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Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 54

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L’estate nell’Île-de-France era capricciosa in quell’anno 1775, tuttavia per una forma di riguardo verso il figlio primogenito della Chiesa le ultime giornate di agosto si lasciavano ammirare e godere in tutta la magnificenza della loro calda e lussuosa opulenza. Tripudi di farfalle e imenotteri di qualsiasi forma e dimensione folleggiavano senza sosta sotto i cieli azzurri, mentre il sole splendeva a larghe falde e le murene si muovevano a frotte per la Cour du Cheval Blanc: eleganti, sinuose, nobilissime e orribilmente orgogliose del sangue blu regalatogli dai loro avi e dei propri panier nuovi fiammanti: non è mai esistita un’accolta di gente più pericolosa e più scintillante dei cortigiani di Versailles.
Luigi XVI e tutta la famiglia reale agitavano i fazzoletti bianchi in direzione di un lungo serpente di carrozze che si muoveva lento e maestoso lasciandosi Fontainebleau alle spalle, puntando indefinitamente verso il sud: le vetture e un’enorme chiatta trasportavano Madame Clotilde ed il suo seguito verso Chambéry per la cerimonia della rémise: laggiù finalmente Sua Altezza Reale le Gros Madame avrebbe smesso (per quanto possibile a parole) ufficialmente di essere la sorella de re di Francia per diventare la Principessa di Piemonte.
Il cornac incitava gli elefanti che trainavano la chiatta cantando delle strofe di viaggio:

It’s a long way to Tipperary,
It’s a long way to go.
It’s a long way to Tipperary
To the sweetest girl I know!

Madame Clotilde batteva il piede a ritmo, e si unì al cornac cantando a modo suo:

Goodbye, Fontainebleau.
Farewell, Choisy-le-Roi!
It’s a long long way to… Chambérary,
But my heart’s right there.

Madame de Marsan, Governante dei Figli di Francia ed affezionatissima alla principessa, era stata graziosamente sollecitata dalla regina in persona ad accompagnarla nel penultimo viaggio: in realtà Maria Antonietta sarebbe stata felice di sbarazzarsene per sempre e che quello fosse l’ultimo viaggio (in senso buono, per carità) di m.me de Marsan, ma si accontentava del penultimo.

– Madame, contegno. Con tutto il bene che vi voglio, questa non è una canzone adatta a voi.

M.me de Marsan era seconda solo a M.me de Noailles nel saper usare l’etichetta come un machete, ma era molto più simpatica: non che questo fosse un grande primato, essendo come scegliere tra la pece bollente e il sale sulle piaghe. E per la gioia dei più buoni, nei giorni seguenti si sarebbero messi in viaggio anche Monsieur e Madame, i Conti di Provenza, perché passando per le stesse tappe dopo la Ciccionilde sarebbero apparsi più magri.

Una volta giunti a Chambéry tutto si svolse secondo quanto stabilito dall’etichetta: la rémise fu fatta sul Pont des Voisins, che è metà territorio francese e metà sabaudo; i nemici della sposa erano da un lato, e quelli dello sposo dall’altro. Svestire Gros Madame per farle abbandonare tutto ciò che potesse essere francese fu un lavoro considerevole ma qualcuno doveva pur farlo, e non fu mai arduo quanto rivestirla una volta dall’altra parte del ponte: il personale di Versailles era abituato da lunghi anni di pratica, i piemontesi no; dalla loro avevano solo una discreta abilità circense che gli permetteva di alzare tendoni da circo in dimore signorili ad ogni occasione. Terminata la cerimonia la principessa appariva commossa, forse perché sapeva che dopo non molto tempo avrebbe incontrato la suocera, Maria Antonietta di Spagna, che sua cognata la Contessa di Provenza chiamava familiarmente mamita.

L’arrivo a Torino si svolse in gran pompa, Vittorio Amedeo III aveva un leggero complesso di inferiorità nei confronti della Francia anche se non lo voleva far sapere a nessuno; balletti di marchese e tripudi di guardie a cavallo affiancavano la chiatta che scivolava lungo il Po, mentre all’approdo era stato eretto un palco per la famiglia reale, che di lì avrebbe poi accompagnato la nuova principessa di Piemonte a palazzo. Dall’alto della sua postazione d’onore la regina di Sardegna scrutava la chiatta con l’ausilio di una piccola lorgnette telescopica. “Perdonate Querido, ma esta Ciccionilde non ve pare un pochito troppo bassa?” chiese a Vittorio Amedeo, indicandogli un punto preciso sul ponte dell’imbarcazione. “Madame, temo che stiate guardando un grosso gatto con la parrucca che saluta la folla con la manina a tulipano, non nostra nuora”. “Minkia, seguro che se el gato è aquì…” rispose Maria Antonietta con un tremolio stizzito nella voce, paventando un pericolo imminente.

Due giorni dopo tutta la famiglia reale, con membri nuovi e vecchi, era riunita nella corta d’onore del Palazzo Reale di Torino. Ai loro lati erano schierati i nobili più chic del territorio sabaudo per assistere allo spettacolo del giorno, ossia l’arrivo di una coppia di dodo (più che di colombi) in visita alla famiglia: Luigi Stanislao Saverio di Francia, Conte di Provenza, e sua moglie Maria Giuseppina di Savoia, in arte Giupa, all’epoca eredi presuntivo della Corona di Francia e signora. Finalmente una grossa berlina verde scuro con le ruote gialle fece il suo ingresso dondolando con l’apparenza di un enorme aspic di prugne sull’acciottolato del piazzale; ed era appunto di velluto color prugna l’abito che cercava di ricoprire con fatica l’uomo che uscì dalla vettura, velluto coloro prugna, passamanerie color bronzo e camicia di pizzo San Gallo.

– Pardonnatemi, amisci, se non riesco a nascondere l’emossion che mi sussita incontrare finalmente la famillia di mia moglie che è anche la mia… disse il Conte di Provenza mentre accennava il gesto di asciugarsi una lacrima dall’angolo dell’occhio destro.
– Monsieur, vi prego, siete dispensato dalle cerimonie per quello che mi riguarda. Sono già abbastanza felice perché posso riabbracciare mia madre, lo ammonì bonaria Maria Giuseppina.

Dall’imperiale della carrozza una voce puntualizzò: “Macché commozione, a Vostra Altezza Reale è solo andato di traverso il panino con la mortadella che ha appena mangiato!”. Donna Sofia di Collegno, contessa di Savonera riusciva ad infiltrarsi ovunque, come ben sapevano Giupa e sua madre.

Maria Antonietta baciò cerimonialmente la figlia, poi le prese le mani tra le sue e le chiese:

– Vi trovo in splendida forma, niña. Come state?
– Mamita, se devo essere onesta da quando sono in Francia mi sento come se mi avesse investita un uragano.

Comme un ouragan
qu’est passé sur moi,
l’amour a tout emporté.
Dévasté ma vie,
des lames en furie
qu’on ne peut plus arrêter.

Comme un ouragan,
la tempête en moi
a balayé le passé

Allumé nos vies,
c’est un incendie
qu’on ne peut plus arrêter.

– Caspita, pequeña, la vostra vita dev’essere davvero piena ed intensa… Y quando credete che mi regalerete un nipotiño o dos?
– Mamita, ma avete visto mio marito? Temo che farei prima a farmeli affittare dalla Smargiassa, non credete?

Maria Antonietta squadrò con occhio da chirurgo il corpulento genero e crollò la testa sconsolata.

– Minkia, seguro! Spero che ve la caviate bene con l’uncinetto, Giupita.

Diario di viaggio, capitolo dodicesimo: un bel gioco dura poco!

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Non so se sia un proverbio, ma la nonna me lo diceva sempre: un bel gioco dura poco, e infatti siamo arrivati all’ultimo giorno di soggiorno a Versailles. Governo ladro. No, non piove ma è un dogma, un assioma: ogni governo lo è, indipendentemente dal colore, dal periodo storico e dal luogo.

Lasciamo le valige in albergo dopo aver liberato la stanza, quindi siamo vincolati a non andare troppo in giro: ma chi ne ha bisogno, avendo a portata di voce il castello? Facciamo una colazione robusta (sì, come se gli altri giorni ci fossimo tenuti leggeri) dalla nostra solita spacciatrice di brioscione e dolcetti vari, poi aspettiamo al cancello principale il mio amico che lavora a palazzo, e che quel giorno era libero e si era offerto di farci da guida: oltre a conoscerlo molto bene per motivi di lavoro è un patito quanto noi, fa anche rievocazioni storiche con tanto di abito da cardinale e collier dell’Ordine dello Spirito Santo. La nostra solita fortuna fa sì che le visite guidate non siano previste la domenica, ma non sappiamo perché; non importa, una grigliata di improperi ai danni dell’organizzazione della RMN non ci sta mai male, è un po’ come quel vecchio detto cinese: “Quando torni a casa picchia tua moglie: tu non sai perché ma lei di sicuro sì” (lo so che è sessista, ma rende bene l’idea). Il mio gancio ci chiede: “Allora, ragazzi, che volete vedere?”, e noi: “Ah, TUTTO!”. Tracciamo in fretta un piano di battaglia: i grandi appartamenti son sempre quelli e li possiamo fare con calma, ma l’appartamento delle tre vecchie è stato riallestito di recente, pertanto ha la precedenza; poi il parco (visto che sta per piovere) e per finire tutto quello che resta, anche in base ai nostri tempi di marcia. Il momento è magico, alle nove de mattino, appena aperto, siamo quasi i primi: riusciamo perfino a sentire ticchettare gli orologi, per lo meno quando il signore arrivato prima di noi la pianta di sbattere i tacchi camminando col passo dell’oca. Il resto della folla si riversa dritta come una colata lavica seguendo il percorso standard. Gente senza immaginazione. Tiè!

Ci sono delle cose nelle stanze dell’Adelaide e della Vittoria che mi piacciono da sempre, come l’enorme letto alla turca di Madame Victoire: in passato lo credevo un divano, e pensavo che Victoire dovesse essere grossa come un tricheco per aver bisogno di tutto quel posto per poggiare le auguste terga; poi c’è l’organo di Madame Adélaïde, pezzo molto bello e che faccio fatica a collegare a una donna tanto antipatica, e accanto a lui, sulla parete alla sua sinistra, il quadro di Nattier che la ritrae mentre solfeggia, con addosso un abito blu con delle decorazioni di pelliccia. Quello che mi dà sempre un po’ di perplessità è l’effetto fotocopia: sono tutte uguali e tutte ugualmente levigate e imbellettate come delle bambole olandesi o come Mary Poppins, ci vorrebbe un patto col diavolo per sapere davvero che fisionomia avessero le figlie di Luigi XV da giovani. È tuttavia lo stile di Nattier, anche altre dame hanno le stesse caratteristiche, però il fatto di avere un canile di bambine reali da ritrarre lo ha senz’altro aiutato: mi ricorda un vecchio film con Totò, Totò, Eva e il pennello proibito, nel quale Totò interpretava Antonio Scorcelletti, un pittore specializzato in copie che doveva dipingere la Maja Desnuda con una camicia, e finisce per fare anche la Maja in mutande, la Maja in bikini e così via.

P. S.: organo, in veneto, si dice principalmente di una persona sciocca. L’organo dell’Adelaide potrebbe non alludre al possesso dello strumento musicale, ora che ci penso.

Finito il… giro vecchie usciamo, giusto in tempo per vedere da lontano un uomo sulla sessantina avanzata che si accosta alla facciata del castello, si gira e lascia come souvenir una pozza sul terreno tra le finestre del Grand cabinet dell’Adélaïde (la stanza dell’organo, per intenderci). No, ma con tutti i cespugli che ci sono in giro, nonno? Capisco che tu possa avere le suste molle ma falla nei campi! Mi giro stravolto verso il mio amico per cercare conforto, e lui mi dice che il castello ha visto di peggio: un giorno, all’ora di chiusura, una delle guardie stava sospingendo il pecorame degli ultimi visitatori verso l’uscita, e passando attraverso le stanze dell’Adélaïde avvertì una puzza tremenda. No, non è lei che è tornata a casa, è come nel celebre aneddoto secondo il quale una nobildonna cieca riconosce Versailles solo quando scoppia la condotta delle fognature. Cerca l’origine del fetore, scosta una tenda e si accorge che qualcuno aveva pensato bene di accovacciarsi sul parquet per proseguire la visita del castello tre chili sopra il cielo. Passi che di bagni a palazzo ce ne sono pochi, passi che nei secoli andati era normale fare la cacca nel giro scale, ma come cavolo ha fatto uno a mollarla in pieno castello senza farsi beccare, che se ti avvicini un po’ di più anche solo al bordo di un tappeto ti piombano addosso come i falchi? Misteri. Certo è che le vecchie Mesdames sembrano stimolare… Ci dirigiamo verso l’Escalier des Cent marches per iniziare il giro del parco, cercando anche di sbrigarci perché comincia a piovigginare. Pochetto, qualche goccina ma scoccia lo stesso. Faccio sempre correre lo sguardo sul parterre dell’Orangerie, è semplice eppure imponente e maestoso, lo preferisco ad altri angoli del parco molto più elaborati (per quanto si sappia che per me il troppo non è mai abbastanza in certi casi), così come preferisco l’Encelado ad una fontana più tronfia e baraccona come la Francia Trionfante.

Andando verso il Bosquet du Roi salta di nuovo fuori il particolare dei pitali e del bois merdeux: non so, mi fa sempre ridere pensare che il luogo preferito per le passeggiata del Re Sole e della Vecchia Mona Maintenon sia diventato noto come bois merdeux, e che tuttoggi lo strano senso dell’umorismo dei sorveglianti del castello faccia sì che l’incarico di presidiarlo -e quindi di qualificarsi e rispondere col nome della postazione come di prassi nelle comunicazioni con la centrale- con questo epiteto sia riservato alla persona più scocciante del turno, così come la sorveglianza al Bassin du Dragon sia spesso assegnata ad una donna dotata di pessimo carattere. “Allô, c’est Bois Merdeux…”; “Allô, c’est le Dragon…”… per fortuna non c’è un viale, un cancello o un’aiola dedicata a m.me de Maintenon, o ci sarebbe anche un “Allô, c’est la Vieille Conne…”. Rivedo alla luce del giorno il Ratto di Proserpina nel Bosquet de la Colonnade, mi fa sempre piacere trovo che sia una bella statua e perché questo mito di Kore mi rimanda alla figura di Ecate, che aiutò Demetra nella ricerca della figlia rapita.

Tornando nei ranghi, devo dire che rivedo la Colonnade meno volentieri, tra i diversi boschetti di Versailles è quello per me più pesante. Perché? Perché quel porco di Luigi XIV, il cui tutt’altro che buon gusto fu stato assecondato da Mansart, volle un giocattolo nuovo! “Voglio un colonnato di marmo con delle grosse fontane”… ma tacere no, eh? Per riuscirci dovettero giocare d’astuzia: Mansart spinse Luigi ad approfittare del viaggio in Italia di Le Nôtre per far abbattere il Bosquet des Sources preesistente e mettere il giardiniere, suo nemico personale, davanti al fatto compiuto. Luigi, a tempo debito, portò Le Nôtre a vedere il nuovo capo d’opera, che rispose schifato: “Sire, Vostra Maestà ha fatto di un muratore un giardiniere, e lui vi ha servito un piatto della sua specialità”.

Il vagare per il parco con un fotografo dilettante impazzito e una guida che conosce i giardini meglio di quello di casa propria ha dei vantaggi indiscutibili. Io non sarei mai riuscito a immortalare il neo-restaurato gruppo delle statue del Bosquet des Bains d’Apollon con la mia defunta compatta, Ale ha una reflex e si vede. Davanti alla grotta noto uno scavo, una buca di circa due metri per uno di larghezza e uno di profondità. Non c’è nessuna scavatrice in giro, e giacché sono ingenuo penso che lavorino di notte a chissà che miglioria al giardino e di giorno facciano sparire i macchinari. Un po’ cazzoni, anche: la fossa non reca alcuna segnalazione di pericolo… buffo, t’immergono i malleoli nell’olio bollente se urti un filo d’erba, e poi non si preoccupano se caschi di grugno in una fossa degli stradini; mah, i misteri della burocrazia versaillese faranno sì che non ci sia un modulo apposito per sporgere reclamo in caso d’inadempienza riguardante le norme di sicurezza, mi dico. Una vocina mi sussurra all’orecchio: “Brutta, vero?”. Trasecolo, esterrefatto, un impeto di nausea mi assale poi uno di dispetto: la buca è una scultura! Di non so più quale sedicente artista moderno. No, ma scherziamo? Io mi sono sentito rimproverare da una guardia perché la sera delle acque ho inavvertitamente toccato il perimetro di un’aiuola con un calcagno mentre mi spostavo per far passare una signora con evidenti problemi di movimento (del resto, nella calca li abbiamo un po’ tutti), e al primo ebete che passa per strada lasciano scavare una voragine di due metri cubi a scopo artistico? Ma va’ a dar via i ciap!

Il nuovo sopralluogo dei Grandi Appartamenti non ci riserva molte sorprese, vuoi perché tra un po’ potremmo anche fornire la documentazione fotografica alla sovrintendenza per dirgli dove devono essere inviate le femmes de chambre per togliere le ragnatele e dove la polvere più brutta, vuoi perché nel pomeriggio subentra gradualmente lo svacco perché dopo poche ore dovremo tornare in Italia.

No, non è bello, ma al momento non possiamo fare altrimenti. Io l’ho buttata lì, se proprio proprio non c’è bisogno di un nuovo inserviente a palazzo posso sempre fare il colf per uno qualunque degli occupanti di uno degli alloggi di servizio: mi dicono ce ne siano diversi per le cariche più disparate, compresi un paio di pompieri. Oh, se serve per incoraggiare posso fare le pulizie con solo il grembiulino addosso! Va bene anche quello mio in pvc trasparente con i pesci rossi che mi segue diligentemente da anni attraverso i vari traslochi.

Non poteva mancare la nota stridente: quando siamo arrivati alla Gare de Lyon abbiamo scoperto un sacco di treni soppressi, avevamo paura che la stessa sorte toccasse anche al nostro e invece abbiamo avuto fortuna. Oddio, fortuna… già toccava tornare indietro, e per giunta su un treno come quello… ma non importa, ho scoperto che in una soffitta del castello sono nascoste le casseforti di Versailles! Non so che cosa ci sia dentro, ma roba di poco conto non credo, se non è stato restaurato il tetto in quel punto per evitare rischi di furto. Occhio, gente: torneremo, e allora saranno affari vostri!

Diario di viaggio, capitolo undicesimo: oh oh, mi è semblato di vedele un gatto!

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È l’alba di una nuova giornata e noi rispondiamo impavidi al richiamo della sveglia, rincoglioniti come dei pipistrelli nel pieno sole di mezzogiorno. Amo’, che famo? Hai già caricato la batteria? Ti ricordi come si fa? No? Ti faccio vedere io… pardon, esco subito dalla modalità “Le conserve di Camilla” prima che si spaventino i bambini e che alle persone con un minimo di nerbo venga voglia di menarmi a sangue. Oggi riprendiamo da dove avevamo lasciato ieri, causa sfinimento della macchina fotografica: il Louvre, solo che oggi abbiamo poco tempo: di norma il museo è aperto solo dalle 9.00 alle 18.00, tranne il mercoledì e il venerdì con orario prolungato fino alle 21.45. Sì, il giorno prima avevamo approfittato dell’orario prolungato mettendo il Louvre in coda agli altri musei prevedendo un ritorno il giorno successivo; non abbiamo mancato di restar basiti vedendo gente mettersi in coda alla biglietteria alle otto di sera: la cosa ci è sembrata strana, che vedi in un’ora al Louvre? Giusto una spucciatina a quella stortignaccola della Gioconda e poi il personale arriva con la lavapavimenti a motore per scoparti fuori! De gustibus…

La coda, questa sconosciuta: mai come in questi momenti apprezzo l’esistenza di metodi tagliafile come l’acquisto on line oppure i pass prepagati: noi, con la nostra migliore faccia di tolla e sorriso da squalo, saliamo e scendiamo le scale del Louvre come se fossimo dei ballerini di fila di Wanda Osiris, mentre la moltitudine lì fuori è ridotta a muovere un passo ogni quindici minuti. La visita procede come d’abitudine: totalmente, completamente ed assolutamente a caso, la mappa del museo è solo un ammennicolo da portare in giro in tasca e addosso alla quale bestemmiare in dialetto cardassiano circa ogni venti passi. Obiettivi certi: l’Egitto, i gioielli della Corona, la statuaria antica, le gallerie dei ritratti, magari anche la scultura francese e poi si vedrà. Ho sempre subito il fascino della terra di Kemi, pur conoscendone poco la storia: è molto lunga e complessa, e io sono troppo pigro e scarsamente paziente per mettermi a studiarla con metodo e profitto; mi affascinano sempre la raffinatezza e la tecnica con la quale gli Egizi riuscivano a realizzare dei manufatti che tuttora ci mettono in crisi quando cerchiamo di capire come li avevano realizzati, così come l’infinità varietà di forme del pantheon e delle espressioni del mito. Così, passi tra le sale e ti fai rapire dai colori di una stele votiva, ti lasci cullare dalle statue di Sekhmet che erano nel tempio di Mut a Karnak, e poi ci resti di cacchenberg quando vedi due figurine rappresentanti Akenaton e la moglie e ti rendi davvero conto che la strombazzata bellissima Nefertiti era fatta come il sacchetto dell’umido.

Lassù, sullo scalone che da lei prende il nome, vedo stagliarsi la Nike di Samotracia, probabilmente la più bella statua che sia conservata al Louvre: di sicuro che la più bella che io abbia visto, la preferisco anche alla Venere di Milo; la Venere ha la bellezza, ma sulla Nike si sente e si vede ancora spirare il vento. Contrariamente a molti non ho mai trovato un grande interesse in tutta la teoria di vasi, anfore, suppellettili e così via: sono una gazza ladra, apprezzo i manufatti preziosi e i gioielli, non il coccio dipinto; mi piacciono le immagini, statuarie o meno, che spesso posso ricollegare ai differenti miti e quindi mi dicono qualcosa. Così come m’incuriosisce molto l’idea sottesa alla statuaria celebrativa: il pezzo grosso di turno che si fa ritrarre con attributi divini, o lo fa il suo successore per stabilire bene nella testa della gente che se babbuzzo (o chi per lui) era un dio o un semidio lo è per forza anche lui e quindi comanda lui, e zitti. La legittimazione del potere temporale attingendo a quello divino attraverso l’iconografia non è un’invenzione né dei greci né dei romani, tanto per dire i faraoni prima di loro proclamavano la loro origine divina e di essere dèi incarnati; è la stessa sblinda visionaria di Luigi XIV e del suo mito solare. Sì, il Re di Francia non è figlio del suo dio, sarebbe pretendere un po’ troppo (e pensando a quanti deficienti hanno poggiato le auguste chiappette sul trono dei gigli verrebbe anche da pensar male della genetica divina, il che non sarebbe simpatico): si proclama Luogotenente di Dio sulla terra, e Figlio Primogenito della Chiesa appoggiandosi sulla pretesa del battesimo di Clodoveo, primo tra i re più o meno barbari a convertirsi alla parola del papato.

Con la scusa della riapertura delle sale dove sono state allestite le stanze tematiche che abbiamo visto il giorno precedente la Galerie d’Apollon, dove di solito erano esposti i pezzi più interessanti dei gioielli della Corona, è stata quasi svuotata: la collezione di tabacchiere, per esempio, è stata spostata in massa nelle nuove sale. Imprecando ci trasformiamo in una specie di replica non autorizzata di Cacciatori di Tesori, e seguendo l’istinto -perché se stiamo ad aspettare le scarne nozioni dateci dalla mappa del museo facciamo tempo a morire- esploriamo con pazienza tutto il primo piano, con la difficoltà di capire bene quale fosse il primo piano perché con tutto quel va e vieni di scale e corridoi pare di muoversi in un disegno di Maurits Cornelis Escher. Finalmente riusciamo a trovare la corona di Luigi XV, che per quanto sia un po’ caciarona è sempre un capo d’opera nel suo genere; non è sola, con un po’ di pazienza (e sparsi come le virgole nelle lettere del mio capo) troviamo la spada e gli speroni usati nella cerimonia dell’incoronazione a Saint-Denis, le cappe di alcuni cavalieri dell’Ordine dello Spirito Santo e il presunto cordon bleu di Luigi XVI e il Régent. No, non Philippe d’Orléans il figlio di Liselotte, ma il diamante grosso come una noce di cocco. Philippe c’era, ma in mezzo ai ritratti, tutto da un’altra parte.
Ah, fonti attendibili mi fanno capire che sia stato spostato tutto di nuovo, forse hanno finito di spolverare la Galerie d’Apollon e ci hanno rimesso dentro la ratatuja.

La fame incalza, si va alla ricerca di un po’ di carburante. Curiosamente al Louvre non sei obbligato a mollare lo zainetto al guardaroba, per cui qualche cosuccia da spiluccare te la puoi anche portare dietro perché la coda ai vari punti di ristoro è come quella sul grande raccordo anulare di Roma alle otto del mattino; però non è che uno possa campare tutto il giorno di un pacchettino da 40 grammi di mandorle sgusciate e un fico secco: siamo al Louvre, non nell’ufficio di Miranda Priestley a vestire il diavolo di Prada.
Oltre ai vari pseduo-baretti, che sono l’equivalente dei chioschi da strada con un bancone al posto del baracchino c’è una cosa che pare la replica del Café d’Orléans di Versailles: una tavola calda pretenziosa, una specie di via di mezzo tra il Mac e il supermercato. Senza infamia e senza lode, non troppo economico ma non un furto, e si riesce anche con un po’ di pazienza a trovare della verdura da mangiare, oltre ai panetti col pollo tandoori che peraltro sono ottimi; peccano un po’ sui dolci, ma visto che non ci si deve passar la vita lì dentro si po’ anche cercare di farsene una ragione, no? L’evento della giornata è stata una cosa che a raccontarla ha dell’incredibile: mentre facevamo la fila noto un ragazzo giovane, di poco più di venticinque anni, che mi guarda sorridendo. Mi dico: “Tiè, ho fatto colpo anche a Parigi… peccato che tu abbia vent’anni di ammanco e io un moroso in più”; poi vedo Ale che si dirige verso di lui e mi chiama… che c’è? Il moretto ci invita a una festa? No, il moretto è un ragazzo che non vedo da quando ho traslocato nel veneziano e lui s’è messo a fare il giramondo: Marco, questo è il suo nome, è il figlio dei padroni del bar dove facevamo sempre colazione quando abitavo nell’altra casa, e che volendo darsi alla cucina di un certo livello era andato dopo gli studi in cerca di fortuna a Londra, poi a Milano. Ora lo ritroviamo qui, da qualche mese a Parigi per perfezionarsi, e la casualità oppure la magia intrinseca di luoghi come Parigi ce lo hanno fatto incontrare, per giunta in un affollatissimo museo, nonostante le possibilità infinitesimali che questo accadesse.

Finito pappa, baci e abbracci, vediamo che il tempo stringe e ci conviene darci una mossa: saltiamo la pittura olandese, giusto qualche saluto rapido ai ritratti di Van Dyck dei vari parenti di Liselotte (nel suo periodo inglese il pittore ritrasse Carlone I Stuart e una barca di suoi parenti vari, fra cui Rupert del Palatinato e suo fratello Karl Ludwig, il babbo di Liselotte: sì, riesco a farla saltare fuori dappertutto, basta impegnarsi un po’). Nessuno ha mai provato a fare fotografie ad un quadro grande come un campo di calcio senza un treppiede e cercando di farlo stare tutto nella foto? Ci vuole pazienza, anche avendo un obiettivo stabilizzatore. Il più è tenersi la pletora di cinesi e giapponesi fuori dei fenicotteri, che oltre a passarti in mezzo alle foto sul più bello, ma ringhiare come orsi se tu osi solo puntare la macchina sul quadro che stanno fotografando loro, hanno anche la pessima abitudine di sputacchiare in giro a caso e di omaggiare i cessi pubblici di rituali impensabili: non abbiamo mai capito perché una signora americana debba impiegare meno di un quinto del tempo a lavarsi le mani (porta aperta, si vedeva bene) rispetto a un’omologa giapponese, che però ha avuto anche l’accortezza di asciugare il lavandino dalle gocce d’acqua con una salvietta di carta non appena finito. Non so, mi sono figurato la signora in preda ad un attacco ossessivo compulsivo che ricominciava a lavarsi le mani perché la salvietta era sporca, per poi asciugare di nuovo il lavandino, per poi rilavarsi ancora… no, è che in realtà stavo per esplodere, e fuori dal bagno degli uomini il casino era identico. Ricordate, gente: mai aver necessità di un bagno pubblico al Louvre, fate il possibile per evitarlo se non avete alternative. Ci sono? Forse si, ma nel dubbio: digiuni e senza bere! Ci sono davvero? Così si dice, ma non sono educati: questa sarà un’altra storia.

Dopo aver percorso in lungo e in largo le corti Marly e Puget ci avviamo, io mi sentivo come ubriaco: usciamo dalla hall Napoléon attraverso la piramide (‘n’altra roba che non sopporto, la minkiopiramide). Per farlo dobbiamo percorrere un corridoio, stracarico di gente come sempre, sgomito a destra e a mancina per evitare di farmi travolgere e, ad un certo punto, la vedo. Bella, chiara, radiosa anche se dapprima tremolante: “Ah! Vedo la luce in fondo al tunnel! Siamo quasi fuori!”. Ale replica: “Vai nella luce”… Melinda Gordon ha fatto più vittime del previsto.

Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 53

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D’estate, quando Sirio si abbina al Sole dall’alba al tramonto, il caldo e l’umidità rendono arduo arrivare a sera, anche se si vive e lavora in un luogo dove una volta sorgeva un mulino a vento, per cui il vento il rimasto lì anche dopo la demolizione del mulino. Si combatte l’afa bevendo vini di Champagne rinfrescati immergendo le bottiglie direttamente nel Grand Canal, caraffe di mint julep, bottiglioni di mojito e scofanandosi mastelli di gelo all’anguria e di cassatelle di sant’Agata; c’erano anche i temerari che azzardavano delle immersioni nelle acque della Pièce d’eau des Suisses, ma spesso la fatica si rivelava essere maggiore del divertimento. L’unica persona che durante i giorni della fine della canicola cercava di sudare il più possibile era Madame Clotilde, più nota col nomignolo di Gros Madame , perché sperava di perdere almeno mezzo millimetro di giro vita prima di infilare il suo abito da sposa.

Finalmente, il giorno che ogni donzella di buona famiglia aspetta con ansia (figurarsi una principessa di casa reale) era arrivato: la mattina del 21 agosto 1775, nella cappella reale di Versailles, le Gros Madame avrebbe sposato per procura Sua Altezza Reale Carlo Emanuele Ferdinando Maria di Savoia, Principe di Piemonte, rappresentato in quell’occasione dal futuro cognato, Re Luigi XVI. I preparativi fervevano da giorni e avevano creato non pochi problemi logistici a m. Papillon de La Ferté, l’intendente dei Menus Plaisirs, che curava l’organizzazione di ogni minimo evento a Corte. Aveva dovuto accantonare l’idea di far scoperchiare il tetto della cappella o di far togliere la porta e le colonne per via dei costi eccessivi, si era limitato a rimuovere temporaneamente tre vetrate adiacenti per far entrare il sistema di carrucole e paranchi necessari per calare le Gros Madame con tutto il suo abito nuziale all’interno del locale.  L’abito era semplice ma suntuoso allo stesso tempo, un velo bianco leggero a coprire il capo, un corsetto color avorio ad inguainare come avrebbe potuto le spalle e la persona della principessa, con una cintura chiusa da un grande cameo e una gonna con un ampio panier ricoperto da diversi strati di tulle e di broccato; il merito della creazione andava a m.lle Bertin per il disegno e a m. du Canapé de Chateau d’Ax per i tessuti.

Il Re faceva la sua figura indossando un abito di velluto cremisi con il collare dell’Ordine dello Spirito Santo; affiancava la sorella e con aria perplessa chiese:

– Sposarmi, Sire.
– Ma per mille cardini, io ho già una moglie e poi voi dovete sposare M. il Principe della bagna cauda!
– Il Ciumbia lo devo sposare sul serio ma a casa sua, mentre noi due ci sposiamo per finta: non mi potete impacchettare e spedire con la posta celere a Torino senza prima aver fatto di me una donna regolarmente maritata.
– Piano col filo, che la polenta è poca: non vi mando via posta perché con quello che costa al chilo finisce che M. Turgot mi toglie il saluto. Ho già fatto armare una chiatta con tutto il necessario, e andrete via fiume per il maggior tempo possibile.
– Madame, aiutatemi voi… – Disse Clotilde indispettita rivolgendosi alla cognata.
– Siate paziente, sapete benissimo come funzionano certe cose. Del resto, a suo tempo è successa la stessa cosa anche a me.
– Come? Avete sposato il Ciumbia anche voi? – Chiese con aria inebetita Luigi XVI a Maria Antonietta.
– Ah per carità, mi mancherebbe solo quella. No, io non sono mica una di quelle Asburgo tascabili che fanno sposare al primo che passa per strada: intendevo dire che prima di sposarvi ho sposato mio fratello a Vienna.
– Oh santi numi! La Teresona mi ha rifilato un’arciduchessa usata? Siete stata una Delfina bigama? E quindi io sarei… sarei… sarei… ecco, lo sapevo che aveva ragione mia zia Adelaide!
Madame Clotilde versò qualche lacrima, forse per l’emozione o forse per la rabbia. Il fratello le chiese:
– Piangete, Madame?
– Sì, per quanto io sia felice di andare in sposa oltralpe non posso fare a meno di pensare che tra poco tempo mi allontanerò per sempre dalla mia famiglia, da m.me de Marsan, e da tutte le persone cui ho voluto bene.
– Su, non dite così… come si dice… non perdiamo una sorella ma acquistiamo un nuovo fratello!
– Eh, buonasera… credete anche agli UFO? Rispose stizzita la principessa. Io sono stanca di parole inutili, di essere blandita con l’etichetta; io vorrei… vorrei…

– Vorrei due ali d’aliante
Per volare sempre più distante
E una baracca sul fiume
Per pulirmi in pace le mie piume
Un grande letto sai
Di quelli che non si usan più
Un clavicembalo rotto
Che funzioni però
Quando sono giù un po’.

Non voglio mica la luna
Chiedo soltanto di stare
Stare in disparte a sognare
E non stare a pensare più a te!

Da un angolo della chiesa si sentì distintamente il rumore sordo di qualcosa che cozzava contro i pilastri marmorei che decoravano la cappella reale; dopo aver ascoltato la conversazione un grosso gatto rosso di nome Katz Rex, Graf auf und zu Katzenham, stava dando delle testate alla colonna, mettendo a dura prova la parrucca preparatagli la mattina da Léonard.

La sera si tenne un grande banchetto per festeggiare, cui fece seguito un bal paré veramente magnifico. La Regina vi intervenne assolutamente splendida, in un abito disseminato di fiori di oleandro, non troppi diamanti e delle piume non esageratamente alte. Marie-Antoinette aprì le danze da sola perché il real marito non se la sentiva; riuscì ad aggirare diplomaticamente le norme dell’etichetta che le impedivano di girare la schiena al Re durante i primi due balli stando in piedi al suo fianco e dando istruzioni ai partecipanti.

One, two, three, four, five, six, seven, eight!
Dormire!
Salutare!
Autostop!
Starnuto!
Camminare!
Nuotare!
Sciare!
Spray!
Macho!
Clacson!
Campana!
Ok!
Baciare!
Saluti!
Saluti!
Superman!

Ok, ragazzi: adesso cerchiamo di farlo meglio! Ricordatevi che si parte sempre da dormire. Fate attenzione alla differenza tra camminare e nuotare, e nel finale due volte i saluti. Fatelo bene!

Le tre vecchie Mesdames erano nelle loro poltrone come degli avvoltoi in cerca di carogne e scuotevano la testa disapprovando, ma per la Regina non era una novità: sapeva fin troppo bene che il giorno seguente Madame Adélaïde avrebbe redatto delle note per i gazzettieri che l’avrebbero coperta di ridicolo, nella migliore delle ipotesi. Monsieur il Conte d’Artois, ben noto per la sua indole festaiola e fatua, non aveva alcuna intenzione di perdere neanche una briciola del divertimento: si avvicinò alla principessa de Lamballe e la trascinò nelle danze: “Cugina, vi prego. Tanto ir mi cugino è morto da mo’, non avete scuse per negarmi un giretto. E a Carletto vostro un si pole negare nulla!”. Prendendo la mano sinistra di Maria Teresa con la destra la portò in mezzo alla sala canticchiando un motivetto e iniziando una danza fatta di saltelli e di gesti fatti con le mani:

Dale tu cuerpo alegria macarena
tu cuerpo dale alegria y cosa buena
dale tu cuerpo alegria macarena
eh… macarena!
Macarena tiene un novio que se llama
que se llama de apellido Vittorino
en la jura de bandera del muchacho
se la vio con dos amigos…

Diario di viaggio, capitolo decimo: cinque, uno dopo l’altro!

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Siamo rimasti soli, le nostre donne sono tutte tornate in Italia.

Che fare? No, accasciarsi in un angoletto buio e singhiozzare non è nel nostro stile; ci si muove, no? Giornata da ex dimore private diventate museo. Arriviamo a Parigi di buon mattino per passeggiare un po’ per il Marais mentre aspettiamo l’apertura del Musée Carnavalet, il museo dedicato alla storia parigina dalle origini ai nostri giorni; è un posto che mi è sempre piaciuto molto, ci vado ogni volta che mi reco a Parigi, e ho attaccato il vizio anche ad Ale. La storia del palazzo che lo ospita è lunga, inizia verso la metà del ‘500, deve il suo nome a una sua proprietaria, la vedova di un signore bretone che di cognome faceva Kernevenoy, che fu rapidamente deformato in un più semplice Carnavalet dai parigini. È a metà del ‘600 che Mansart lo risistema su ordine del proprietario del momento, e dopo qualche anno passa di mano e nello stesso tempo acquista una locataria d’eccellenza: Marie de Rabutin Chantal, marchesa de Sévigné, la celebre epistolografa, che è probabilmente la più famosa tra le persone che sono passate nelle sale dell’Hôtel Carnavalet.

Col passare del tempo la città di Parigi acquistò anche il limitrofo palazzo Le Pelletier de Saint-Fargeau per farne un corpo unico dove ospitare le collezioni d’arte, ivi comprese le ricostruzioni degli ambienti come il salone blu stile Luigi XVI in foto, che viene dall’Hôtel de Breteuil. Al museo va il primato di essere stato il primo ad allestire delle sale “periodiche”, ossia con degli arredi smontati da altrove e rimontati in loco: i saloni La Rivière furono inaugurati nel 1878. Ah, l’ingresso è gratuito tranne che per le esposizioni temporanee.

La chicca del momento è stata una ragazza che davanti al quadro di David Le serment du Jeu de Paume se n’è uscita con un: “Ah, mi ricordo di aver visto quella scena in una puntata di Lady Oscar”. La mia gigionata quotidiana, invece, è stata cercare apposta un numero per l’armadietto dove mi hanno fatto riporre lo zaino. Indovinato? Il 27, Fantozzi: il numero dei mei anni…

Il passo successivo è un altro piccolo museo nel Marais, quartiere che io apprezzo particolarmente: il Musée Cognacq-Jay, altro museo di proprietà della città di Parigi, e con ingresso gratuito. Frutto di un legato, la città lo riceve alla morte del fondatore dei grandi magazzini La Samaritaine, il che prova che non necessariamente il denaro non fa la cultura. Per anni Ernest Cognacq, assieme alla moglie Marie-Louise Jay, raccoglie quadri e altre opere d’arte di autori che vanno dal Canaletto a Fragonard, dalla Vigée-Le Brun a Quentin de La Tour; le sale sono arredate con mobilio e oggetti d’epoca. Fra le varie curiosità possiede un ritratto che si suppone essere Alexandrine Lenormant d’Étioles, la figlia di m.me de Pompadour.
Il museo è piccino, sì e no una decina di stanze, e si visita in poco tempo.

Pranzo al volo, in uno dei vari Hippopotamus sparsi per la città. Complimenti per la scelta che svela che sono furbo come uno scoato mojo (espressione di mia nonna, non ne ho la certezza ma temo che lo spazzolino bagnato in questione sia lo scovolo del cesso): sono erbivoro e vado a mangiare in un posto la cui forza è la carne bovina alla griglia. Giù di patate fritte a volontà e birrona, scandagliando il menù scorgo tra gli antipasti hummus e anche un curioso purè di vitellotte: bello, le ho sempre fatte come le patate normali, ma un purè viola è chic, più elegante di quello hummus che faccio io con le rape rosse che gli danno un colore ciclamino inteso che ho battezzato “Imbarazzo della Barbie”. Nota bene: Hippopotamus non è gratuito, a differenza dei due musei precedenti. No, lo dico perché magari uno potrebbe farsi un’idea sbagliata e pensare che Parigi sia una specie di Puffolandia dove non va di moda il denaro.
Dobbiamo a un suggerimento di Alice la tappa successiva: il Musée Nissim de Camondo, ex palazzo privato appartenete a un banchiere collezionista d’arte che alla morte del figlio decise di lasciare il palazzo e gli arredi alla Francia, a patto che il museo fosse intitolato al giovane scomparso, caduto durante la prima guerra mondiale. Le collezioni constano di mobili, quadri, oggetti d’arte ma anche di oggetti di vita quotidiana come immensi servizi di piatti di Sévres e di Meissen o le pentole della cucina: il palazzo era una dimora patrizia, ed è allestita come poteva esserlo quando la famiglia vi abitava. Il Nissim de Camondo è annesso al Musée des Arts Décoratifs, il biglietto può essere cumulato; ha una curiosità che sono le visite teatralizzate, organizzate con cadenza mensile: una persona interpreterà il ruolo del maître d’hôtel del conte Moïse de Camondo per accompagnare i visitatori commentando il percorso.

L’hôtel è attiguo al Parc de Monceau, una perla del giardino paesaggistico. Voluto da Philippe Égalité, disegnato da Carmontelle e rimaneggiato da quel Thomas Blackie che creò anche il parco di Bagatelle, è disseminato di costruzioni (le fabriques) tipiche del giardino anglo cinese: dalla piramide alle rovine del tempio pagano ai ruderi gotici al ponticello veneziano, e così via; in epoca molto più tarda verranno aggiunti busti di scrittori e musicisti. Col tempo passerà dagli Orléans allo stato, con sorti alterne. È legato a un episodio molto brutto durante il periodo della Comune: è stato teatro di esecuzioni sommarie di massa da parte dei plotoni d’esecuzione di Mac-Mahon, evento ricordato poi con la ricostruzione di un elemento dell’Hôtel de Ville.
Un caffè veloce al parco (costo di 1€60 contro i 2€10 di un caffè identico in bicchiere di plastica al parco delle Tuileries), e via verso il Musée des Arts Décoratifs.

Il Musée des Arts Décoratifs occupa una parte del Louvre, ma ha un ingresso indipendente e vi si accede da Rue de Rivoli. Ospita delle collezioni di svariati oggetti, dai quadri ai mobili ai gioielli, compreso il settore dedicato alla moda e al tessile, il tutto abbraccia un periodo che inizia dal Medio Evo e arriva ai nostri giorni. È diviso in settori, e racchiude dei veri e propri tesori, assieme a cose che io catalogo alla voce “perdita di tempo” che è la galleria dei giocattoli; lo so che sono ottuso, ma se devo scegliere se guardare una bambola di stracci medievale o un cavallino di latta anni ’30 invece di un gioiello Art Nouveau o un Fragonard scelgo i secondi, del resto ho sempre proclamato a pieni polmoni che di arte non capisco un accidenti ma che vado solo a gusto mio e interesse. Va detto che quando lo visito salto sempre a piè pari la parte più moderna, mi areno sul Liberty, ma faccio di corsa anche la parte medievale, che trovo pesante e deprimente, buia scura e stracarica di santi e madonne. Preferisco di gran lunga la parte suntuosa del XVIII secolo, quella più leggera ma spesso opulenta a sproposito del XIX e, ovviamente, quella folle innovativa e seducente dell’Art Nouveau. Non mancano anche qui, come al Carnavalet, le ricostruzioni di ambienti, come per esempio le sale dell’appartamento privato della famosa sarta Jeanne Lanvin o un salone proveniente dall’Hôtel de Serres.
I pannelli delle boiseries in foto erano stati eseguiti per un buodoir di Maria Antonietta, tanto per la cronaca.

Ora, dopo aver infestato anche questo abbiamo cambiato museo: poca strada, siamo andati al Louvre! Tanto, avendo fatto il museum pass avevamo accesso a una sessantina di musei e monumenti nella regione parigina, gratis o a prezzi ridotti e spesso saltando le code, al modico costo di 69 svanizche per sei giorni. Al Louvre si salta la fila alla biglietteria andando direttamente agli ingressi delle gallerie con libertà di entrare e uscire a volontà, per esempio: a Versailles no, perché sono bizantini strarompi e ti devono fare lo stesso un biglietto a importo zero.
Non avevamo molto tempo, e abbiamo iniziato con il visitare le nuove sale tematiche: anche il Louvre s’è convertito alle “period room”. Mai capita ‘sta mania di infilare l’inglese a buffo nei discorsi, lingua da volgari bottegai che qui da noi -in Francia non so- si usa per far sfoggio di una cultura che in genere non si ha e che non ci si pone nemmeno il problema e/o l’obiettivo di incrementare. Non capivo perché avessero smobilitato tutta la collezione di tabacchiere e la stragrande maggioranza dei gioielli dalla Galerie d’Apollon, ho escluso un furto perché si sarebbe saputo, ho escluso anche che fosse stato assoldato un plotone di colf di lusso per spolverarli tutti assieme (che comunque la polvere a strati alti due dita non manca nemmeno al Louvre come a Versailles); poi ho visto l’angoletto sistemato con gli oggetti appartenuti a Luigi XVI e alla Maria, contornato con tutte le tabacchiere scomparse, mentre i gioielli della Corona sono esposti un po’ in giro a caso, e non mi pare di avere visto in nessuna teca il cordon bleu appartenuto a Luigi XVI che so per certo di aver visto qualche anno fa.
La fregatura del giorno? La batteria della macchina fotografica di Ale è morta dopo un’oretta o poco più, e abbiamo deciso di dare forfait al Louvre per andare a riposarci: ‘nsomma, inizio ad avere una certa età e mi avvicino a passo falcato alla cinquantina. Gelatino di consolazione a un baracchino alle Tuileries e ciao, ci si rivede domani.

Siamo stati bravi, ce ne siamo fatti cinque uno dopo l’altro. Gelati? No. Negroni? No. Musei!

Diario di viaggio, capitolo nono: Fantozzi e la crème fouettée

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Dai, su che il sole mangia le ore e dobbiamo correre anche oggi. Governo ladro, anche quest’anno mi servirà almeno un paio di settimana di turni in fabbrica per rimettermi dalle ferie: gente, ho quasi cinquant’anni… dovrei darmi una regolata, e invece no. Del resto non fumo (puzza, lo odio), non mi drogo (fa diventare scemi e non ne ho bisogno), non gioco (sono fortunato come i cani che la fanno in chiesa), non vado a donne (sono un tipetto morigerato), non faccio uso di prodotti di origine animale (per quanto possibile al giorno d’oggi senza diventare matti o nazivegan), lasciatemi almeno questo vizio. No: per essere onesti trinco, ma tolto che l’acqua fa marcire i pali, non mi risulta di aver mai avuto notizia di alluvioni o frane causate da cantine e botti di vino. Modestamente.

Meta del giorno: Chantilly, Musée Condé, che rivedo sempre con piacere; e giacché la Piccardia è una regione ospitale noi portiamo anche Alice e una nostra nuova amica. Usciamo dall’hotel di corsa, con quel solito ritardo fisiologico, e lungo la strada ci accorgiamo che la nostra pasticceria di fiducia è chiusa; abbiamo dovuto ripiegare su un più proletario e schifido McDonald, ma tutto sommato è stato un bene: la cacca traditrice del mattino ha bussato nel momento stesso in cui siamo stavo ordinando il mio muffin coi mirtilli, la sola cosa buona è che il Mc aveva appena aperto, e il bagno -dove peraltro pareva fosse esplosa una bomba da quant’è malconcio- era stato appena pulito.

Usciti in ritardo, accumuliamo ritardo, e quando arriviamo alla gare du Nord le ragazze hanno già fatto il biglietto; noi ci riusciamo per il rotto della cuffia, e siccome siamo bambini fortunati non funzionano le carte di credito per problemi delle linee telefoniche, ci tocca stare lì a fare ruma ruma nelle tasche per trovare le monetine. Per coronare l’inizio della giornata non trovo di meglio da fare che dimenticarmi gli occhiali da sole in treno, anche se penso che conoscendo il mio livello di attenzione è già un miracolo che mi siano durati un anno!
Il castello è un po’ lontano dalla stazione di Chantilly-Gouvieux, c’è da farsi una bella scarpinata (e noi abbiamo già fatto il numero di Cappuccetto Zozzo che si perde nel bosco l’ultima volta che siamo stati qui): decidiamo di darci al mezzo pubblico, magari un autobus o un taxi. Mentre stiamo ancora cercando di raccapezzarci per capire in quale via siamo di preciso per dare informazioni all’ipotetico autista sentiamo suonare un clacson, è Alice che ha fatto molto prima di noi a trovare un tassista libero. Fa accostare la vettura con il fare di una duchessa che dice allo chauffeur “Battista, soccorra quei poveri défavorisés”, noi saliamo e dopo dieci minuti e tre chilometri scarsi (per la modica cifra di dieci svanziche) arriviamo davanti al cancello di ingresso del museo. Guardiamo con occhio languido i baracchini dei gelatai, che data l’ora antelucana (le dieci meno un quarto) non hanno ancora aperto.

Prenotiamo la vista guidata agli appartamenti privati, e intanto girovaghiamo per il castello in attesa che scocchi l’ora X. Castello che è grossomodo finto, è stato ricostruito e risistemato in parte alla Restaurazione e in parte alla fine ‘800 poiché durante la Rivoluzione era stato svuotato e parzialmente demolito: Louis-Joseph, Principe di Condé al suo rientro dall’esilio nel 1815 fa restaurare la parte chiamata Piccolo Castello, o Capitaneria, mentre il suo pronipote, Henri d’Orléans Duca d’Aumale (figlio di Luigi Filippo, ed erede di Louis-Henri-Joseph -ultimo Principe di Condé- tramite la moglie di questi, Bathilde d’Orléans e sorella del nonno di Henri: il famigerato Philippe Égalité) fa ricostruire il Castello Grande dal 1871 per custodirvi le collezioni d’arte che aveva raccolto durante l’esilio, ma anche durante il periodo della Monarchia di Luglio vi aveva fatto fare dei lavori, come la galleria in legno collegata agli appartamenti privati.

So che è fasullo, o meglio che non è la costruzione originale, ma mi piace molto; è lontano dall’essere soffocante o ossessivo come la parte antica di Versailles, o vasto e dispersivo come le gallerie del Louvre. Ha delle dimensioni da castello, non è una bicocca eppure ha un’atmosfera raccolta e intima, nonostante la presenza di una folla di turisti, ivi comprese le sosia ucraine di zia Assunta e della Tata!

Al primo piano troviamo i Grandi Appartamenti, mentre quelli che visiteremo in seguito sono al pianterreno. Una singolarità è rappresentata da un ambiente, la Grande Singerie, chiamata così per le allegorie dipinte sulle boiseries che rappresentano delle cineserie ma i cui personaggi sono -ma và?!- delle scimmie; sono opera di Christophe Huet, che si dice abbia impiegato quindici anni per terminarla. I dipinti sono su tutte le pareti e sul soffitto, i pannelli sono bianchi con fregi in stucco dorati. Si tratta di una moda che ebbe inizio durante la Reggenza, ma curiosamente non sono rimasti molti esempi di questo tipo di decoro integri in Francia, e la cosa eccezionale è che qui a Chantilly ce ne siano due, l’altra singerie (più piccola) si trova negli appartamenti privati dei Duchi d’Aumale. Non manca la galleria celebrativa dei fatti d’arme del Gran Condé, uomo che io trovo antipaticissimo ma che è stato pur sempre uno dei più grandi geni militari della Francia; e per finire il giro troviamo la sala da musica, il cui restauro è stato terminato un paio di anni fa.

Nella galleria delle opere d’arte faccio una scoperta inattesa: un ritratto mezzo nascosto in un corridoietto laterale, una donna con un’enorme gorgiera di pizzo e un carico di perle addosso da far invidia al ritratto di Anna Maria Martinozzi (la nipote del Cardinale Mazarino che sposò il Armand de Bourbon-Condé, Principe de Conti): il cartiglio mi dice che si tratta di Elisabetta Stuart, la figlia di Giacomone I Stuart che sposò Federico V del Palatinato, in breve è la nonna paterna di Liselotte e quella che assieme ai diritti di successione al trono inglese portò probabilmente in dote a quella branca della famiglia dei Wittelsbach anche la malattia della quale pare soffrisse sua nonna Maria (Stuarda): la porfiria. Non è un dato assodato, ma di certo molto dei suoi discendenti hanno avuto dei problemi che vi potrebbero essere ricondotti. Non l’avevo mai vista, e sinceramente non trovo nel suo viso le tracce di questa bellezza leggendaria che dovrebbe aver fatto girare la testa a Federico V.

La fame fa capoccella perché camminare stanca. Colazione al sacco, perché il ristorante Vatel che si trova all’interno del castello costa una mezza chiappa a testa, tagliata vicina all’osso. Andiamo a prenderci delle patate fritte dalla signorina col baracchino fuori del castello, io ho la mia scorta di frutta e verdurine varie nello zaino, giusto per non ingozzarmi solo di fritturone sintetico. Però la gaufre con la chantilly non potevamo rifiutarla, io l’ho voluta con la mousse al cioccolato ma ho capito troppo tardi che è meglio mangiarla a velocità della luce: col calore della cialda la panna tende a squagliarsi, e se non te la slurpi di corsa ti scappa dal waffle a gambe levate (ammesso che sia lecito immaginare che la panne ne possa avere). Lo dico perché mi sono ritrovato la mano glassata di mousse al cioccolato in via di squaglio, in puro stile fantozziano; è stato in quei momenti che si è manifestato il tormentone della vacanza grazie ad Alice che citava la signorina Silvani: “Fantozzi… punti sul 27. Il numero dei miei anni”. Frase che di per sé non significa nulla, ma nessun tormentone ha senso preso a sé. E mi spiace demolirvi un dogma, ma ci sono rimasto un tantino male anch’io: Vatel e la chantilly non si sono mai conosciuti manco per sbaglio, quanto meno all’epoca di Vatel si usava la panna montata ma nessuno s’èra inventato di chiamarla così; inoltre, nella famosa festa che costò la vita a Vatel non troviamo menzione dell’uso della panna montata, né nel racconto fatto da m.me de Sévigné alla figlia né nella cronaca della Gazette, di suo molto particolareggiata.

La prima menzione di un qualche cosa che fosse “à la chantilly” è del 1750, ma è proprio in una festa data dal Louis-Joseph de Bourbon-Condé di cui sopra che ci viene data menzione di un dessert con la panna montata. Ce lo racconta nei suoi carinissimi mémoires Henriette de Waldner, baronessa d’Oberkirch, l’episodio reca la data del 1784: Vatel aveva anche già bello che fatto i vermi, ed erano morti pure quelli.

M.me d’Oberkirch ci descrive anche una delle casette dell’hameau di Chantilly, che al giorno d’oggi è rimasta tal quale:

“[…] La cena è stata servita all’Hameau, pittoresca riunione di costruzioni campestri nel giardino inglese. La più grande delle capanne è tappezzata all’interno di foglie e di verzura e l’esterno è circondato di tutto quello che può essere necessario a un buon lavoratore. È in questa chaumière, che ha una sola stanza in ovale, che si cenò a una decina di piccole tavole dai dieci ai dodici coperti ciascuna. Era comodo, allegro, senza cerimonie e perfettamente bene immaginato […]”

Torniamo al castello accomodandoci all’ingresso degli appartamenti privati aspettando la nostra guida. La quale guida arriva pimpante perché è un ragazzo giovane, sulla ventina, che di tanto in tanti incespica nelle frasi come se avesse una robusta ansia da prestazione. Rassicurati, nel gruppo non ti morde nessuno: solo noi siamo pericolosi ma siamo in vacanza, quindi non belligeranti. Marie Noëlle è lontana anni luce, Tata Lucia mille miglia, Madame Hu hu è solo dall’altra parte del cortile, ma tant’è… Suivez-moi ha studiato la parte, ma si sente: quando s’interrompe ha difficoltà a riprendere il filo del discorso, però ha un certo talento da guitto televisivo che salta fuori quando fa le mossette (gli mancava solo il saltino come Alberto Sordi ne “Il medico della Mutua” e “Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue”) o quando ci ha detto: “E per fare come Stéphane Bern: suivez-moi!”. Le stanze tengono fede al proprio nome, sono davvero a misura di famiglia e non di rappresentanza: dimensioni minori, più facili da riscaldare -nonostante a fine ‘800 non fosse più difficile come una volta-, decori meno suntuosi ma non per questo trascurati (il gusto è soggettivo), dotati perfino di stanze da bagno con comodità moderne come la “chaise à l’anglaise”, ossia il nonno del water con l’acqua corrente. Ne avevamo vista una anche a Fontainebleau, installata per Madame Adélaïde (la sorella di Luigi Filippo); Marie Noëlle ci faceva notare che lei avrebbe anche voluto un piccolo ascensore per collegarla al suo appartamento al piano sovrastante, ma che Pippogigio disse no da quel bottegaro che era: “Sorellina… ona… accia…, passi spendere per le stanze da parata ma non butto quattrini per farti fare la cacca!” più o meno. Una cosa che spicca su tutto è l’attaccamento per la famiglia del Duca d’Aumale, che era legatissimo alla moglie, sua cugina plurima Maria-Carolina di Borbone-Napoli, tanto che dopo essere rimasto vedovo fece tappezzare in viola il suo boudoir; ma Aumale era anche un bravo figliolo, e troviamo Pippigigi e Marie Amelie ovunque. Era anche un bravo papà che ebbe la sventura di vedere morire tutti i suoi figli uno dopo l’altro, e per questo legò per testamento tutto il dominio di Chantilly, collezioni comprese, all’Institut de France; d’altronde ipotizzava che l’eredità ricevuta dal prozio fosse maledetta e che la morte dei figli ne fosse una conseguenza. Durante la visita il nostro amico Suivez-moi accenna alle armi degli Orléans, che sono ovunque, del resto Aumale era il padrone di casa e una pioggia di monogrammi HO e di scudetti azzurri con tre gigli d’oro e uno strafanto d’argento non potevano certo mancare, ma aveva detto che quella cosa sopra i tre gigli era una corona disegnata al contrario che simboleggiava la caduta degli Orléans, sovrani rovesciati dal trono nel 1848. Ti dici che magari è una baggianata infilata lì, tanto perché non sapeva come andare avanti col discorso, ma poi quest’affermazione è saltata fuori di nuovo nella galleria in legno, detta la Loggia, che ci porta all’uscita sono dipinte le armi delle famiglie che possedettero il castello lungo i secoli con uno stile finto cinquecentesco voluto dal Duca d’Aumale. “Vi ricordate, vi ho detto che questo simbolo rappresenta la caduta degli Orléans”. Come no, stella… non t’investo come un trattore impazzito solo perché mi pare brutto farti fare una figura da chiodi davanti a tutti, ma se tu lavorassi per me ti avrei crocefisso in sala mensa, alla Fantozzi.
Lo strafanto di cui sopra è una pezza araldica chiamata lambello, e costituisce la più nobile delle brisure, dove brisura è il termine indicante che quell’elemento modifica le armi ereditate; così il lambello è di usato di frequente per indicare che quello che vediamo è lo stemma di una branca cadetta: per saperlo basta che Suivez-moi vada a sfogliare un qualsiasi manuale di araldica in vendita alla boutique del castello (oh, pardon… adesso va di moda dire bookshop). Tecnicamente le armi degli Orléans si blasonano: d’azzurro a tre gigli d’oro, al lambello d’argento o (più semplicemente) di Francia al lambello d’argento. Tanto per fare un esempio, Monsieur Gaston, il fratello di Luigi XIII, portava le stesse armi due secoli e mezzo circa prima della caduta di Pippogigio; lo troviamo anche sulle monete con la sua effigie: Gaston, così come sua figlia la Grande Mademoiselle dopo di lui, aveva il diritto di battere moneta poiché principe sovrano dei Dombes, terra entrata in famiglia grazie alla prima moglie, Marie de Bourbon-Montpensier. Senza contare che basta un minimo di buon senso: dove lo trovi un ebete che ritenga opportuno inserire un segno nel proprio marchio di fabbrica per ricordare ai posteri che è stato trombato dal popolo? Va bene che Pippogigio era un pusillanime, ma est modus in rebus.

La passeggiata nel parco è movimentata dalla solita pioggia, che cade a tratti. Una cosa simpatica, piove per duecento metri, poi basta per mezzo minuto, poi ripiove: le nuvole piccarde sono birichine. Ripariamo nel tempietto dell’isola dell’amore, astuti come dei cervi: la struttura è un treillage di legno e nemmeno troppo ben conservata, però è tanto bellina. Non manca lo show con la pashmina, che è diventato lo sport preferito del gruppetto: stavolta Alice Callipigia si esibisce imitando la statua di Venere nel tempio dedicatole (a Venere, non all’Alice). Il lato bello del parco è che stavolta le fontane funzionavano, forse perché è stato un anno piovoso: di solito durante la stagione secca (vedi a cavallo tra luglio e agosto) non le fanno andare per via della penuria d’acqua. Il lato brutto è che pioveva, maledetta la Rivoluzione, e quando ha cominciato a venire giù più fitta abbiamo preferito andare alle scuderie per poi scappare a Parigi. Nelle scuderie sono conservate anche due carrozze, una costruita per il Principe di Condé in occasione dell’incoronazione di Carlo X, l’altra è stata usata come calesse di caccia dalle due imperatrici (la Pina e la Gigia) e da Maria Amelia, detta Falqui.

Richiamiamo il nostro taxi e torniamo a Parigi, in direzione Montmartre: prevista passeggiata e cena in un posticino a scelta. Io non so, sarà che son pigro… sarà che ero stanco… sarà che se faccio il turista lo faccio fino in fondo… ma perché, benedette figliole, non usiamo la funicolare per salire sul montarozzo? Il biglietto è anche compreso nel pass della metropolitana, e voi no… su a piedoni per un’interminabile parete gremita di gente che cazzeggia e si avvinazza con barili di aperitivi di vario genere. Seduti, loro. Noi arrancanti, e loro seduti e beati. Per fortuna ha smesso di piovere, e valeva la pena di avere sputato mezzo polmone per arrivare ai piedi del Sacre Coeur per fotografare l’arcobaleno su Parigi.

Tenghi, Fantozzi. Li punti sul 27… il numero dei miei anni…

Diario di viaggio, capitolo ottavo: una pashmina è per sempre

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Il tempo passa, ed essendrado nella natura dell’esistenza che viviamo su questo piano l’esser caduca tutte le cose giungono ad un termine, prima o poi. Lunedì la J. deve rientrare in Italia, e la mattina la troviamo in camera sua intenta a sistemarsi la piega. Ora, io non me ne intendo, e del resto lei ha metri e metri di capelli in più di me (io, però, la batto con lo stuoino sulla panza: a ognuno il suo) ma… non so se sia una grande pensata usare la piastra mezzo minuto prima di doverla stivare in valigia. È stato meglio lasciarla troneggiante in cima al trolley lì, nella buia solitudine del vano bagagli dell’hotel, mentre noi si andava a zonzo. La cosa che ci ha destato qualche sorpresa è stato il concierge: di solito le chiedeva “Vous partez?” ogni volta che la vedeva uscire con noi, e il giorno che gli si presenta al bancone caracollando in cima a una valigia guidata da una piastra a mo’ di cornak la guarda con l’aria di quello che è appena caduto dalle nuvole.

Dato che l’altra volta il tempo era schifido e non riuscimmo a vedere Saint-Cloud, abbiamo deciso di provarci di nuovo, portandoci dietro il nostro codazzo di amiche. Sì, perché oggi traviamo anche Alice e una sua amica. Volendo rimanere in tema di comunicazioni meteo, non pioveva ma faceva un freddo becco: il classico froid cocu, insomma.

Appuntamento alla stazione della RER di Javel, per prendere la metropolitana a Javel – André Citroën. Colazione frugale in un pub (due brioscine, una spremuta d’arancia… tanto per arrivare alle dieci per fare colazione di nuovo). Bellino, Javel. Suona bene. Sembra il nome di un generale di Napoleone… maréchal Javel? No. Scordarselo. È solo un vecchio quartiere di Parigi dove fabbricavano due cose: varechina e automobili. Quando lo scopri perdi tutta la poesia in un colpo solo.

Direzione: Sévres, museo della ceramica, e parco di Saint-Cloud per fare gli archeologi da operetta, una specie di incrocio tra Alberto Angela e Stéphane Bern, per ficcanasare nelle atmosfere residue degli Orléans e della Maria. Poi, avendo tempo, si fa un saltino a trovare la Pina alla Malmaison. Sì, ce la possiamo fare, se non ci perdiamo di nuovo per strada. Tanto, la fermata di Pont de Sévres è a pochi passi dal museo, dobbiamo solo attraversare un ponte sulla Senna. Per sicurezza chiediamo informazioni ad un’autoctona che sta passeggiando col cane: “Si, è fascilissimm. Pràndete pàr di quà, òndate druà fino a quando arrivate ò gradèni sulla destra e sàndete”. E fu così che fantozzianamente percorsero due chilometri di sopraelevata a piedi, per fortuna in orario non consono a farli scambiare per un gruppo misto di peripatetiche, prima di finire di mandare in malora la sciura. Madame, la prossima volta continua a far pomiciare il cane con gi idranti invece di dare indicazioni a cazzo, merci. Meno male che Ale ha consultato google maps, o staremmo ancora girando in tondo.

Il Museo Nazionale della Ceramica è ospitato in un bell’edificio di inizio ‘800, ci si trovano collezioni che spaziano dal medio evo ai nostri giorni, con dei pezzi veramente interessanti che hanno solleticato molto il mio interesse di gazza ladra: vasi liberty, candelabri neoclassici, busti e ritratti. Ho sempre avuto un debole per tutto quello che è baraccone, più che barocco, e appariscente. La cosa non esclude che possa anche essere elegante, e ci sono determinate influenze dell’Art Nouveau che uniscono bene le due cose.

Il parco di Saint-Cloud è limitrofo al museo, ma essendo bello grande (460 ettari, mentre l’intera cittadina ne copre circa 756) è un po’ lunghetto girargli attorno per trovare l’ingresso giusto; e infatti noi giriamo, giriamo, giriamo e ad un certo punto ci ritroviamo attanagliati dalla fame e dallo scoramento. Siccome a panza piena si ragiona meglio cambiamo in fretta di obiettivo: alla ricerca del panetto perduto! Scopriamo una sorta di fast food (che già di suo come parola mi genera l’orticaria) di nome Subway. Varietà interessante di tipi di pane, di farciture (compresa la bistecca vegetariana, che immagino sia del tofu con verdure affettato e grigliato) e soprattutto di salse (ho copiato quella alla senape e miele e quella dolce alla cipolla), curiosa la modalità: ti fanno i panini a centimetri. Va beh, lo devo dire? Tra un boccone e l’altro abbiamo fatto tardi e c’è toccato saltare Saint-Cloud per non dover rinunciare alla Malmaison, abbiamo giusto il tempo di fermarci a scattare delle foto alla cascata dal ponte sulla Senna. Una volta tanto ci concediamo il lusso di viaggiare in superficie: da Sévres parte una linea di autobus che porta dritti alla Malmaison, e il biglietto è sempre il benemerito pass che ti fa girare dappertutto.

La Malmaison è sempre piacevole, poco conosciuta ma per questo la apprezzo ancora di più: non ci si troverà mai la calca e il casino che ci può essere a Versailles, posto che per quanto mi piaccia e lo ami non trovo né straordinariamente bello né vivibile né tantomeno di un buongusto esagerato: in effetti Luigi XIV non brillava esattamente per il buongusto… massiccio, imponente, stupefacente, borioso sì ma elegante e chic proprio no. Per me la raffinatezza del decoro a Versailles inizia a germogliare con l’epoca di m.me de Pompadour per poi maturare del tutto con il Luigi XVI, in sostanza quando passo da una stanza piena di marmi di colori diversi e quintali di putti e trofei dorati (finti, fra l’altro: nella grande galleria e dintorni il bronzo dorato sui muri è solo fino a dove si vede, ossia ad altezza d’occhio. Da lì in su è tutto volgare ottone economico)… passando dai trofei dorati, dicevo, alle boiseries policrome e poi bianche e dorate.

Lo stile dell’Impero non è che sia esattamente il massimo dell’eleganza, eh… ci sono certe cose che mi sono sempre parse un incrocio tra la ricerca delle radici in conto terzi degli Americani e quel qualcosa di parvenu, di vorrei ma non posso, che non è realmente chic anche se si ha anche fare con oggetti e manufatti di pregio e di valore.

Noto però una ricerca maggiore della comodità, per lo meno in quelle che sono le stanze private: la biblioteca della Malmaison è quasi intima, anche se abbastanza vasta e funestata da delle sedie in pelle scura e legno di acajou.
Anche la fissazione di Napo o chi per lui di allestire dei decori a tema militare non è che mi sia mai andata troppo a genio: passi un dettaglio o una stanza tanto per ricordare che lavoro fai, oppure per rendere omaggio la moda del periodo del Direttorio, come per esempio l’ingresso del castello è una struttura a forma di tenda militare, con tanto di lance che le fanno da sostegni. Però est modus in rebus, che diamine! Anche la stanza da letto di parata della Pina doveva essere travestita da tendone? Simpaticissima, femminile nonostante i pezzi di militaria, femminile in maniera quasi pesante con tutti quei cigni in giro… ecco, dormire in una camera completamente rosso cremisi potrebbe farmi venire degli incubi, ma dubito che la Pina dormisse lì.

I ricordi napoleonici si sprecano, ma è anche ovvio: però la Pina ci ha messo molto del suo, vivendoci a lungo, e ci sono i ritratti suoi e dei figli, Eugène e Hortense, che campeggiano. Alcuni piccoli dettagli, come il cedro del Libano che Napo piantò nel parco dopo la battaglia di Marengo, mi fanno pensare agli amori di quella stranissima coppia: Napoleone, nonostante tutte le sue frasche, mi ha sempre dato l’idea di essere stato innamorato della moglie per lo meno all’inizio, mentre non sono mai riuscito a capire se la Pina lo ricambiasse almeno un po’. Non so, mi pare che lei fosse più legata al suo ruolo di padrone della bottega che a lui come uomo; del resto, una che si faceva pagare da Fouché (Joseph Fouché , duca d’Otranto, ministro della polizia imperiale) per dargli dei dettagli sulla vita quotidiana e intima del marito non mi fa pensare molto troppo tanto bene della sua dirittura morale.

Il parco è in stile inglese, altro omaggio alla moda dell’epoca; la Pina non badò a spese e ingaggiò anche Thomas Blaikie, il paesaggista scozzese che si occupò anche del parco della Bagatelle.

Per restare in tema di similitudini, anche qui troviamo un roseto e ovviamente la Pina mosse mari e monti per riuscire ad ottenere quello che voleva: certo, quando sei la moglie di quello con tutti quei cannoni è tutto più facile. Nel 1810, ad esempio, la marina inglese e quella francese si trovarono a intavolare trattative diplomatiche perché uno dei rosai di Joséphine potesse arrivare dall’Inghilterra a casa sua passando attraverso il blocco navale. Mobilita perfino Redouté per fare i ritratti ai suoi fiori, e all’epoca della sua morte (della Pina, non di Redouté), si contavano circa 250 varietà di rose. Tacciamo sugli animali: canguri, zebre, struzzi, emù… sì, c’era anche suo marito ogni tanto!
Il cielo si rannuvola, ma non ci perdiamo d’animo: scopriamo perfino un giardiniere piacente che sta falciando l’erba, e chi siamo noi per negarli una generosa occhiata? L’occasione è buona per scattare foto (ma va’?), e per fare i matti (ah, ecco… mancava): abbiamo iniziato a giocare a Lady Hamilton. Che è, direte voi? Nulla di complicato: abbiamo preso una modella, Alice, in questo caso, e le abbiamo drappeggiato addosso delle sciarpe a mo’ di abito stile impero, avevamo anche bisogno di consolarci perché le collezioni degli abiti d’epoca sono state chiuse, ufficialmente per preservarle. Siamo stati obbligati a smetterla perché ha iniziato a piovere.

Ci siamo riparati nel padiglione di Osiris, costruzione poco lontano dall’ingresso del dominio. Sorpresa, ci sono degli oggetti interessanti anche lì. Piccole antichità egizie comprese. No, il nome di Osiris non deriva da quelle, né dalla Wandissima: è il soprannome del ricco ebreo marocchino maniaco di Napoleone che acquistò il dominio, lo risistemò, e poi lo regalò di nuovo allo stato lasciandoglielo in eredità.