le impacchetta una per una con la pellicola trasparente; molto sono composte da brandelli minimi, resti dei tagli dei pezzi più grandi, assommati fino a raggiungere il peso previsto perché anche del pollo non butti via nulla, come del maiale. Lavorare di coltello le riesce semplice, fa il veterinario ed è anche brava come chirurgo (ammetterlo è una fatica, ma è così).

Metto la bistecchiera sul fuoco, apro lo sportello del congelatore e mi trovo davanti al solito spettacolo grandguignolesco: mia sorella congela tutto, senza eccezioni. Sul primo ripiano ci sono delle fette di gorgonzola, la sua migliore amica gliene ha regalata una mezza forma, e lei ha provveduto a inumarla in tante piccole bare di domopack. Sul secondo ripiano ci sono le verdure, cotte o crude poco importa; c’è perfino un sacchettino che contiene delle more raccolte l’anno prima al mare, hai visto mai che non possano tornare buone in futuro? Dal terzo ripiano una moltitudine di palline di un’improbabile tinta smorta mi fa l’occhiolino, con lo sguardo annebbiato dalla brina del freezer: poverine, che vita grama. Mi accorgo di una più piccola delle altre, un rimasuglio ma di un rosa più vivo. La prendo per curiosità, e gliela porto: “Come mai questa è più piccola delle altre?”. Lei si gira, trasecola e me la prende di mano: “No, questo è l’utero della gatta che ho sterilizzato la scorsa settimana, lo avevo messo da parte per fartelo vedere”. “La prossima volta avverti, o mettici un biglietto: stavo per cucinarlo”.

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Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 54

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L’estate nell’Île-de-France era capricciosa in quell’anno 1775, tuttavia per una forma di riguardo verso il figlio primogenito della Chiesa le ultime giornate di agosto si lasciavano ammirare e godere in tutta la magnificenza della loro calda e lussuosa opulenza. Tripudi di farfalle e imenotteri di qualsiasi forma e dimensione folleggiavano senza sosta sotto i cieli azzurri, mentre il sole splendeva a larghe falde e le murene si muovevano a frotte per la Cour du Cheval Blanc: eleganti, sinuose, nobilissime e orribilmente orgogliose del sangue blu regalatogli dai loro avi e dei propri panier nuovi fiammanti: non è mai esistita un’accolta di gente più pericolosa e più scintillante dei cortigiani di Versailles.
Luigi XVI e tutta la famiglia reale agitavano i fazzoletti bianchi in direzione di un lungo serpente di carrozze che si muoveva lento e maestoso lasciandosi Fontainebleau alle spalle, puntando indefinitamente verso il sud: le vetture e un’enorme chiatta trasportavano Madame Clotilde ed il suo seguito verso Chambéry per la cerimonia della rémise: laggiù finalmente Sua Altezza Reale le Gros Madame avrebbe smesso (per quanto possibile a parole) ufficialmente di essere la sorella de re di Francia per diventare la Principessa di Piemonte.
Il cornac incitava gli elefanti che trainavano la chiatta cantando delle strofe di viaggio:

It’s a long way to Tipperary,
It’s a long way to go.
It’s a long way to Tipperary
To the sweetest girl I know!

Madame Clotilde batteva il piede a ritmo, e si unì al cornac cantando a modo suo:

Goodbye, Fontainebleau.
Farewell, Choisy-le-Roi!
It’s a long long way to… Chambérary,
But my heart’s right there.

Madame de Marsan, Governante dei Figli di Francia ed affezionatissima alla principessa, era stata graziosamente sollecitata dalla regina in persona ad accompagnarla nel penultimo viaggio: in realtà Maria Antonietta sarebbe stata felice di sbarazzarsene per sempre e che quello fosse l’ultimo viaggio (in senso buono, per carità) di m.me de Marsan, ma si accontentava del penultimo.

– Madame, contegno. Con tutto il bene che vi voglio, questa non è una canzone adatta a voi.

M.me de Marsan era seconda solo a M.me de Noailles nel saper usare l’etichetta come un machete, ma era molto più simpatica: non che questo fosse un grande primato, essendo come scegliere tra la pece bollente e il sale sulle piaghe. E per la gioia dei più buoni, nei giorni seguenti si sarebbero messi in viaggio anche Monsieur e Madame, i Conti di Provenza, perché passando per le stesse tappe dopo la Ciccionilde sarebbero apparsi più magri.

Una volta giunti a Chambéry tutto si svolse secondo quanto stabilito dall’etichetta: la rémise fu fatta sul Pont des Voisins, che è metà territorio francese e metà sabaudo; i nemici della sposa erano da un lato, e quelli dello sposo dall’altro. Svestire Gros Madame per farle abbandonare tutto ciò che potesse essere francese fu un lavoro considerevole ma qualcuno doveva pur farlo, e non fu mai arduo quanto rivestirla una volta dall’altra parte del ponte: il personale di Versailles era abituato da lunghi anni di pratica, i piemontesi no; dalla loro avevano solo una discreta abilità circense che gli permetteva di alzare tendoni da circo in dimore signorili ad ogni occasione. Terminata la cerimonia la principessa appariva commossa, forse perché sapeva che dopo non molto tempo avrebbe incontrato la suocera, Maria Antonietta di Spagna, che sua cognata la Contessa di Provenza chiamava familiarmente mamita.

L’arrivo a Torino si svolse in gran pompa, Vittorio Amedeo III aveva un leggero complesso di inferiorità nei confronti della Francia anche se non lo voleva far sapere a nessuno; balletti di marchese e tripudi di guardie a cavallo affiancavano la chiatta che scivolava lungo il Po, mentre all’approdo era stato eretto un palco per la famiglia reale, che di lì avrebbe poi accompagnato la nuova principessa di Piemonte a palazzo. Dall’alto della sua postazione d’onore la regina di Sardegna scrutava la chiatta con l’ausilio di una piccola lorgnette telescopica. “Perdonate Querido, ma esta Ciccionilde non ve pare un pochito troppo bassa?” chiese a Vittorio Amedeo, indicandogli un punto preciso sul ponte dell’imbarcazione. “Madame, temo che stiate guardando un grosso gatto con la parrucca che saluta la folla con la manina a tulipano, non nostra nuora”. “Minkia, seguro che se el gato è aquì…” rispose Maria Antonietta con un tremolio stizzito nella voce, paventando un pericolo imminente.

Due giorni dopo tutta la famiglia reale, con membri nuovi e vecchi, era riunita nella corta d’onore del Palazzo Reale di Torino. Ai loro lati erano schierati i nobili più chic del territorio sabaudo per assistere allo spettacolo del giorno, ossia l’arrivo di una coppia di dodo (più che di colombi) in visita alla famiglia: Luigi Stanislao Saverio di Francia, Conte di Provenza, e sua moglie Maria Giuseppina di Savoia, in arte Giupa, all’epoca eredi presuntivo della Corona di Francia e signora. Finalmente una grossa berlina verde scuro con le ruote gialle fece il suo ingresso dondolando con l’apparenza di un enorme aspic di prugne sull’acciottolato del piazzale; ed era appunto di velluto color prugna l’abito che cercava di ricoprire con fatica l’uomo che uscì dalla vettura, velluto coloro prugna, passamanerie color bronzo e camicia di pizzo San Gallo.

– Pardonnatemi, amisci, se non riesco a nascondere l’emossion che mi sussita incontrare finalmente la famillia di mia moglie che è anche la mia… disse il Conte di Provenza mentre accennava il gesto di asciugarsi una lacrima dall’angolo dell’occhio destro.
– Monsieur, vi prego, siete dispensato dalle cerimonie per quello che mi riguarda. Sono già abbastanza felice perché posso riabbracciare mia madre, lo ammonì bonaria Maria Giuseppina.

Dall’imperiale della carrozza una voce puntualizzò: “Macché commozione, a Vostra Altezza Reale è solo andato di traverso il panino con la mortadella che ha appena mangiato!”. Donna Sofia di Collegno, contessa di Savonera riusciva ad infiltrarsi ovunque, come ben sapevano Giupa e sua madre.

Maria Antonietta baciò cerimonialmente la figlia, poi le prese le mani tra le sue e le chiese:

– Vi trovo in splendida forma, niña. Come state?
– Mamita, se devo essere onesta da quando sono in Francia mi sento come se mi avesse investita un uragano.

Comme un ouragan
qu’est passé sur moi,
l’amour a tout emporté.
Dévasté ma vie,
des lames en furie
qu’on ne peut plus arrêter.

Comme un ouragan,
la tempête en moi
a balayé le passé

Allumé nos vies,
c’est un incendie
qu’on ne peut plus arrêter.

– Caspita, pequeña, la vostra vita dev’essere davvero piena ed intensa… Y quando credete che mi regalerete un nipotiño o dos?
– Mamita, ma avete visto mio marito? Temo che farei prima a farmeli affittare dalla Smargiassa, non credete?

Maria Antonietta squadrò con occhio da chirurgo il corpulento genero e crollò la testa sconsolata.

– Minkia, seguro! Spero che ve la caviate bene con l’uncinetto, Giupita.

Beata solitudo

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boccioni_disegnor439_thumb400x275In casa dei miei genitori non c’è mai stato un limite ben definito di dove finisse il pubblico, il familiare prima di addentrarsi nel personale così come non c’era un vero concetto di vita privata: mai nessuno bussava alla porta della camera prima di fare irruzione, ad esempio.

L’unico spazio rispettato era il cesso, e giusto perché ti ci chiudevi a chiave. Quante ore passate sul water a leggere prima, durante, e dopo l’uso del suddetto… roba che se non mi son procurato un prolasso del retto è stato un miracolo, in compenso ogni volta che uscivo avevo la forma dell’asse stampigliata addosso.

La necessità di star un po’ da soli era importante come quella di respirare.

La febbre di Occhiobello

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Mia madre sorvegliava anche la mia educazione formale: mi insegnava a non masticare con la bocca aperta, a tenere le posate e a fare tutte quelle cose che un bravo bambino di buona famiglia deve saper fare per non far sfigurare la sua yiddishe mame in pubblico; povero lui se di yiddische mame ne ha due: sì, perché non occorre essere né ebrei né madri né tanto meno donne per esserlo; mio padre rispecchiava molte delle caratteristiche richieste. Per intenderci, la yiddische mame è quella che quando porta a spasso i bambini in carrozzina e qualcuno fa loro un complimento lei chiede subito se stanno parlando del dottore o dell’avvocato. Quindi la mamma era attentissima a spiegarmi come si chiamavano le piante che avevamo in giardino: c’era l’abete argentato (in realtà un cipresso), il pesco selvatico (un melo da fiore), un pino selvatico (un bellissimo tasso) e così via. Non ho mai saputo se mi desse risposte di fantasia perché la sua personalità non le permetteva di dire “non lo so” o se fosse solo per zittire il bambino dalle mille domande, però questo tipo di atteggiamento lo vedevo anche quando avevo già bello che fatto il militare e avevo imparato a verificare sempre… quando mi ricordavo di farlo, uno non dovrebbe passare la vita a guardarsi le spalle, metaforicamente parlando ma anche non solo, dalla persona che ti ha allevato. O meglio, colei che ad un certo punto ha delegato il tuo allevamento a tua sorella di dieci anni più vecchia, la quale s’è fatta l’esame di terza media con te fuori che aspettavi frantumando uno per uno una scatola di biscotti Plasmon sbriciolandoli col pugnetto sul sedile della panca dove ti avevano messo ad aspettare… ma questa è un’altra storia.

Le risposte di fantasia, dicevamo, che per colmo di coerenza le davano un fastidio canchero se le dava qualcun altro, forse perché le vedeva come atteggiamento di strafottenza, o forse perché il caso che ci siamo sempre sentiti raccontare da lei riguardava una delle sue migliori nemiche pubbliche: la suocera, mia nonna Lisa (quella cattiva, per intendersi). La storia risale a quando i miei avevano un bar in quel di Este, ignoro l’anno preciso: un cliente stava chiacchierando con mia madre mentre leggeva in un giornale un articolo che riguardava l’alluvione del 1951, e questi lesse una didascalia sotto una foto (citiamo a braccio, per forza di cose): “Un vigile del fuoco che porta in salvo con un’imbarcazione un bambino con la febbre, di Occhiobello”. La mamma era solita a questo punto fare l’imitazione della suocera scimmiottadone il fare di superiorità, la piega sdegnosa delle labbra di chi sta guardando una boassa appena deposta, e la voce dal gorgoglio schifiltoso. Testulamente: “E lei è saltata fuori come fa lei dicendo: <<Sappiamo, sappiamo: la febbre di Occhiobello è una specie di poliomielite!>>”; era una delle storie preferite della mamma, un po’ come quando suonano Fin che la barca va dell’Orietta Berti alle sagre della polpetta.

Le uova della nonna

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Su mia nonna nazi, come la chiama Ale, ce ne sarebbero diverse da dire.

La prima che mi viene in mentre è quella delle uova al petrolio, che mia madre mi raccontò quando avevo circa nove anni (forse… diciamo tra la terza e la quinta elementare): un giorno la mamma mi stava preparando un uovo sbattuto per merenda, ogni tanto ce ne arrivavano alcune di giornata tramite la vicina di casa. Mentre montava l’uovo con lo zucchero, ex aprupto, mi disse:

– Una volta tua nonna Lisa mi aveva portato delle uova perché ti facessi l’ovetto sbattuto. Tu eri piccolo. Gliele aveva date la zia Maria appena tirate su dal pollaio. Io le ho rotte e sentivo un odore strano… mi pareva che puzzassero di kerosene. Telefono alla zia Maria per chiederle e lei si arrabbia. Mi dice: “Come, mia sorella ti ha dato delle uova che san da nafta? Ma io le ho dato sì le uova, e anche una bottiglietta di nafta perché le serviva, ha messo tutto in borsetta. Vuoi vedere che è successo qualcosa?”, poi mi richiama dopo poco avendo parlato con tua nonna: è venuto fuori che la bottiglia aveva perso il tappo e non volendo buttare le uova le ha portate a me dicendomi: “To’, ciapa. Faghe el sbatudin al puteo”. Roba che se non avessi sentito l’odore ti saresti potuto avvelenare.

Il tutto raccontato con un fare teatrale e un crescendo della voce e dello sdegno da fare impallidire Clara Calamai. Che cara persona, mia nonna: sempre pronta a far del bene all’umanità. Mia madre, quanto a destabilizzazione del prossimo e svilimento degli avversari attraverso l’esaltazione del proprio ruolo salvifico non era da meno, tuttavia: si trattava di un gioco nel quale era bravissima.

1 ottobre 197…

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Le scuole iniziarono tardi per me, non mi mandarono all’asilo; ignoro il perché, so per certo che le mie sorelle avevano avuto pessime esperienze all’asilo tenuto dalle suore in quel di Este. Una delle monache le aveva messe in castigo, additandole a tutti gli altri bambini perché indossavano dei pantaloni corti e “… loro vengono dalla Francia e danno scandalo…”. Ora, giustamente uno si chiede che scandalo possano dare delle bambine in età prescolare esponendo qualche centimetro quadrato di pecosso alle compagne della stessa età. La mamma insorse in difesa delle pargole, piume delle sue piume, e andò furente all’asilo per redarguire la suora, minacciando di tenere le figlie se non l’avesse smessa. Forse alle monache servivano anime da reclutare, ma le mie sorelle non erano poi questi gran capi d’opera tali da far gelare il sangue a una qualsiasi suora corazzata da combattimento alla sola idea di non averle più nell’allevamento. Com’è, come non è, all’asilo non ci andai, passando le giornate a giocare a casa, da solo o con le sorelle; mi hanno raccontato di una ragazzina un po’ più grande di me, nostra vicina di casa a Este con la quale devo aver giocato qualche volta attorno ai tre forse quattro anni, ma non ne ho memoria.

Avendo traslocato da Este a Rovigo quando avevo circa cinque anni ho avuto la fortuna di non interrompere mai il ciclo scolastico cambiando insegnante, e cosa non da poco avevo la scuola a trecento metri da casa. Il primo giorno di scuola era il primo ottobre del millenovecentosettanta e ciapa, mia madre mi accompagnò fin sulla porta dell’edificio scolastico e mi lasciò entrare; io, bello come il sole, chiesi al bidello: “In che prima devo andare?” prendendo Felice alla sprovvista. Lui mi accompagnò da una maestra (a caso, come mi fu dato di capire in seguito) che mi tenne in consegna per qualche ora, nel frattempo fu chiarito l’inghippo e la mia vera maestra, Elena Besola sposata Casazza, venne a prendermi per portarmi nella sua classe. Non che sia importante, ma mi sono sempre chiesto perché avesse due cognomi e non capivo come mai ogni tanto la chiamavano con uno invece che con l’altro. Scusabile per un bimbo di sei anni, ma lo stesso giro di pensiero l’ho fatto sulle mie prof di matematica e di lettere in quarta superiore, oltre ad essere in grado di ricordarmi solo a fatica quale fosse il cognome da nubile e quale quello del marito di nessuna delle due. Per far prima le chiamavo “Signora” rivolgendomici direttamente e per nome parlando con gli altri (la Malvina e la Lidia). Anyway, alle elementari fui da subito il cocco della maestra, non so perché in quanto non facevo nulla per esserlo: ero molto lontano dall’avere cognizione di che cosa fosse l’arruffianarsi una persona, per giunta scoprii in seguito che la maestra che mi aveva tenuto in classe il fatidico primo giorno, la signora Barella, mi avrebbe voluto fra i suoi perché le piacevo tanto. Mi piaceva disegnare, andavo bene in matematica, mi piaceva leggere e conoscevo parole che erano sconosciute praticamente a tutti: i libri di Salgàri della Merdaccia mi hanno regalato vocaboli come “scimitarra” che mandavano in visibilio la Besola. Ci godevo… quando facevo i pensierini e le paroline che dovevano contenere una determinata combinazione di lettere usavo apposta parole assurde solo per il gusto di far notare che le sapevo. Un po’ di autocompiacimento sborone non mi è mai mancato. Detestavo le ore di educazione fisica, e anche la ricreazione quando la facevamo in giardino: i miei compagni conoscevano un sacco di giochi che io non avevo mai sentito nominare, oppure giocavano con regole diverse a quelli che conoscevo. Bandus. Che parola era bandus? Credo che servisse a bloccare un gioco quando eri incastrato in maniera definitiva, ma non l’ho mai saputo davvero: non avrei chiesto che cosa voleva dire neanche sotto tortura. E le femmine! Sì, perché non si diceva: le bambine. Eravamo i maschi e le femmine… le femmine, dicevo, conoscevano delle filastrocche che non sono mai riuscito a imparare ascoltando, e nessuno di loro conosceva quelle che mi cantavano le donne della famiglia (madre, nonna, sorelle). Io sapevo “Din don campanon, quatro muneghe sul belcon”, loro qualche cosa che parlava di “sugaman”, però avevamo un terreno comune che era “Ambarabà ciccì coccò”: oh, almeno quello.

Non mi piaceva fare ginnastica perché sono sempre stato abbastanza goffo, e soprattutto quando facevamo gli esercizi toccava mettersi in riga secondo l’ordine di altezza, ed io ero il più basso. Sempre. Fino in terza superiore. Un metro e trenta scarso per tutte le elementari. Sì, c’era forse una femmina più bassa di me, ma non faceva testo perché facevamo file divise. Non ho avuto dei compagni di banco fissi, ogni tanto cambiavamo; in un caso la maestra divise me e un altro perché passavamo le giornate a ridere, e non era bello. Una volta sono stato anche in banco con una femmina, la Claudia, che non vedo più da una ventina d’anni ma con la quale sono sempre in contatto grazie al quel servizio di portinaia telematica che è Facebook. Ogni tanto salta fuori ancora la storia di quando ci cantavamo le canzoncine: “Vulevù… Olandevù… Tu mori!”. Benedetta Amanda! Quando si dice essere intrinsecamente cula… sarà anche un cliché scontato quello per cui la popolazione media dei maschi omosessuali ha delle icone di riferimento in molti personaggi degli anni ’70, specie divi della canzone, ma dubito che un bimbo di quattro anni sapesse che la Carrà era una frociara quando non sapeva nemmeno pronunciarne il nome correttamente e la chiamava “la Ferla”, così come a dieci anni non vedevo di certo il kitsch e l’ambiguità dell’Amanda, solo mi piacevano le sue canzoni. Ricordo benissimo Tomorrow e Queen of Chinatown o Lady in black, e come cambiavo continuamente da una stazione radio all’altra per sentirle il più spesso possibile (adesso è più facile, negli MP3 c’è il repeat!). Già, era il periodo in cui facevo il cagone ostentando di ascoltare musica e volevo anche fare il ballerino, con tanto di numeri da epilettico la sera quando in tv passava qualche stacchetto musicale che mi piaceva. Credo di essermi esibito solo davanti alla Merdaccia, perché dormivamo in camera assieme: è durato poco, dalle medie in poi mi sono buttato sulla classica chiassosa, come Čajkovskij, e facevo ancora lo snob con il ritornello di “voi giovani moderni” rivolto ai miei compagni: ero entrato nel mio periodo “Piccolo Lord Fauntleroy”, che con diverse fasi sarebbe andato avanti fino ai venticinque anni circa.

Čajkovskij che scoprii grazie al Valzer dei Fiori che la figlia della maestra, la Paola, ci faceva ascoltare spesso: ogni tanto veniva a scuola a dare una mano alla madre, ma l’ultimo anno fu lei la nostra maestra perché la madre non venne più a scuola. Seppi anni dopo che era a causa di un esaurimento nervoso. Il quinto anno fu quello in cui mi si chiese di scegliere la lingua da studiare alle medie; risposi “Faccia lei” alla Paola, non avendo la minima idea di come comportarmi. Alla fine dissi “inglese”, ma una volta rincasato i miei mi fecero cambiare per francese, dicendo che mi avrebbero dato una mano tutti. Così eccomi passabilmente francofono, senza utilità alcuna. Ke sé bon tartufon, scemèn de fèr! Hello papagena, tu lè bela comme la papaya!

Durante gli anni avevo legato un po’ con quattro o cinque compagni, curiosamente tre dei quali di nome Paolo (era l’epoca dei Paoli, come i tardi anni ’80 lo furono dei Filippi): venivano qualche volta da me o io andavo da loro, non ero completamente isolato anche se ogni volta bisognava subire un clima pesante tanto prima quanto dopo per le raccomandazioni e i controlli di mia madre. Con loro ho perso i contatti tra le medie e le superiori, come con quasi tutti gli altri delle elementari, né li ho ripescati in maniere moderne via facebook; alle volte cerco i loro nomi, un paio li ho riconosciuti, ma a che pro andare da uno che non vedi da quarant’anni a dirgli “Ciao”?